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The Addiction
di Chiara Bianchi

The Addiction di Abel Ferrara. 1995

 

Scritto da Nicholas St. John e girato da Abel Ferrara in soli 20 giorni, questo capolavoro inquietante, complesso ed oscuro, è arrivato in Italia solo 3 anni dopo.

Kathleen - una strepitosa Lili Taylor - studentessa universitaria brillante e studiosa, prossima alla laurea in filosofia, si imbatte una notte in una donna misteriosa che la trascina in un vicolo buio e la morde con violenza sul collo. Dopo questo episodio, per la giovane sarà l’inizio di una lenta e dolorosa trasformazione che la renderà vampira, crudele e distaccata nella spasmodica ricerca di sangue e sostentamento ma anche lucida e riflessiva nel tentativo di comprendere la natura umana, i suoi paradossi e l’inevitabile tendenza al male, all’efferatezza, alla distruzione, mossa dal peccato e dal bisogno, dalla dipendenza, the addiction, appunto.

La donna, così disumanizzata da risultare iper umana, inizialmente prova un senso di potere e libertà nel non avere regole, nell’avere come unico scopo quello di nutrirsi e diffondere il morbo attraverso il morso, nel non riuscire o non volere controllarsi, nell’inevitabile comportamento cui la sua nuova natura la spinge. Il dissidio interiore è ben interpretato attraverso le crisi convulsive simili a quelle di un drogato in astinenza, violente ed insostenibili, realistiche nonostante il retroscena horror che però ovviamente funziona da allegoria e parla di questioni che ben poco hanno a che vedere con il vampirismo e molto a che fare con l’umanità, il suo rapporto con la Storia, i suoi errori e la tendenza al peccato e al perpetrare del male.

La studentessa nella sua ricerca di tesi, nel suo tentativo colto ma non sufficiente di darsi delle risposte attraverso lo studio, la conoscenza, i libri, fa spesso riferimento alle grandi tragedia della storia: l’Olocausto, la strage ad opera dei soldati americani nel villaggio di My Lai durante la guerra in Vietnam, le più recenti devastazioni in Bosnia; cita spesso e volentieri Sartre ed Heidegger, cerca in loro delle risposte che non arrivano e che la fanno sentire ancora più vuota e condannata.

L’incontro con un vampiro che pratica l’astinenza, Peina (cameo preziosissimo di Christopher Walken) sembra un punto di svolta, un tentativo davvero forte di combattere il Male intestino, ma si rivela l’ennesima maniera di soffrire e, come lui stesso afferma “l’eternità è lunga…” perché il male non si esaurisce con la morte del singolo ma si tratta di un cancro che riveste con la sua ombra oscura l’umanità tutta.

Fuggire è impossibile, la truculenta scena finale, un’orgia di male e dolore sanguinolento ne è la riprova, la morte non è una soluzione, la presa di coscienza, il chiedere perdono, forse.

È difficile vedere questo film, difficile non sentirsi coinvolti, disturbati, chiamati in causa. Ambientato in una New York cupa e malsana, nera nera come la notte, come la morte, popolata da zombie che camminano anche in piena luce, ciechi nella loro inconsapevolezza oppure troppo svegli nel loro dolore, in ogni caso nulla è serenità, non ci sono risposte, nessuna redenzione, siamo tutti colpevoli, alcuni di noi lo sanno, altri no, ma nessuno è escluso.

Forse si tratta dell’opera più significativa del regista americano, quella più lucida e disturbante, più nichilista, girata in un bianco e nero che ne sottolinea l’epicità e la natura rappresentativa fondata sull’assunto, dichiarato dalla vampira Annabella Sciorra in una delle scene finali “l’uomo non è malvagio perché fa del male ma fa del male perché è malvagio”.


© LiberaMENTE MAGAZINE 11 gennaio 2009