| Il
Bel Paese |
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| di Giulio
Paolicchi |
| Giorgio Gaber, nella canzone “La
strana famiglia”, diceva dell’Italia “Il bel paese sorridente dove si specula
allegramente sulle disgrazie della gente” ma Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
nel libro “La deriva-Perché l’Italia rischia il naufragio”
dicono molto di più e, molto più prosaicamente, snocciolano una quantità impressionante
di dati sul declino generalizzato del paese dai quali si trae la conclusione che l’abusato antonomastico
“Belpaese” ormai possa valere, al massimo e preceduto da parecchi punti interrogativi,
solo per i paesaggi (ad eccezione delle apprezzatissime,
non meno che noiosissime, colline fiorentine e senesi... ndr) e le bellezze artistiche
mentre, in origine, aveva un valore decisamente “olistico”, riferito ad un complesso
di “valori”: le doti etico-sociali degli italiani, la
loro spontaneità e la loro socievolezza, la simpatia e la comunicativa, la genialità
(?), il vino buono, l’ottimo cibo, il sole, il mare e tant’altro. Oggi, periti
nell’impatto con la realtà molti luoghi comuni sulle attrattive italiane, i superstiti,
nel migliore dei casi, hanno cambiato “dominio di valore”: l’antica lode “vedi
Napoli e poi muori”, tanto per dire, è diventata un’avvertimento
o una premonizione, a seconda dei casi. Premesso
che le etichette tipo “Belpaese” sono dei classici stereotipi, forse di un certo
aiuto per farsi una qualche idea approssimativa ma sostanzialmente di scarsa consistenza
conoscitiva, mi pare di tutta evidenza che uniformare un intero paese sotto la
tinta unita di un presunto cosiddetto “carattere nazionale”, sia almeno fuorviante
ed a maggior ragione nel caso dell’Italia, un paese nato e cresciuto nel segno
della divisione e dell’interesse particolaristico per il quale sarebbe assai ardito
parlare perfino di una generica cultura nazionale; figuriamoci se si possono generalizzare
i comportamenti individuali quotidiani in base a qualche non meglio definita euristica
di tipo pseudo-statistico... Sarà che il paese, in fondo,
è ancora “giovane” (come affermano alcuni ricordando che l’Inghilterra ha avuto
la sua prima carta costituzionale 700 anni prima di noi) e che meno di 150 anni
di vita nazionale non possano essere sufficienti ad unificare valori e culture
storicamente opposti e gruppi sociali con tradizioni
diversissime anche se occupano il medesimo territorio, ma è un fatto che l’unico
prodotto socio-culturale che oggi gode di una certa diffusione nazionale, sia
la lingua. Fatta la
dovuta eccezione per il primo ventennio dopoguerra, l’unico periodo nel quale
reputo che (probabilmente come espressione della voglia di ricominciare di coloro
che in mezzo alla distruzione totale si erano ritrovati miracolosamente vivi e
con una straordinaria voglia di vivere) i tentativi di effettiva unificazione
del paese siano stati intensi e numerosi, dalle infrastrutture stradali alle comunicazioni
di massa alle riforme istituzionali caratterizzate da un forte accentramento dei
poteri ma da una struttura organizzativa diffusa, le nostre vicende sociali sono
sempre state caratterizzate da notevoli difficoltà a riconoscere l’autorità dei
poteri centrali come sintesi rappresentativa della coscienza
nazionale (attenzione, non “nazionalistica”!) e da uno scarsissimo senso di coesione,
insomma, dalla sostanziale mancanza di uno spirito unitario fondato sul concetto
di “bene comune collettivo”. Addirittura, nell’ultimo quindicennio, le spinte
particolaristiche e gli egoismi localistici, forse anche amplificati dal rifiuto
della globalizzazione che è ritenuta -peraltro con una certa fondatezza- responsabile
dell’impoverimento generale, sono cresciuti di intensità, brutalità e numero fino
a diventare in molti casi tensioni di tipo schiettamente separatista. Ma
è in politica che, purtroppo, la predominanza di interessi specifici e circoscritti
ha avuto, a totale detrimento del bene collettivo, la sua apoteosi ed è stata
consacrata come “fondamento dell’etica di governo”, tanto che gli ultimi sei esecutivi
