Alqaeda dopo l'11/9
di Elena Refraschini

L’attacco dell’11 Settembre 2001 al World Trade Center di New York ha avuto un impatto emotivo e mediatico talmente forte non soltanto da prolungare il suo eco fino ad oggi e (probabilmente) per tanti anni a venire, ma anche perché ormai la data viene utilizzata come una sorta di spartiacque storico: il mondo prima dell’Undici Settembre, il mondo dopo l’Undici Settembre; lo si fa con ragione: per la prima volta il mondo occidentale si è trovato non soltanto vulnerabile e impaurito, ma soprattutto minacciato da un nemico che questa volta sembrava (e per molti versi ancora lo è) invisibile.

Al-Qaeda (in arabo, “la base”) è stata fondata nel 1988 da Osama bin Laden. Da allora al 2001, Osama rilasciò interviste ad alcuni giornalisti di fiducia già abbastanza chiare (anche se mischiate al consueto linguaggio profetico), le quali venivano però ignorate dai politici e dai media, in quando era difficile persino per l’Intelligence americana riuscire a scovare informazioni attendibili sullo sfuggente e misterioso raìs. Fu commesso uno sbaglio, perché già allora bin Laden affermava di voler cacciare gli americani dal Golfo Persico, che erano interessati ad impossessarsi delle sue risorse economiche e occupare posti di importanza politica. Soltanto nel 1996 venne creata un’unità dedicata solo a Osama nella CIA (in concomitanza con la sua dichiarazione di guerra ufficiale); con esso, viene studiata anche la nuova forma di terrorismo utilizzata da Al-Qaeda, la quale opera attraverso piccole cellule decentralizzate; come spiega Guido Olimpio nel suo recente libro Alqaeda.com (BUR, 2008): “Cinque o sei elementi si uniscono, trovano i fondi e colpiscono”. E’ proprio una di queste cellule, quella organizzata da Ramzi Youssef, a scagliare il primo attacco contro le Torri Gemelle nel febbraio del 1993. Quello del 2001 è evidentemente dello stesso tipo, anche se su più larga scala: 19 kamikaze, pochi finanziatori, precisione strategica.
I motivi per cui l’organizzazione continua a fare così paura, nonostante gli arresti o le uccisioni di molti dei suoi membri degli alti ranghi (anche se è difficile poter affermare, come spesso hanno fatto i giornali, che “è stato catturato/ucciso il Numero 2, il Numero 3” ecc. questo perché la gerarchia di Al-Qaeda è volutamente fluida), sono essenzialmente due; il primo, perché la lotta contro il terrorismo è diventata il perno della politica estera (ma anche, spesso, interna) di George W. Bush: essa è stata usata per giustificare due guerre, che a loro volta hanno giustificato sostanziali tagli all’assistenza pubblica e spese belliche enormi (dieci miliardi al mese). La lotta al terrorismo ha contribuito essa stessa, inoltre, ad infondere paura nei cittadini e a fare il nemico più grande e potente di quanto effettivamente sia. La seconda ragione che rende temibile Al-Qaeda è perché ha saputo, negli anni, “auto-promuoversi”, in modo tale da attirare l’attenzione, le forze e i fondi di persone molto distanti geograficamente e culturalmente dalle sue zone di operatività: mantenendo il quadro ideologico fornito da Osama bin Laden, Al Kawahiri, Al Libi e “Azzam l’americano”. Al-qaeda è riuscita a plasmarsi e radicarsi in accordo con il sostrato culturale esistente in Bosnia, Algeria, Cecenia, Sudan e altri.
All’epoca degli attentati del 2001, l’uscire allo scoperto con annunci alle televisioni era per Al-qaeda un processo lungo: il messaggio veniva registrato su una videocassetta (e la scenografia era inesistente, la pellicola girata in modo rudimentale), affidato ad un corriere che a sua volta la affidava ad un altro (il tutto nel più assoluto anonimato), per poi essere consegnata, dopo tanti passaggi al fine di rendere il percorso impossibile da ripercorrere a ritroso,  a giornalisti disponibili delle emittenti televisive arabe (specialmente Al Jazeera). Gli Stati Uniti avevano interesse nel mostrare la minacciosità e disumanità del nemico, cosicché ogni piccolo messaggio proveniente (soprattutto) da Bin Laden ma anche da altri leader veniva amplificato e  mandato in onda centinaia di volte: tutto a vantaggio della ribalta e promozione di Osama.
