Torna al Sommario
Mariane Pearl
Mariane Pearl
di Elena Refraschini

 

Mariane van Neyenhoff Pearl è nata il 23 Luglio 1967 a Cliché, in Francia. Le sue origini sono davvero quelle di una “cittadina del mondo”: la madre, Marita, era una giovane ragazza cubana (ma di padre cinese) che viveva in un povero quartiere dell’Havana e che sognava di sposare un intellettuale europeo che la facesse viaggiare per il mondo; incontrò il “suo” intellettuale nel bar di un albergo e fu come un colpo di fulmine. Lui era figlio di un mercante di diamanti olandese, e viaggiava per il mondo per assistere al corso di potenziali rivoluzioni – era infatti a L’Havana per offrire il suo aiuto a Fidel Castro, uno dei primi stranieri a farlo. Era anche un uomo depresso, e con manie suicide.

I due si sposarono, e quando videro che la rivoluzione stava diventando sempre più radicale, decisero di lasciare il Paese prima che fosse troppo tardi; si imbarcarono verso l’Olanda. Si trasferirono in seguito a Parigi, dove c’era una piccola comunità di immigrati cubani che potevano far sentire Marita un po’ meno sola.

Lei era piena di vita tanto quanto il marito era pieno del pensiero della morte. Si suicidò un giorno che la moglie e i due figli – Satchi di 11 anni e Mariane di 9 – erano in vacanza. Da quel momento, però, Marita insegnò ai figli che non bisogna mai perdere la speranza, e soprattutto, mai lasciare vincere la morte sulla vita. I party cubani clandestini che Marita dava a Parigi erano famosissimi, 800 o 900 persone vi partecipavano. Era il suo inno alla vita, alla musica, all’amore, al ballo, al sangue cubano che ancora, nonostante tutti i dolori, le scorreva caldo e vigoroso nelle vene.

Mariane ammette che è anche grazie a quello che le ha insegnato sua madre, che è riuscita a superare la più grande sventura immaginabile: il rapimento e barbara uccisione del marito e giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl da parte di estremisti militanti islamici nel Febbraio 2002. E’ stato grazie allo spirito di sua madre che è riuscita a non farsi schiacciare dal peso della morte e dell’odio e del desiderio di vendetta; è riuscita anzi a crescere da sola un meraviglioso bambino, Adam, nato solo tre mesi dopo la morte del padre.

Quando le viene chiesto come fa ancora oggi ad andare avanti, risponde che il vero segno di forza è riuscire a sollevarsi al di sopra dei propri istinti; un paragrafo denso di significato esprime in modo semplice e diretto la sua filosofia. Lo traggo dalla pagina a lei dedicata sul sito del “Forgiveness Project” (http://www.theforgivenessproject.com/stories/mariane-pearl) , nato per esplorare ed incoraggiare la nozione e la pratica del perdono, e per far conoscere storie personali che la riguardano.

Devi prenderti una sorta di vittoria sulle persone che ti hanno fatto del male, e l’unico modo per farlo è non soddisfare l’obiettivo dei terroristi. Cercano di uccidere tutto in te – iniziativa, speranza, fiducia, dialogo. L’unico modo che esiste per opporsi a loro è dimostrare quella forza che loro pensano di averti tolto. Quella forza consiste nel continuare a vivere, e continuare a dare valore alla vita.


© LiberaMENTE MAGAZINE 30 Giugno 2007