| Intervista ad Aldo
Vigano' |
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| di Silvia
Carena |
| Bombardati
da immagini, circondati ed invasi da pixel ed iper –
testi audiovisivi, catturati da mondi multi – mediali ed irretiti da molteplici
sperimentazioni figurative, siamo ancora in grado di esercitare sul reale uno
sguardo critico e di muoverci con circospezione nell’incessante proliferare dei
possibili percorsi virtuali? Ne parliamo con
Sia il teatro, sia il cinema narrativo (come del resto tutti i linguaggi che possono attingere all’arte) sono un tentativo di rappresentare il mondo, dandogli un ordine e un senso. Ciò che li differisce sta quindi nella specificità del loro linguaggio. Schematizzando si potrebbe dire che il teatro ha sempre a che fare con il presente (esiste solo qui e ora), mentre il cinema è ontologicamente votato all’eternità (fissa per sempre l’attimo fuggente), ma sia chiaro che ciò non vuole assolutamente dire che tra di loro esista una qualsiasi gerarchia di valori.
In
qualsiasi epoca, ipotizzare che si è già visto e detto tutto equivale alla confessione
della propria impotenza artistica. L’arte è sempre scoperta e rivelazione del
nuovo: quindi l’arte è sempre rischio e sperimentazione.
Impossibile rispondere a una domanda così posta, se non affermando che l’immagine più veritiera (ma anche la più falsa) della società contemporanea è data dalle opere in cui essa si rispecchia. Ma si sa che questo non vuol dire ancora assolutamente nulla, perché in ogni tempo e in ogni luogo tra l’essere e il voler (o anche solo poter) essere c’è sovente di messo un abisso.
Più
che di predilezione si tratta di ammirazione. C’è stato un tempo in cui il western
fu la punta dell’iceberg rappresentato dal cinema hollywoodiano (sinonimo della
classicità), essendo capace di mettere in scena contemporaneamente, sotto la forma
archetipica del mito, sia i rapporti tra gli individui, sia quelli tra l’uomo
e la natura. Da qui l’ammirazione (e la predilezione), perché, in questo senso,
i migliori film western stabilirono con il cinema un rapporto molto simile a quello
che c’è tra la Bibbia e la letteratura o tra Shakespeare e il teatro.
“Non sono che un critico” diceva Jago, che qualcuno definì il Male in cerca di motivazione. Tutti siamo Jago e tutti siamo critici: la differenza sta nel modo in cui lo siamo o cerchiamo di esserlo. E i modi, si sa, si perfezionano esercitandoli.
Le
stesse di tutto il cinema mondiale, con la specificità che negli ultimi decenni
in Italia si è fatto di tutto per distruggere l’industria cinematografica, premessa
fondamentale per l’esistenza stessa di una forma di espressione artistica che
– come altre del resto, basti pensare all’architettura – ha sempre bisogno del
capitale per esistere.
E
chi lo dice? Gli spettatori teatrali in Italia non sono percentualmente (e anche
socialmente) diversi di quelli delle altre grandi nazioni europee. Unica eccezione
è quella rappresentata dal mondo anglosassone dove secoli di politica culturale
hanno radicato il teatro nella scuola e nella società. Se invece la domanda riguarda
la produzione dei testi teatrali, la risposta deve probabilmente chiamare in causa
il fatto che per secoli la lingua italiana è stata solo una finzione letteraria,
poco adatta al teatro che tende a usare invece la lingua parlata: cioè il dialetto,
come ben testimoniano Goldoni, Eduardo, Dario Fo, ecc.
La
moneta cattiva scaccia quella buona, dicevano gli economisti. Se il teatro e il
cinema allontanano il pubblico dalla bellezza, delle due l’una: o il pubblico
non sa riconoscere la bellezza o le opere proposte non hanno nulla a che fare
con |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008 |