| L'America
di Bush |
![]() |
| di Antonio
Casillo |
| “Siamo tutti americani”, così intitolava il quotidiano francese “Le Monde” il giorno dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Un titolo, che meglio di qualsiasi altro commento esprimeva quello che allora era il sentimento più diffuso in ogni paese occidentale e non solo. Il mondo intero si era schierato con gli Stati Uniti, unanime nel condannare i terroristi e ad esprimere solidarietà ad un’America ferita e ancora sotto shock. I consensi al presidente Bush e alla sua amministrazione raggiunsero i massimi storici quando, tra le macerie ancora fumanti del WTC annunciava la sua guerra al terrorismo globale. Pochi si opposero quando, individuando la base di Al Qaeda in Afganistan, gli Stati Uniti si mossero in una guerra che aveva lo scopo di rovescia il regime dei talebani e di catturare Osama bin Laden. Com’è possibile che nel giro di pochi anni tutto questo si sia rovesciato? Un caso emblematico è quello dell’Indonesia, dove nel 2000 i giudizi favorevoli alla politica statunitense raggiunsero il 75% per trasformarsi poi, nel 2003 nell’83% di giudizi negativi. Ma anche all’interno degli stessi Stati Uniti, quello che era nel 2001 un consenso quasi totale al presidente Bush, si è trasformato oggi in un larghissimo dissenso. Persino – e per certi versi oserei dire soprattutto – all’interno dello stesso partito Repubblicano la strategia politica più urgente per cercare di vincere le prossime elezioni presidenziali, è prendere le distanze dal presidente Bush, fatto dimostrato dal discorso alla convention repubblicana del 2 settembre dal candidato Repubblicano Mc Cain. Quasi la totalità degli americani oggi ritiene Bush il peggior presidente che gli Stati Uniti abbiano mai avuto dopo Nixon. Il punto da cui partire per cercare di spiegare questa evoluzione è la guerra che l’amministrazione Bush ha voluto ad ogni costo intraprendere con il regime irakeno di Saddam Hussein. Già il 12 settembre del 2002, il giorno dopo il primo anniversario degli attacchi terroristici contro le Torri Gemelle e il Pentagono, il presidente Bush, in un discorso alle Nazioni Unite, sollecitava interventi contro l’Iraq: ciò che temeva era il pericolo che Hussein possedesse armi di distruzione di massa. Bush si rivolse poi al Congresso americano per chiedere l’autorizzazione a usare la forza contro l’Iraq. Il 10 ottobre 2002 la Camera dei Rappresentanti autorizzò l’uso della forza, l’11 ottobre l’autorizzazione fu concessa anche dal Senato. Tutti i democratici che aspiravano alla presidenza - Richard Gephardt, John Edwards, John Kerry, Joe Lieberman, votarono a favore della risoluzione. L’11 gennaio 2003 Rumsfeld disse al’ambasciatore saudita che la guerra era certa. A dire il vero l’opposizione maggiore alla guerra venne proprio da alcuni dei più autorevoli esponenti repubblicani, coloro che avevano segnato la politica estera del padre del presidente: Brent Scowcroft, James Baker e Larry Eagleburger. Come abbiamo visto dall’ampio consenso del Congresso, fu molto deludente, per non dire quasi inesistente, l’opposizione dei democratici che, messi in soggezione dalla crescente popolarità del presidente, erano timorosi di venir percepiti dall’opinione pubblica come oppositori alla lotta contro il terrorismo. Vinse quindi la posizione del vicepresidente Cheney, determinato ormai alla guerra al di la del consenso delle Nazioni Unite ed eventualmente del Congresso. Cheney rappresentava bene le istanze di neoconservatori quali Perle, che erano ideologicamente convinti di poter esportare con la forza il modello di democrazia americana in medio oriente. Con estrema “ingenuità” Cheney era convinto che gli Irakeni avrebbero accolto le truppe americane come truppe di liberazione. In questo modo vennero ignorati tutti i piani dettagliati del Dipartimento di Stato per la preparazione del dopoguerra. L’ossessione del presidente Bush e della sua amministrazione per l’Iraq viene spesso giustificata come derivante dalla volontà di poter controllare i giacimenti petroliferi