LiberaMENTE MAGAZINE

Ann Leslie: la Giornalista che Raccontò Haiti

di Maria Teresa Biscarini

Era ormai sulla cinquantina e alla fine del 1993 andò ad Haiti, dove realizzò forse il suo servizio migliore”. Questo è quanto sostiene il giornalista David Randall a proposito della cronista Ann Leslie nella sua carrellata di ritratti contenuta in “Tredici giornalisti quasi perfetti” edito da Laterza. Tra le linee guida adottate per la selezione di questa rosa di eletti: l’intensa curiosità nella ricerca, la capacità d’interpretare il materiale a disposizione, il senso della prospettiva e del contesto, la freschezza e l’inventiva nell’uso delle parole e ovviamente la determinazione di superare qualsiasi ostacolo nella ricerca delle notizie. Elementi questi che quantomeno in buona parte Randall ha riconosciuto nella Leslie, definita “il cronista in assoluto più versatile”. In effetti la gamma di tematiche affrontate dalla giornalista è semplicemente stupefacente: dalla violenza nello Zimbabwe alla caduta del muro di Berlino, dal massacro di Piazza Tienanmen alla strage di minori ad Atlanta, dalla liberazione di Nelson Mandela alla criminalità a Singapore, fino a pezzi di colore, tour reali e speciali by night nei casinò di Londra. La Leslie infatti era lì, quando nessuna autorità voleva che vi fosse. 

Ma chi era davvero Ann Leslie? Inviata speciale del quotidiano inglese The Daily Mail da più di 30 anni. Questa la veste ufficiale, mentre di quella ufficiosa se ne sa poco o nulla, ma forse sta proprio in questa “strampalata” formazione il segreto della sua scrittura a 360 gradi. Mentre infatti lei ha quasi da subito ben chiara l’idea di seguire l’attualità preferibilmente estera, gli incarichi che riesce ad ottenere, in prima battuta, dai suoi colleghi più anziani in bretelle e visiera, sono per fiere provinciali, liti tra vicini per la custodia di un pappagallino con tanto di ammonimento perentorio: “Ne ricavi un articolo intelligente, signorinella!”. La Leslie sicura fin da giovane del fatto suo accetta ogni incarico improbabile, ricavandone spesso storie accattivanti. Un binomio questo che rifletteva forse anche il suo modo di porsi. Ne è prova il suo primissimo viaggio importante all’estero sulle rotte del narcotraffico in Messico. Mentre camminava in una remota zona collinare, fu messa in apprensione dall’agguato che le tesero degli uomini armati, balzando fuori all’improvviso dal nascondiglio tra i cactus. Questi tuttavia furono probabilmente colti ancor più di sprovvista, perché si videro venire incontro una Leslie con indosso un vestitino stampato bianco e giallo, guanti bianchi e una borsetta intonata, per cui abbassarono subito i fucili”.

Mente razionale, piglio energico e apparenza estremamente femminile, veicolata però in modo intelligente. La donna che si conforma allo stereotipo maschile della gallina non costituisce alcuna minaccia - è lei stessa a dichiarare, - specie nelle culture maschiliste che partoriscono guerre e insurrezioni.  Il nostro compito – prosegue – non è educare gli uomini alla politica della parità dei sessi, ma è fare in modo che ci aiutino. E questo poteva significare, come racconta Randall, fingersi una turista, o una che si era persa durante una gita parrocchiale arrivando ad indossare un cappotto di volpe al fronte in Bosnia. La Leslie insomma preferiva fingersi svampita che andare a letto con qualcuno per raggiungere i suoi scopi. Memorabile la tattica adottata ai posti di frontiera. “Se le mancava qualche documento importante, rovistava nel contenuto apparentemente inesauribile di una borsa capiente fino a che l’impaziente gonzo di turno non le faceva cenno di andare”. Da una donna che non si conformava a nessun stereotipo femminile o di altro tipo, non poteva che scaturire un modo di fare giornalismo scaltro energico e colorito.

