| I Bambini Immigrati |
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| di
Silvia Carena |
| L’italiano è una lingua difficile.
Questo luogo comune ottiene continuamente conferme, a cominciare dai dibattiti
televisivi, passando per i comizi dei politici, per finire tra le righe degli
articoli di giornale, dove al posto dei defunti congiuntivi trovano spazio ipotetiche
forme verbali ed abominevoli neologismi. Se nella giungla della grammatica
siamo noi italiani i primi ad essersi smarriti da tempo, non dobbiamo meravigliarci
se di fronte all’apprendimento della nostra lingua, molti immigrati stranieri
sono costretti a fare dietrofront, per recuperare idiomi nativi, che giustamente
non vogliono dimenticare. A settembre saranno in 500.000
gli alunni stranieri presenti nelle scuole italiane. La maggior parte degli alunni
immigrati frequenterà la scuola primaria (il 40%), mentre
100.000 ragazzi frequenteranno le superiori, di cui 80mila si concentreranno negli
istituti tecnici e professionali. Secondo le statistiche nelle superiori oltre il 25% degli studenti stranieri (uno
su quattro) ha almeno una battuta d’arresto. Questo vale soprattutto per i ragazzi
giunti in Italia dopo aver frequentato i primi anni di scuola nel Paese d’origine.
La frequenza da parte del bambino
immigrato della scuola primaria italiana facilita indubbiamente l’apprendimento
della nuova lingua, oltre a rappresentare un importante fattore di socializzazione
sia per il minore che per la famiglia. E’ in questa fase di avvicinamento
al nuovo universo al quale sono approdati, che la lingua gioca un ruolo fondamentale:
spesso sono i bambini che, grazie alla loro facilità di apprendimento, fanno da
tramite tra i genitori e la comunità, tra il Paese di provenienza con tutte le
sue tradizioni e le sue usanze, e il Paese dove la famiglia immigrata ha scelto
di iniziare una nuova vita. Da alcuni studi è emerso come
“nel giro di sei mesi – un anno il bambino sia in grado
di imparare la nuova lingua e di raggiungere una competenza superiore di quella
dei genitori.” Questo ovviamente quando l’apprendimento viene
stimolato ed assistito, quando la scuola si occupa di riempire il vuoto emozionale
che il bambino immigrato si porta dentro, e di rassicurare la famiglia che spesso
teme un’ “eccessiva occidentalizzazione” dei figli. Capita spesso insegnando nelle
scuole elementari, di trovarsi di fronte a bambini spaventati, che non sanno perché
si trovano in Italia e che non parlano perché rifiutano di riconoscere una nuova
identità che non hanno potuto scegliere. Sono la “génération involontarie”,
come La precarietà, la vulnerabilità
di questa generazione, sembrano essere legate alla sensazione di esser stati “ingabbiati
e coinvolti negli esiti di una scelta che essi, in quanto minori, hanno soltanto
subito”. In alcuni casi il silenzio sembra
essere per questi bambini un’arma di difesa, come a voler significare un rifiuto
per una realtà, una rinuncia, una totale assenza di volontà di condivisione e
di comunicazione. A questi fattori si aggiunge la
persistenza della lingua d’origine, che viene in genere utilizzata in famiglia,
nelle conversazioni quotidiane. E’in questa fase che l’insegnante o il “facilitatore linguistico” (figura importantissima, che si
avvicina all’idea delle femmes relais francesi, figure femminili che
si occupano dell’accoglienza del minore e della facilitazione dei suoi primi apprendimenti)
gioca un ruolo fondamentale: l’approccio
alla lingua italiana sarà coretto se si concentrerà sia sugli aspetti grammaticali
della lingua, sia su quelli relazionali: il bambino straniero inizierà a parlare
per esprimere stati d’animo, per farsi capire da un compagno, per attirare l’attenzione
dell’insegnante, per ottenere un aiuto; sarebbe controproducente porre dei freni
a questa tipologia di espressione, che inizialmente sarà scorretta e spesso carente,
ma che rappresenterà una base sicura sulla quale il bambino potrà costruire la
propria identità linguistica. L’insegnante si troverà spesso
di fronte a bambini bilingui, che non rinunceranno ad esprimersi utilizzando la
lingua del paese d’origine, che rappresenterà una sicurezza, una copertina di
Linus che li renderà più forti, e non certo un ostacolo all’apprendimento
della seconda lingua. Gli studi sul bilinguismo infantile
indicano infatti che il buon apprendimento della “LINGUA
DUE” non è assolutamente legato alla perdita della lingua madre; al contrario,
la perdita della lingua materna può causare effetti come crisi d’identità, scarsa
autostima, incomunicabilità ed instabilità caratteriali. I bambini stranieri devono poter
parlare la loro lingua d’origine, insegnarla ai loro coetanei, continuare ad usarla
in modo costante, perché una lingua racchiude un intero universo di significati
e di saperi, un mondo a cui l’immigrato è legato e che
non vuole e non deve dimenticare- Per questa ragione la scuola italiana
deve oggi prepararsi ad accogliere questi bambini, a considerarne i bisogni specifici,
a riconoscerli come portatori di competenze e di valori differenti, che non vanno
corretti o eliminati, bensì arricchiti ed incrementati. Perché il diverso che
tanto temiamo, può diventare fonte di sapere e di nuova ricchezza, di dialogo
e di miglioramento reciproco. Un bambino è una risorsa, una
possibilità di apertura e di confronto. Se imparerà a parlare come noi,
potrà parlare con noi. E il dialogo potrà continuare. Fonti: D.
Demetrio, G. Favaro, “Bambini stranieri a scuola”, Ed |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008 |