LiberaMENTE MAGAZINE

Basta che funzioni

di Chiara Bianchi

Basta che funzioni - Regia: Woody Allen

È estate. Decisamente. Lo dice il calendario e soprattutto il termometro che in questi giorni è sempre drammaticamente oltre la terza decina. Lo schermo si sposta nel cortile e le poltroncine imbottite diventano poco più che seggiole da campeggio, l’afa non perdona ma ci sono serate in cui il vento fresco di luglio seda un poco la canicola, ci sono granita e acqua fresca all’occorrenza. Insomma, non manca nulla. Ogni cosa è pronta per il rito sociale del cinema al’aperto, ancora più informale, ancora più aggregante.

Si parte con Woody Allen al meglio della sua forma. Tanto per cambiare gira a New York. Anzi torna a New York dopo la trasferta londinese e si rende subito riconoscibile; i film di Allen hanno davvero un marchio di fabbrica e non certo per noia o ripetitività; infatti, più volte ho sottolineato come, a livelli così alti di eccellenza, gli elementi ritornanti non sono mai ridondanti ma forniscono più la sensazione di un’urgenza, di una sottolineatura forte di determinati concetti fondamentali.

Questa volta non è lui, Woody Allen, protagonista (fisicamente) della sua storia ma si affida alla bravura e credibilità di Henry Cavill, perfetto per il ruolo di alter ego, come sempre nevrotico, problematico, brillante e misantropo.

Boris Yellnikoff, con un matrimonio fallito alle spalle ed un altrettanto fallito tentativo di suicidio, vive solo a New York passando le sue giornate lamentandosi di tutto e tutti, del passato, del presente e senza vedere nessun futuro. Una sera incontra casualmente Melody St. Anne Celestine, giovane donna ingenua, dolce e semplice, scappata di casa, che gli chiede ospitalità e sostegno; fra un brontolio e l’altro, Boris lascia entrare la ragazza in casa e piano piano anche nella sua vita.

Basta che funzioni è un film estremamente scorrevole; i dialoghi, i personaggi, i tempi ritmici, sono tutti perfetti, a sincrono, come un meccanismo ben oliato che decisamente, come da titolo, “funziona”; la sceneggiatura scorre leggera e sottolinea le tematiche fondamentali dei film di Allen: la ricerca dell’amore, la difficoltà dei rapporti, la scoperta e riscoperta del proprio io, il contatto con la realtà, il tentativo di emergere e di rendersi protagonisti nonostante tutto, difficoltà esterne ed interne (specialmente quelle), i desideri in rapporto alle possibilità che la vita concede, il gioco casuale del fato…il tutto condito da una buona dose di ironia, per non dire di sarcasmo (ma non troppo, diciamo un pizzico, come il classico puntino di pepe alla fine dell’elaborazione di un piatto) in dialoghi, confronti, esposizioni di sé continue.

Dicevamo del ritmo, come sempre scandito da perfette scelte e sottolineature musicali; questo è talmente calibrato da poter essere definito quasi teatrale; i luoghi, le persone, gli spazi stessi della città, come sempre protagonista non secondaria, danzano all’unisono e creano una cornice efficace, verosimile e godibile.

Gli attori, come sempre ottimamente diretti, danno decisamente il meglio di sé; Henry Cavill è eccezionale nell’interpretazione che di Boris molto probabilmente avrebbe dato lo stesso Allen, ed Evan Rachel Wood impersona perfettamente la leggiadra semplicità di una mente pura ed ingenua. Il balletto dei loro dialoghi e del loro rapporto, con tutto il corollario di comprimari, decisamente imprescindibili, contribuiscono senza dubbio alla perfetta riuscita dell’insieme.

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© LiberaMENTE MAGAZINE 25 luglio 2010
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