Così quando la Leslie si recò ad Haiti in concomitanza con il rovesciamento di padre Jean-Betrtrand Aristide, primo presidente del paese eletto democraticamente, questo fu il suo servizio di approfondimento. Giacevano legati assieme come una sciarpa attorno al collo dell’uomo assassinato: il gattino appena nato strangolato, il ratto morto con le sue zampette e gli occhi stupefatti. Un altro ratto morto faceva capolino dal cavallo del secondo uomo, al quale avevano legato le braccia dietro la schiena prima di ucciderlo, sparandogli. «Gli animali? Oh, per il voodoo!», ha spiegato un giovane coperto di stracci mentre lui e una piccola folla nervosa si accalcavano attorno ai corpi dei due uomini abbandonati su un cumulo di immondizia a Saline, uno dei quartieri più poveri e fetidi di Port-au-Prince. […] E nessuno, naturalmente, indagherà sulla loro morte. Dopotutto, «tutti sanno» chi è stato. Gli uomini di Sweet Mickey […]. Neri analfabeti dei quartieri poveri, teppisti armati in abiti civili che di notte girano per le strade di Haiti sui loro pick-up, uccidendo dall’alto altri analfabeti come loro per una manciata di dollari. E tutto perché Sweet Mickey, i suoi avidi amici militari e i milionari mulatti che sbocconcellano aragoste alla termidoro nelle loro dimore sulle montagne vogliono così. Poveri che uccidono altri poveri nell’interesse dei ricchi.

Una fotografia agghiacciante e forse per questo efficace dell’Haiti degli anni ’90 contenuta in uno dei suoi servizi tipo da 2300 parole circa, ove a fare da contraltare, sono le contraddizioni di un paese che dal più ricco dei Caraibi, si è ridotto ad uno dei più poveri al mondo. A differenza dei corpi neri a pezzi in quella discarica - prosegue la Leslie – la pelle mulatta di Monique luccica come miele. Il francese di Monique è elegante, il suo inglese dall’accento americano perfetto […] queste adolescenti sono le figliolette viziate dell’Emr, l’Elite Moralmente Ripugnante ¹ . Queste piccole «principesse» haitiane sono belle ed esuberanti ed annoiate nelle loro graziose testoline. Un tempo potevano svolazzare avanti e indietro dal loro «paradiso» sulle montagne a Miami, Parigi, New York […]. Ma la schifosa comunità internazionale ha messo fine a tutto ciò […] i beni all’estero sono stati congelati, Monique non può tornare alla sua università americana perché il suo visto […] è stato cancellato. «E grazie all’embargo ² », ha detto Monique, mordicchiando contrariata lo stelo di un fiore, «a mio padre resta solo una mezza tanica di benzina per un ‘auto».

[…] Le Mercedes dell’Emr, le loro Bmw, i loro scintillanti gipponi Toyota ora giacciono come branchi di delfini morti dietro le enormi pareti di dimore grottescamente lussuose, che si affacciano su strade altrettanto grottescamente piene di buche. […] “L’embargo potrebbe provocare un altro migliaio di morti al mese tra i poveri, la cui speranza di vita media è già di appena 54 anni. […] L’intervento armato di terzi, per quanto ben intenzionati, non è mai stato un successo ad Haiti. Oggi è di rado un successo, in qualunque parte del mondo. Nel frattempo […] la bella e folle Haiti infestata dagli spiriti resterà, forse per sempre, un piccolo impero nero dei condannati. Una commedia nera haitiana senza fine.    Un servizio estero di approfondimento a firma Ann Leslie che, a detta dell’autore, sfiora la perfezione.

 

NOTE

¹ E.M.R. Nome che un ambasciatore statunitense esasperato ha assegnato al vertice delle famiglie mulatte e arabe.

² In risposta al rovesciamento del presidente Aristide, la comunità internazionale aveva imposto un embargo sul petrolio e le armi.

FONTI

David Randall, Tredici giornalisti quasi perfetti, traduzione di Nazzareno Mataldi, Laterza, Bari, 2007.

Condividi

© LiberaMENTE MAGAZINE 7 febbraio 2009