| Australia |
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| di
Chiara Bianchi |
| AUSTRALIA
di Bazz Luhrmann. 2008 È
vero quello che è stato scritto su questo film, che è lungo, prolisso, melodrammatico,
eccessivo. È tutto
vero e sottoscrivibile. Ma
qui aggiungo: e per fortuna. Luhrmann
riesce ad addensare la storia con la Storia, il microcosmo con i macro avvenimenti mondiali, la guerra, la lotta contro i
pregiudizi razziali, la colonizzazione bieca e meschina non solo di territorio
ma anche di usi, abitudini, spiritualità, infarcendo tutto di epica e magia. Ci
fa fare un salto al di là del mondo, in un tripudio di luce e colori, di Natura
con la maiuscola, per quello che è un grande, passionale e profondissimo canto
d’amore per la sua terra. Nicole
Kidman, musa ispiratrice del regista, già dal precedente Mulin
Rouge!, ritorna al biondo (e si converte
alla follia della chirurgia estetica, ma perché?!) per dare vita a Lady Sarah,
duchessa inglese - very british - che vuol portare a termine il lavoro iniziato dal
suo defunto marito e salvare, attraverso la vendita di un cospicuo numero di capi
di bestiame, la tenuta di Faraway Down che presto diventerà
la sua casa e la sua ragione di vita. Nella
difficile impresa sarà supportata, come nella miglior tradizione fiabesca, da
un gruppo ben assortito e estremamente pittoresco: il vecchio contabile alcolizzato
e redento, il mandriano di colore, gigante buono e coraggiosissimo, il piccolo
aborigeno Mallah, che imparerà ad amare come un figlio, e l’aitante
Drover, che farà, dopo le iniziali reticenze, battere il suo
cuore. Ovviamente,
come in ogni favola che si rispetti, non manca il cattivo, Fletcher, ex mandriano,
arrivista e senza scrupoli, che diventa proprietario terriero in men
che non si dica e con metodi ben poco ortodossi, che ricorda per atteggiamenti
e amoralità il Duca di Mulin Rouge!
infantile nei suoi desideri e nella smania di potere
e controllo su tutto e tutti, come se ogni cosa fosse indistintamente merce da
possedere. Le quasi
tre ore di pellicola sono suddivise nettamente in due parti, in cui è la seconda
guerra mondiale a fare da violento spartiacque, che ridefinisce gli equilibri
e mette tutto alla prova ed in discussione, soprattutto in seguito all’evento
gravissimo del bombardamento per mano giapponese della città di Darwin. Il
paragone con Via col vento è d’obbligo anche se il cinema
di Luhrmann ha caratteristiche filmiche e sceniche ben
diverse rispetto al tradizionale melò classico, ovviamente figlie del tempo che è passato attraverso
l’arte pop e la velocità del videoclip da cui ben poco si può prescindere. Australia
è un inno alla libertà di pensiero e di parola e anche se passa attraverso assunti
ovvi e banali -anzi forse proprio per questo - arriva in modo assolutamente efficace
e poco filtrato; alla complessità dell’impianto tecnico (e splendide sono le riprese
aeree, del resto si tratta di una delle operazioni cinematografiche più costose
di tutti i tempi) si contrappone la semplicità del dialogo e la schiettezza dei personaggi assolutamente incasellabili e proprio per questo riconoscibili
ed in un certo qual modo familiari, limpidi. È
un’opera fondata sul rispetto profondo delle tradizioni, della natura e del territorio;
è un film che parla di cambiamento sia in grande misura rispetto agli errori della
storia -la questione solo ultimamente risollevata delle infanzie rubate
degli aborigeni australiani - che per quanto riguarda le storie personali dei
protagonisti che, influenzandosi vicendevolmente, finalmente crescono e imparano
a convivere e ad amarsi e non solo nonostante le differenze, ma proprio anche
grazie ad esse. È
come nei tarocchi, la carta degli amanti che definisce appunto “la scelta“, che
rappresenta Drover e Lady Sarah, eroici nella
loro normalità, straordinari nel loro mettersi in gioco e nel cambiarsi vicendevolmente,
lasciandosi attraversare dalla bellezza di un territorio che ha davvero il respiro
forte e profondo del Mit |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 8 febbraio 2009 |