-una fra le tante conseguenze- hanno impiegato il loro tempo quasi esclusivamente
a fare tabula rasa di quel (in verità molto poco) che
aveva realizzato il precedente: ora, dato che i lavori per realizzare la grande
diga di oltre In
altre parole, la vita politica repubblicana è quasi sempre consistita in una lunghissima
serie di tentativi volrti ad assecondare le mille e mille convenienze di parte,
fino al disastro dell’ultimo decennio, tragico periodo per la dignità nazionale
nel quale l’ormai soverchiante prevalenza di quelle convenienze sull’interesse
generale (pressoché scomparso dall’orizzonte), ha decretato addirittura una nuova
quanto anomala concezione di “cosa pubblica” (che riconosce massima dignità solo
ai diritti strettamente “privati” o, al massimo, di gruppo) con la deprimente
conseguenza che anche buona parte della coscienza critica del paese ha, fatalisticamente,
finito per assumerla come tratto fisiologico, dunque immutabile, della vita nazionale:
a che cosa potremmo altrimenti imputare lo sbiadimento
di ogni pensiero originale, la generale perdita della capacità di stupirsi e di
indignarsi, il diffuso evitamento di qualunque impegno
diretto, di questi “mala tempora”? Contrariamente ad
un’idea che ultimamente è divenuta piuttosto comune, credo che il nostro non sia
affatto un paese “di destra” o “moderato”: più semplicemente,
non è “un paese” (inteso come “comunione di esperienze e sensibilità”) quanto,
semmai, una qualunquistica accozzaglia, variopinta e male assortita, di plurimi
“egoismi” solitamente in permanente reciproco conflitto. Alla
fine ciò che denota meglio il nostro “carattere nazionale” è probabilmente proprio
l’assenza di qualunque elemento unificante ovvero la polverizzazione di quello
che dovrebbere essere (dovrebbe?) l’interesse generale
in una miriade di microscopici interessi: ciò che a prima vista potrebbe sembrare
un sentimento di tipo “anarcoide” ma che non ha niente a che fare con l’anarchismo
quanto, invece, esprime l’ottuso ripiegamento delle persone e dei gruppi sociali
sul proprio “particulare”. Ed è ovvio che se il fondamento dell’azione
collettiva è il particolarismo e l’interesse generale,
ad esso subordinato e con priorità bassissima, non trova una sintesi, anche la
mancata percezione dei conflitti di interessi non può essere imputata ad un generico
difetto di sensibilità o a malafede bensì al non avvenuto sviluppo degli strumenti
culturali necessari a rilevarli. L’egoismo ha un carattere “solitario” e solipsistico
ed implica, necessariamente, atteggiamenti difensivi estremi; in pratica, il paese
è percorso e dominato soltanto da paure irragionevoli, che non hanno tardato a
produrre effetti perniciosi sulla convivenza senza peraltro neppur minimamente
stimolare le potenzialità solidaristiche, fino alla conseguenza ultima che è anche
la più spontanea e pericolosa in situazioni di questo genere: l’incoronazione
del “monarca”, il riconoscimento per acclamazione dell’“uomo forte”, il plebiscito
che designa il taumaturgo, scelto per far rinascere il paese. La
nostra storia, non per caso, è costellata di simili figure ma sinceramente pensavamo
che rischi di questo tipo fossero acqua passata, roba del passato: evidentemente
ci eravamo sbagliati di grosso. Con questo non intendo affatto dire che pavento
un futuro di manganelli ed olio di ricino (per quanto il mondo sia denso di simili
esempi), ci mancherebbe! ma certo che il Belpaese percorra
fino in fondo la strada di un astioso e sordo egoismo fino alla perdita totale
anche di quel poco di umana comprensione e solidarietà che mi auguro sia rimasta,
pensando di difendere tutti i cittadini in quanto singole entità mentre, in realtà,
riuscirà soltanto ad offrire il proprio corpo ai potenti perché ne facciano scempio,
è purtroppo una eventualità catastroficamente probabile. Insomma, non vorrei che
ritrovassimo, noi o i nostri figli, la voglia di “ricominciare” proprio sulle
macerie della “casa di famiglia” che abbiamo demolito |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 24 agosto 2008 |