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Alluminio
di Davide Moroni

Titiolo: Alluminio
Autore: Luigi Cojazzi
Edizione: Hacca

Sembra forse un po’ strano leggere un romanzo di uno scrittore italiano ambientato nell’Argentina degli anni ’70. E, ancora più strano, se tale scrittore italiano è nato nel 1976, ovvero all’epoca dei fatti che narra. Ma chi l’ha detto che la letteratura debba trattare solo argomenti di cui si ha esperienza diretta? Anzi, forse è proprio questo il bello della letteratura, parlare di mondi che non si conoscono, far viaggiare la fantasia: la qualità di un’opera non dipende infatti dal grado di verità in essa contenuta. Emilio Salgari è diventato famoso, per intere generazioni, parlando di posti che, paradossalmente, non aveva mai visto. Nel caso di Luigi Cojazzi, e del suo Alluminio (edito da Hacca nel 2007), il discorso si semplifica ulteriormente: egli non parla di luoghi e avventure, ma di uomini e sentimenti; e cosa c’è di più universale dei sentimenti umani?

Alluminio parla dell’amore, dell’abbandono, della mancanza, del ritorno; sono queste le quattro sezioni in cui è diviso il libro. L’abbandono è quello di Manuel, fratello del protagonista Daniel: dissidente nel Cile di Pinochet (qui mai chiamato col suo nome, indicato semplicemente come “il Generale”), un giorno, come è noto spesso succedeva, semplicemente sparisce nel nulla. Daniel vivrà questa sparizione come un abbandono da parte di Manuel, l’unica persona cara che aveva al mondo, che l’aveva cresciuto, ma che aveva preferito la patria a lui.

La mancanza è un sentimento generalizzato che si impossessa di Daniel: mancanza del fratello, mancanza di affetto intorno a sé, mancanza di uno scopo nella vita, oppresso da un lavoro alienante ma, soprattutto, mancanza di libertà. Daniel infatti, scappato in Argentina dopo la sparizione del fratello, si rende presto conto di essere passato da un regime ad un altro, senza molte differenze se non quella che Videla e i suoi uomini sono molto più attenti nel tenere nascoste le loro malefatte. Chiaro, ad esempio, è il tentativo di manipolare l’opinione pubblica tramite i Mondiali di calcio del ’78, ospitati proprio dall’Argentina. Niente come il calcio riesce a superare confini e divisioni interne, come si è visto recentemente anche da noi, così che ogni parte del Paese, favorevole o contraria al regime, decide di chiudere gli occhi e “lasciarsi trasportare verso quell’unico sogno che a tutti era permesso egualitariamente sognare”. Niente più regime, niente più desaparecidos, niente più tortura, solo calcio: la vittoria finale, ottenuta peraltro con qualche dubbio aiutino degli arbitri, scatena un delirio. Un delirio che si trasforma in tacito consenso al regime. Il calcio come oblio, quindi, come interruttore del cervello collettivo: se il tiro dell’Olanda, in finale, fosse entrato invece che finire contro il palo, “prestando attenzione all’improvviso silenzio calato su Buenos Aires, tendendo l’orecchio oltre la curvatura degli spalti, si sarebbe potuto udire il lamento straziato di un ragazzo rinchiuso nella Escuela Mecánica de la Armada” (ovvero uno dei principali centri di detenzione e di tortura della dittatura argentina, situato a pochissima distanza dallo stadio). Diverso è invece il calcio amato da Daniel, quello che si gioca per strada, che diventa il vero fulcro della giornata tra un turno di lavoro e l’altro. Daniel un giorno trova un pallone mezzo sgonfio abbandonato in uno spiazzo semideserto e si mette a giocare; e come spesso accade, attorno al pallone iniziano ad avvicinarsi, gradualmente sempre più piedi, fino a essere in numero sufficiente per trasformare quei quattro passaggi e palleggi in vere e proprie partitelle, valvola di sfogo per tutti gli abitanti del quartiere, e poi di tutta la città, costretti a un lavoro massacrante di giorno ma motivati a tener duro per poter giocare di notte. Anche questo lieve profumo di libertà però è destinato a durare poco: con l’introduzione di scommesse clandestine sulle partite, il gioco perde tutta la sua poesia e diventa competizione pura, violenta e spietata, per la sopravvivenza.

È in questo momento che si inizia a parlare d’amore, come a voler dire che Daniel non se la sente di abbandonare le proprie speranze nella vita: finita la magia del gioco del calcio inizia la magia del suo incontro con Luz Azul, ragazza misteriosa, lunatica e restia a raccontare la sua storia, con cui Daniel instaurerà un rapporto piuttosto particolare fino a scoprire qualcosa di sconvolgente sul suo passato. È l’episodio che cambierà radicalmente la sua vita e lo porterà a riflettere sul quarto sentimento protagonista del romanzo, la speranza del ritorno: l’uomo vive costantemente nella speranza che quanto di bello è successo nella sua vita, un giorno ritornerà. Solo nelle ultime pagine Daniel, che già inconsciamente si rendeva conto di quanto questa speranza fosse vana, ne avrà la prova tangibile, in un finale tanto amaro quanto, purtroppo, verosimile ed emblematico del clima regnante in quegli anni. E, forse, non solo in quegli anni.


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008