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Intervista ad Aldo Vigano'
di Silvia Carena

Bombardati da immagini, circondati ed invasi da pixel ed iper – testi audiovisivi, catturati da mondi multi – mediali ed irretiti da molteplici sperimentazioni figurative, siamo ancora in grado di esercitare sul reale uno sguardo critico e di muoverci con circospezione nell’incessante proliferare dei possibili percorsi virtuali? Ne parliamo con Aldo Viganò,  critico teatrale e cinematografico, consulente culturale per il Teatro Stabile di Genova e Presidente dei Critici Cinematografici Liguri, al quale chiediamo una piccola guida, una sua autorevole opinione in merito:

  • Dott. Viganò, in che cosa differiscono il cinema e il teatro nel loro essere rappresentazioni di un Mondo Altro?

Sia il teatro, sia il cinema narrativo (come del resto tutti i linguaggi che possono attingere all’arte) sono un tentativo di rappresentare il mondo, dandogli un ordine e un senso. Ciò che li differisce sta quindi nella specificità del loro linguaggio. Schematizzando si potrebbe dire che il teatro ha sempre a che fare con il presente (esiste solo qui e ora), mentre il cinema è ontologicamente votato all’eternità (fissa per sempre l’attimo fuggente), ma sia chiaro che ciò non vuole assolutamente dire che tra di loro esista una qualsiasi gerarchia di valori.

  • Ci sono, secondo lei, ancora margini di sperimentazione teatrale e cinematografica oppure nel mondo globalizzato si è già visto e detto tutto?

In qualsiasi epoca, ipotizzare che si è già visto e detto tutto equivale alla confessione della propria impotenza artistica. L’arte è sempre scoperta e rivelazione del nuovo: quindi l’arte è sempre rischio e sperimentazione.

  • Qual è il film e quale lo spettacolo teatrale (se ci sono), che danno a suo parere, l’immagine più veritiera del mondo in cui viviamo, della società contemporanea?

Impossibile rispondere a una domanda così posta, se non affermando che l’immagine più veritiera (ma anche la più falsa) della società contemporanea è data dalle opere in cui essa si rispecchia. Ma si sa che questo non vuol dire ancora assolutamente nulla, perché in ogni tempo e in ogni luogo tra l’essere e il voler (o anche solo poter) essere c’è sovente di messo un abisso.

  • Sappiamo della sua predilezione per i film western. Ce ne spiega le motivazioni?

Più che di predilezione si tratta di ammirazione. C’è stato un tempo in cui il western fu la punta dell’iceberg rappresentato dal cinema hollywoodiano (sinonimo della classicità), essendo capace di mettere in scena contemporaneamente, sotto la forma archetipica del mito, sia i rapporti tra gli individui, sia quelli tra l’uomo e la natura. Da qui l’ammirazione (e la predilezione), perché, in questo senso, i migliori film western stabilirono con il cinema un rapporto molto simile a quello che c’è tra la Bibbia e la letteratura o tra Shakespeare e il teatro.

  • Ritiene di aver imparato a fare il critico scrivendo o di aver scritto in modo critico da sempre? O meglio: si nasce critici o si diventa?

“Non sono che un critico” diceva Jago, che qualcuno definì il Male in cerca di motivazione. Tutti siamo Jago e tutti siamo critici: la differenza sta nel modo in cui lo siamo o cerchiamo di esserlo. E i modi, si sa, si perfezionano esercitandoli.

  • Quali sono le potenzialità del cinema italiano oggi?

Le stesse di tutto il cinema mondiale, con la specificità che negli ultimi decenni in Italia si è fatto di tutto per distruggere l’industria cinematografica, premessa fondamentale per l’esistenza stessa di una forma di espressione artistica che – come altre del resto, basti pensare all’architettura – ha sempre bisogno del capitale per esistere.

  • Per quale motivo in Italia il teatro per tutti non riesce a diventare una realtà come avviene in altri Paesi d’Europa?

E chi lo dice? Gli spettatori teatrali in Italia non sono percentualmente (e anche socialmente) diversi di quelli delle altre grandi nazioni europee. Unica eccezione è quella rappresentata dal mondo anglosassone dove secoli di politica culturale hanno radicato il teatro nella scuola e nella società. Se invece la domanda riguarda la produzione dei testi teatrali, la risposta deve probabilmente chiamare in causa il fatto che per secoli la lingua italiana è stata solo una finzione letteraria, poco adatta al teatro che tende a usare invece la lingua parlata: cioè il dialetto, come ben testimoniano Goldoni, Eduardo, Dario Fo, ecc.

  • Il teatro d’élite e il cinema iper – popolare della multisala non possono ottenere lo stesso effetto, ovvero l’allontanamento del pubblico dalla Bella Immagine cinematografica e/o teatrale? Non si corre il rischio di sopravvalutare tutto ciò che è mediocre o ultra –raffinato?

La moneta cattiva scaccia quella buona, dicevano gli economisti. Se il teatro e il cinema allontanano il pubblico dalla bellezza, delle due l’una: o il pubblico non sa riconoscere la bellezza o le opere proposte non hanno nulla a che fare con la bellezza. Lélite o le multisale non hanno nulla (o ben poco) a che fare con l’effetto di allontanamento sottolineato (ma è poi vero?). Casomai questo allontanamento ha a che fare con la società in cui viviamo. Ma, in fin dei conti, ogni generazione ha sempre quel che si merita. Ed è sempre toccato all’arte far pre-vedere a ogni generazione possibili vie di uscita, ogniqualvolta questa si è addentrata nella palude del narcisismo individualista (intellettuale o no poco importa) o in quella della massificazione inconsapevole.


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008