Sospetto
e tensione, ansia e psicosi, incredulità e paura.
Se queste sono state le emozioni
in circolo in tutto il mondo occidentale a partire dal 12 Settembre, il giorno dopo il disastro
delle Torri Gemelle, non meno pesante era l’aria che si respirava nei paesi di
religione islamica, più o meno implicati nell’organizzazione degli attentati.
Prima
dell’11 Settembre 2001 erano in tanti i Paesi in cui
le cellule del terrorismo islamico proliferavano, senza tuttavia rappresentare
un vero e proprio pericolo per l’Occidente.
Dopo il crollo delle Torri Gemelle
la possibilità di un’azione di supporto alla strategia distruttrice di Al Qaida
da parte di tutte le cellule terroristiche islamiche esistenti divenne più che
plausibile.
Le conseguenze furono evidenti sin da subito, non solo
per noi occidentali, impauriti e minacciati, ma anche per le comunità musulmane,
coinvolte e isolate, sospettate ed indagate, accomunate da uno stesso, semplice
e tremendo stereotipo.
E’ questo il caso delle comunità marocchine,
da tempo presenti in Occidente e generalmente ben integrate con le popolazioni
locali. Prima dell’11/9, ovviamente.
Nel
febbraio del 2002, cinque mesi dopo l’11 Settembre, quindici persone, tra cui
alcuni immigrati marocchini che da tempo vivevano e lavoravano a Roma, vennero
arrestati ed accusati di voler avvelenare le condotte dell’acqua dell’ambasciata
americana di Via Veneto.
In seguito al ritrovamento di quattro chili di ferricianuro,
composto chimico in realtà utilizzato per falsificare permessi di soggiorno, gli
immigrati vennero accusati di essere dei pericolosi terroristi, per poi risultare
innocenti dopo più di un anno trascorso tra carcere ed arresti domiciliari.
Un interessante
resoconto di questa vicenda viene fornito da Bianca Stancanelli, inviata di
Panorama, nel suo reportage: “Quindici terroristi innocenti”, pubblicato nel 2006,
che costituisce un vero e proprio studio sul campo, con testimonianze di immigrati
ed analisi dettagliate dei tanti errori commessi in quegli anni nel nome del sospetto
e della paura.
E se degli errori commessi in Europa possiamo avere notizia,
non altrettanto trasparenti sono le vicende relative
alla lotta al terrorismo nei Peasi d’origine degli immigrati
stessi.
Nel 2002 per
la prima volta anche il Marocco visse l’incubo di un attentato terroristico, sventato
per miracolo: alcuni terroristi marocchini ed altri sauditi appartenenti ad una
delle cellule di Al Qaida vennero arrestati mentre,
imbottiti di esplosivo, tentavano di attaccare le navi americane e inglesi di
passaggio nello Stretto di Gibilterra.
Nel 2003 l’incubo divenne
realtà: i titoli dei giornali titolarono a gran voce:
PER LA PRIMA VOLTA IL TERRORISMO
INTERNAZIONALE HA COLPITO IL MAROCCO.
Il
16 maggio era un venerdì, giornata di preghiera islamica, e coincideva quell’anno
con la festa per la nascita dell’erede al trono, il primogenito di re Mohammed
VI.
Una decina di kamikaze alle 22 di sera si fecero
esplodere simultaneamente in cinque punti diversi della città, causando 45 vittime
e colpendo obiettivi strategici come il Consolato belga, il centro culturale spagnolo
e il circolo dell’Alleanza israelita.
Un’ulteriore esplosione colpirà più tardi
la spiaggia di Ain Diab, affollata dai turisti.
In
quell’occasione il fallimento della strategia di controllo del terrorismo messa
in atto dal regime fu evidente. Al Qaida si dimostrò
più forte dei tentativi di democratizzazione, più abile dei politici a far cambiare,
improvvisamente, le carte in tavola.
Il regime rispose con una lotta
senza quartiere, e il periodo successivo agli attentati di Casablanca è ancora
oggi ricordato in Marocco come un periodo di Terrore: rastrellamenti, retate nei
centri islamici, torture, condanne non suffragate da prove effettive.
I
risultati di questa perversa politica anti – terrorismo durata
per due lunghi anni sono stati drammatici: 300 persone arrestate per motivi politici,
inasprimento del controllo del regime sulle libertà di stampa e di associazione
(dall’ascesa al trono di re Mohammed VI ben 34 testate
sono state censurate e 20 giornalisti arrestati), tensione crescente e controlli
a tappeto nei confronti degli appartenenti alla comunità marocchine presenti all’estero.
L’11
marzo 2004 la leadership marocchina all’interno dell’area terroristica islamica
in Europa veniva sancita inequivocabilmente: gli autori del disastroso attentato
alla stazione di Atocha erano infatti perlopiù immigrati
marocchini.
A Madrid insieme alle 191 persone morte in seguito all’esplosione
di 10 bombe, morirono anche le ultime, residue speranze di poter delimitare un
fenomeno divenuto definitivamente globale.
Dopo
l’11 Settembre, ed ancor più dopo gli attentati spagnoli, è divenuto lecito, infatti,
parlare dell’esistenza di un’”internazionale islamista”, un organo complesso,
sempre meno legato alle proprie origini nazionali, ma sempre più presente con
le sue cellule proliferanti, all’interno del tessuto connettivo di qualsiasi società.
Non
si può più parlare oggi né di una Terra dell’Islam, né di una comunità musulmana,
bensì di una religione che ha imparato a disincarnarsi, ad adeguarsi a differenti
contesti e a fare proprie istanze e motivazioni estremamente eterogenee.
Ed
è proprio questa diffusione così capillare, questa incredibile capacità di penetrazione
e di comprensione del tessuto sociale, che continua ad alimentare un’altra religione,
altrettanto potente e permeante, la religione del sospetto, della paura, dell’odio.
Il
20 Agosto 2008 l’imam marocchino di Varese, Abdelmajid
Zergout, arrestato con l’accusa di terrorismo, ha dato il
consenso alla sua estradizione in patria.
L’imam ha spiegato di essere “stanco
dei continui sospetti e della lunga detenzione preventiva cui è stato sottoposto”,
considerati anche i due processi in cui è stato assolto e la sua completa fiducia
di “poter dimostrare la propria innocenza ancora una volta”.
Bisognerebbe
spiegare all’imam che noi occidentali dall’11 Settembre
2001 in poi siamo molto circospetti,
e seguiamo fedelmente il nuovo, undicesimo comandamento, che recita senza mezzi
termini: sospetta del prossimo tuo (soprattutto se è musulmano).
Fonti:
R.C.Gatti,
“Conoscere l’Islam”, Ed. ECIG, 2005.
www.corriere.it
www.studiperlapace.it
www.lernesto.it