L'11° Comandamento
di Silvia Carena

Sospetto e tensione, ansia e psicosi, incredulità e paura.
Se queste sono state le emozioni in circolo in tutto il mondo occidentale a partire dal 12 Settembre,  il giorno dopo il disastro delle Torri Gemelle, non meno pesante era l’aria che si respirava nei paesi di religione islamica, più o meno implicati nell’organizzazione degli attentati.

Prima dell’11 Settembre 2001 erano in tanti i Paesi in cui le cellule del terrorismo islamico proliferavano, senza tuttavia rappresentare un vero e proprio pericolo per l’Occidente.
Dopo il crollo delle Torri Gemelle la possibilità di un’azione di supporto alla strategia distruttrice di Al Qaida da parte di tutte le cellule terroristiche islamiche esistenti divenne più che plausibile.
Le conseguenze furono evidenti sin da subito, non solo per noi occidentali, impauriti e minacciati, ma anche per le comunità musulmane, coinvolte e isolate, sospettate ed indagate, accomunate da uno stesso, semplice e tremendo stereotipo.
E’ questo il caso delle comunità marocchine, da tempo presenti in Occidente e generalmente ben integrate con le popolazioni locali. Prima dell’11/9, ovviamente.

Nel febbraio del 2002, cinque mesi dopo l’11 Settembre, quindici persone, tra cui alcuni immigrati marocchini che da tempo vivevano e lavoravano a Roma, vennero arrestati ed accusati di voler avvelenare le condotte dell’acqua dell’ambasciata americana di Via Veneto.
In seguito al ritrovamento di quattro chili di ferricianuro, composto chimico in realtà utilizzato per falsificare permessi di soggiorno, gli immigrati vennero accusati di essere dei pericolosi terroristi, per poi risultare innocenti dopo più di un anno trascorso tra carcere ed arresti domiciliari.
Un interessante resoconto di questa vicenda viene fornito da Bianca Stancanelli, inviata di Panorama, nel suo reportage: “Quindici terroristi innocenti”, pubblicato nel 2006, che costituisce un vero e proprio studio sul campo, con testimonianze di immigrati ed analisi dettagliate dei tanti errori commessi in quegli anni nel nome del sospetto e della paura.
E se degli errori commessi in Europa possiamo avere notizia, non altrettanto trasparenti sono le vicende relative alla lotta al terrorismo nei Peasi d’origine degli immigrati stessi.

Nel 2002 per la prima volta anche il Marocco visse l’incubo di un attentato terroristico, sventato per miracolo: alcuni terroristi marocchini ed altri sauditi appartenenti ad una delle cellule di Al Qaida vennero arrestati mentre, imbottiti di esplosivo, tentavano di attaccare le navi americane e inglesi di passaggio nello Stretto di Gibilterra.
Nel 2003 l’incubo divenne realtà: i titoli dei giornali titolarono a gran voce:
PER LA PRIMA VOLTA IL TERRORISMO INTERNAZIONALE HA COLPITO IL MAROCCO.

Il 16 maggio era un venerdì, giornata di preghiera islamica, e coincideva quell’anno con la festa per la nascita dell’erede al trono, il primogenito di re Mohammed VI.
Una decina di kamikaze alle 22 di sera si fecero esplodere simultaneamente in cinque punti diversi della città, causando 45 vittime e colpendo obiettivi strategici come il Consolato belga, il centro culturale spagnolo e il circolo dell’Alleanza israelita.
Un’ulteriore esplosione colpirà più tardi la spiaggia di Ain Diab, affollata dai turisti.
In quell’occasione il fallimento della strategia di controllo del terrorismo messa in atto dal regime fu evidente. Al Qaida si dimostrò più forte dei tentativi di democratizzazione, più abile dei politici a far cambiare, improvvisamente, le carte in tavola.
Il regime rispose con una lotta senza quartiere, e il periodo successivo agli attentati di Casablanca è ancora oggi ricordato in Marocco come un periodo di Terrore: rastrellamenti, retate nei centri islamici, torture, condanne non suffragate da prove effettive.

I risultati di questa perversa politica anti – terrorismo durata per due lunghi anni sono stati drammatici: 300 persone arrestate per motivi politici, inasprimento del controllo del regime sulle libertà di stampa e di associazione (dall’ascesa al trono di re Mohammed VI ben 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti arrestati), tensione crescente e controlli a tappeto nei confronti degli appartenenti alla comunità marocchine presenti all’estero.

L’11 marzo 2004 la leadership marocchina all’interno dell’area terroristica islamica in Europa veniva sancita inequivocabilmente: gli autori del disastroso attentato alla stazione di Atocha erano infatti perlopiù immigrati marocchini.
A Madrid insieme alle 191 persone morte in seguito all’esplosione di 10 bombe, morirono anche le ultime, residue speranze di poter delimitare un fenomeno divenuto definitivamente globale.

Dopo l’11 Settembre, ed ancor più dopo gli attentati spagnoli, è divenuto lecito, infatti, parlare dell’esistenza di un’”internazionale islamista”, un organo complesso, sempre meno legato alle proprie origini nazionali, ma sempre più presente con le sue cellule proliferanti, all’interno del tessuto connettivo di qualsiasi società.
Non si può più parlare oggi né di una Terra dell’Islam, né di una comunità musulmana, bensì di una religione che ha imparato a disincarnarsi, ad adeguarsi a differenti contesti e a fare proprie istanze e motivazioni estremamente eterogenee.
Ed è proprio questa diffusione così capillare, questa incredibile capacità di penetrazione e di comprensione del tessuto sociale, che continua ad alimentare un’altra religione, altrettanto potente e permeante, la religione del sospetto, della paura, dell’odio.

Il 20 Agosto 2008 l’imam marocchino di Varese, Abdelmajid Zergout, arrestato con l’accusa di terrorismo, ha dato il consenso alla sua estradizione in patria.
L’imam ha spiegato di essere “stanco dei continui sospetti e della lunga detenzione preventiva cui è stato sottoposto”, considerati anche i due processi in cui è stato assolto e la sua completa fiducia di “poter dimostrare la propria innocenza ancora una volta”.

Bisognerebbe spiegare all’imam che noi occidentali dall’11 Settembre 2001 in poi siamo molto circospetti, e seguiamo fedelmente il nuovo, undicesimo comandamento, che recita senza mezzi termini: sospetta del prossimo tuo (soprattutto se è musulmano).

 

 

Fonti:

R.C.Gatti, “Conoscere l’Islam”, Ed. ECIG, 2005.
www.corriere.it
www.studiperlapace.it
www.lernesto.it


© LiberaMENTE MAGAZINE 7 settembre 2008