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Baby Love
di Bruna Taravello

Regia: Vincent Garenq
Sceneggiatura: Vincent Garenq
Attori: Lambert Wilson, Pasca Elbé, Anne Brochet, Andrée Damant, Florence Darel, Marc Duret, Pilar López De Ayala

Tutti hanno desideri e sogni nascosti. Il pediatra Manu ha quello di diventare padre, ma si batte contro  un doppio ostacolo: è gay, e il proprio partner non vuol sentire parlare di paternità.
Deve quindi trovare una madre disposta a “cedere”, almeno part-time, un figlio concepito in vitro, e deve convincere il compagno ad accettare questa possibilità.
Dopo il fallimento di  questi due tentativi, cerca di adottare un figlio come padre single (in Francia è possibile, ma solo per gli etero) celando la propria natura: impossibile.
Esplora internet nel tentativo di trovare qualcuno che lo possa aiutare, ma ancora niente. 
Inseguire i propri sogni ha evidentemente un prezzo molto alto, e Manu si trova abbandonato, senza nessuno che realmente capisca il suo desiderio, con amici sempre più perplessi quando non ostili e una vita di relazione che lentamente ma inesorabilmente si sgretola.
Una soluzione potrà forse venire proprio da un incontro che non aveva, apparentemente, lasciato alcuna traccia. O, almeno, una possibilità di soluzione: che complicherà ulteriormente, ed irrimediabilmente, le sue relazioni.

Un film francese finalmente non sovrabbondante, non troppo  parlato e non troppo “interpretato”, con personaggi credibili e affannati quanto basta.
I protagonisti appartengono ad una classe sociale  che molto lavora ma molto ha anche a disposizione, in termini di denaro, possibilità e desideri realizzabili: e quando sfiora un dramma poco patinato come quello dell’immigrazione clandestina, lo fa con pochi, semplici tratti, potremmo dire con superficialità, proprio come ne potrebbero parlare gli stessi personaggi.
Ma non era questa la storia in cui occuparsi di tali enormi conflitti: il regista Vincent Garenq, autore anche della sceneggiatura, si limita a criticare il perbenismo politicamente scorretto delle istituzioni. “Io non ho voluto dipingere quella gay come la famiglia  “migliore”, ma come una famiglia possibile, questo certamente sì.”

Un film, potremmo dire, sulla voglia di sognare, di inseguire una meta; e sulle occasioni, spesso perdute, che inevitabilmente si presentano davanti a noi quando rincorriamo qualcosa di diverso,  di altro, con la frenesia che ci prende quando una parte della nostra vita sembra diventare il tutto.
Nello stesso  tempo racconta della capacità di cambiare solo per inseguire una passione, per condividere un sogno che forse non era neanche nostro.

Un doppio binario, una doppia lettura  che ci si snoda davanti e ci coinvolge strappando risate mentre ci si commuove, divertendoci  con un sapore  amaro in bocca.
Lo stesso  contrasto fra il sorriso aperto di chi sa di avere scommesso tutto su di un sogno, di averci creduto, che si scontra con quello, triste, di chi capisce di non esserci mai stato, dentro a quel sogno, e pur tuttavia felice di poterlo condividere.


© LiberaMENTE MAGAZINE 28 dicembre 2008