| The Addiction |
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| di
Chiara Bianchi |
| The
Addiction Scritto
da Nicholas St. John e girato da Abel Ferrara in soli 20 giorni, questo capolavoro
inquietante, complesso ed oscuro, è arrivato in Italia solo 3 anni dopo. Kathleen
- una strepitosa Lili Taylor - studentessa universitaria brillante e studiosa,
prossima alla laurea in filosofia, si imbatte una notte in una donna misteriosa
che la trascina in un vicolo buio e la morde con violenza sul collo. Dopo questo
episodio, per la giovane sarà l’inizio di una lenta e dolorosa trasformazione
che la renderà vampira, crudele e distaccata nella spasmodica ricerca di sangue
e sostentamento ma anche lucida e riflessiva nel tentativo di comprendere la natura
umana, i suoi paradossi e l’inevitabile tendenza al male, all’efferatezza, alla
distruzione, mossa dal peccato e dal bisogno, dalla dipendenza, the addiction,
appunto. La
donna, così disumanizzata da risultare iper umana, inizialmente prova un senso
di potere e libertà nel non avere regole, nell’avere come unico scopo quello di
nutrirsi e diffondere il morbo attraverso il morso, nel non riuscire o non volere
controllarsi, nell’inevitabile comportamento cui la sua nuova natura La
studentessa nella sua ricerca di tesi, nel suo tentativo colto ma non sufficiente
di darsi delle risposte attraverso lo studio, la conoscenza, i libri, fa spesso
riferimento alle grandi tragedia della storia: l’Olocausto, la strage ad opera
dei soldati americani nel villaggio di My Lai durante la guerra in Vietnam, le
più recenti devastazioni in Bosnia; cita spesso e volentieri Sartre ed Heidegger,
cerca in loro delle risposte che non arrivano e che la fanno sentire ancora più
vuota e condannata. L’incontro
con un vampiro che pratica l’astinenza, Peina (cameo preziosissimo di Christopher
Walken) sembra un punto di svolta, un tentativo davvero forte di combattere il
Male intestino, ma si rivela l’ennesima maniera di soffrire e, come lui stesso
afferma “l’eternità è lunga…” perché il male non si esaurisce con la morte del
singolo ma si tratta di un cancro che riveste con la sua ombra oscura l’umanità
tutta. Fuggire
è impossibile, la truculenta scena finale, un’orgia di male e dolore sanguinolento
ne è la riprova, la morte non è una soluzione, la presa di coscienza, il chiedere
perdono, forse. È
difficile vedere questo film, difficile non sentirsi coinvolti, disturbati, chiamati
in causa. Ambientato in una New York cupa e malsana, nera nera come la notte,
come la morte, popolata da zombie che camminano anche in piena luce, ciechi nella
loro inconsapevolezza oppure troppo svegli nel loro dolore, in ogni caso nulla
è serenità, non ci sono risposte, nessuna redenzione, siamo tutti colpevoli, alcuni
di noi lo sanno, altri no, ma nessuno è escluso. Forse
si tratta dell’opera più significativa del regista americano, quella più lucida
e disturbante, più nichilista, girata in un bianco e nero che ne sottolinea l’epicità
e la natura rappresentativa fondata sull’assunto, dichiarato dalla vampira Annabella
Sciorra in una delle scene finali “l’uomo non è malvagio perché fa del male ma
fa del male perché è malvagio”. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 11 gennaio 2009 |