del medio oriente, ma questa è soltanto una motivazione collaterale che non deve far dimenticare quanto influente fu l’ideologia dei neoconservatori, una vera e propria ossessione del “crociato”, la nazione eletta con il compito morale di portare democrazia ed evangelizzazione al popolo degli infedeli. Oggi la parola “mass media” per internere i mezzi di comunicazione di massa e la stampa è di uso comune, pochi sanno che in realtà fu il presidente Nixon a propagandare ed estendere l’uso di questa parola. Nixon aveva capito che non si poteva manipolare qualcosa che nello stesso nome – stampa – racchiudeva valori ed ideali di imparzialità. Mass media fu quindi il suo tentativo di racchiudere l’informazione in qualcosa che potesse essere in qualche modo manipolato. Questo espediente non servì a Nixon, ma ne raccolsero i frutti i neo conservatori di Bush. I mass media americani infatti appoggiarono acriticamente la politica di Bush, tanto che alla vigilia della guerra più della metà della popolazione americana era convinta in buona fede che Saddam Hussein fosse coinvolto negli attacchi suicidi dell’11 settembre. Nonostante
questo era comunque necessario trovare un casus belli, l’occasione per legittimare
l’invasione. Occorrevano prove che il dittatore di Bagdad producesse armi di distruzione
di massa e che fosse realmente un pericolo per tutto l’occidente. La storia di
come queste prove furono messe insieme, il dubbio se Bush ne prese atto in buona
fede o se sapesse della loro inconsistenza, meriterebbero se non un libro almeno
un articolo a parte. Resta oggi il fatto certo che non furono mai trovate armi
di distruzione di massa in Iraq. A meno di un anno dall’inizio del conflitto ogni scenario ottimistico di una rapida soluzione della guerra stava tramontando. Soli in un conflitto che avevano intrapreso unilateralmente senza il consenso delle Nazioni Unite, gli americani si impantanarono presto in una situazione che da iniziale vittoria si stava trasformando sempre più in una sconfitta. L’appoggio della popolazione Irakena tanto sperato da Cheney non ci fu, o comunque fu subito sostituito da un escalation di violenza antiamericana e attentati terroristici. Avendo, come abbiamo visto, pianificato una guerra senza pianificare realmente un dopoguerra, l’amministrazione Bush si dimostro del tutto incapace di gestire una situazione che stava sfuggendo di mano e che avevano dimostrato di non conoscere affatto. Presto
l’amministrazione Bush si trovò in difficoltà anche all’interno degli Stati Uniti
per il mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa. Molte cose gli
americani possono perdonare ai loro presidenti, ma di rado perdonano di aver mentito.
Il 3 ottobre 2003, David Kay, l’ispettore capo americano per la ricerca di armi
di distruzione di massa, riferì alla Camera e al Senato di non aver trovato nulla. Oggi, ancora lontani dal trovare una rapida soluzione del conflitto Irakeno, gli americani sono sempre più convinti che la guerra all’Iraq sia stata un disastroso errore: il 30 giugno 2004, quando diventò chiaro che era ormai impossibile una pacifica fine dell’occupazione William F. Buckey, decano dei conservatori americani dichiarò: “se avessi saputo allora, come so adesso, in che razza di situazione ci saremmo trovati, mi sarei opposto alla guerra”. Anche il sogno dei neoconservatori
di esportare con la forza la democrazia in medio oriente
era naufragato miseramente e adesso anche loro attaccavano il presidente Bush:
Robert Kagan, intellettuale neoconservatore, accusò
il presidente di “non sapere che pesci pigliare” e di non aver saputo investire
maggiori forse militari in Iraq. A
pochi mesi dalla fine del mandato presidenziale di George W. Bush gli storici
non saranno teneri con lui. Il 43° presidente americano si è trovato a gestire,
durante il suo doppio mandato, una delle più gravi crisi che
gli Stati Uniti abbiano mai avuto e né lui, né la sua amministrazione sono
stat all’altezza del compito che la storia gli aveva assegnato. |
|
© LiberaMENTE MAGAZINE 7 settembre 2008 |