Con il tempo, però, si è iniziato ad utilizzare un altro metodo sicuramente più immune alla censura: Internet; il nuovo mezzo è potente, universale, difficilmente controllabile ma facilmente accessibile: nascono migliaia di indirizzi che fanno propaganda alla jihad e mettono on-line video provenienti da tutti i fronti della lotta armata. Vi si trovano addirittura anche istruzioni su come fabbricare bombe chimiche, batteriologiche o anche nucleari nella propria casa (anche se molti esperti, che si sono impegnati ad eseguire minuziosamente le “ricette”, affermano che la maggior parte di esse solo “bufale”, ma qua e là si può anche trovare una buona idea). Questi siti ospitano anche forum jihadisti, dove vari utenti (naturalmente, registratisi con nomi falsi per non essere rintracciati dalle possibili spie statunitensi che navigano sugli stessi siti) trovano slogan di propaganda e uno spazio per commentare e condividere idee. Il primo sito di Al-qaeda è stato aperto negli anni Novanta (“Al Neda”), ma si calcola che ad oggi esistano tra i sei e i settemila siti jihadisti. Migliaia di estremisti, giovani e non, separati magari da migliaia di chilometri ma uniti nel credo oltranzista sbandierato su una pagina web.
Il successo e la portata del fenomeno è da ascrivere alla particolare situazione del mondo arabo: i Paesi non sono dotati di una stampa indipendente dal governo, quindi le valvole di sfogo di un dissidente (perciò anche di un jihadista) non possono che essere Internet, voce relativamente incontrollabile, e la moschea, unico luogo di aggregazione permesso.
I siti jihadisti diventano quindi un serbatoio molto capiente di messaggi sia video che audio a cui le fonti di informazione tradizionale non esitano ad attingere; il messaggio viene perciò da loro amplificato, contribuendo, in un circolo vizioso, ad aumentare la popolarità degli stessi siti. Proprio per questo motivo sono diventati purtroppo celebri i filmati che ritraggono decapitazioni dal vivo (ricordate quello dell’uccisione del giornalista Daniel Pearl nel 2002, che causò una grande controversia morale?).
Con l’espandersi del fenomeno si deve riconoscere anche un avanzamento nel campo della tecnologia: le videocassette sono state soppiantate da cellulari o più sofisticati mezzi di ripresa, mentre i vari corrieri (che ancora esistono, appunto per rendere indecifrabili le tracce) non devono far altro che consegnare la chiavetta USB ad un ultimo anello che da un Internet point o da un appartamento sicuro mette il video in rete. Non più, quindi, i tempi di attesa lunghi richiesti dal meccanismo di trasporto delle videocassette, che poteva durare dalle sei alle dodici settimane. In un mondo in continuo divenire, dove le notizie si accavallano l’una all’altra e il pubblico ha sempre più fame di aggiornamenti, anche la rete terroristica ha saputo mantenersi al passo.
“Al Sahab”, la nuvola, è il marchio che annuncia i video di Osama o di Al Zawahiri (è lo stesso organismo che aveva promosso la celebre iniziativa che constava nell’opportunità di inviare domande ad Al Kawahiri, alle quali lui avrebbe risposto mediante messaggio video); si calcola che l’immissione di video sul web sia aumentata drasticamente negli ultimi anni fino a raggiungere la quota di un nuovo video ogni tre giorni e mezzo.
Il fatto preoccupante è che nemmeno i servizi segreti statunitensi, e tanto meno il governo, sono stati capaci di stare al passo con una propaganda virtuale tanto celere ed efficace, come sottolineato da un bell’articolo del Washington Post uscito il 24 Giugno. Il che non va sicuramente a vantaggio della “crociata a stelle e strisce”, che ora sta per entrare in una nuova fase grazie all’incerto risultato politico delle elezioni di Novembre.

Fonti:
Guido Olimpio, Alqaeda.com, Edizioni Bur, Milano 200

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 7 settembre 2008