Torna al Sommario
Il Signor Kerouac e il Just in Time
di Giorgio Cambri

Il paese che accolse la beat generation fu  l’unico e autentico vincitore del secondo conflitto mondiale: qui era la cifra di una nazione che aveva risolto le contraddizioni con l’estero e che forniva l’impressione di averle risolte all’interno.

Gli Stati Uniti si presentarono al mondo e a sé medesimi come una nazione completa e autosufficiente nel senso pieno della parola e che proprio per questo motivo aveva saputo risolvere la guerra e le sue cause.

L’America degli anni quaranta era profondamente diversa da quella del decennio precedente: la fase eroica del new deal era terminata o meglio si era tradotta in fase bellica e il suo artefice, Franklin Delano Roosvelt era scomparso; tutte le tensioni, i conflitti degli anni trenta svanirono e si ridussero ad essere una lontana e insignificante memoria oppure un ricordo ancora capace di significanza solo e in quanto progredito dentro quella nuova completezza: un lontano ricordo il gangsterismo, un lontano ricordo gli scioperi a “gatto selvaggio” e la formazione dei grandi sindacati di categoria, attualità lo spirito dissacrante e lo sguardo disincantato sulle cose del mondo che, pure, veniva fuori da quei lontani e dimenticati accadimenti, attualità i film e la smorfia cinica di Humphrey Bogart, attualità una democrazia 'plebea' e invincibile nei pugni di Marlon Brando.

Il protagonista di on the road è un reduce della guerra che percepisce il relativo sussidio e che rende possibile l’inizio delle sue peregrinazioni intramericane, e questo è un incipit molto eloquente: il protagonista di on the road si lascia la guerra alle spalle ma usa il reddito, seppur limitato, che la militanza in quella gli ha offerto: il protagonista di on the road è un nuovo tipo di americano, un americano degli anni quaranta.

L'America è una nazione migrante, lo è stata nel XIX secolo e ha continuato ad esserlo nel XX, e negli anni trenta, soprattutto durante la grande depressione, questa sua caratteristica si è approfondita fino a divenire un tratto genetico dell'essere americani, quasi irrinunciabile. Ma tra gli anni trenta e i quaranta le qualificazioni di quella migrazione cambiarono profondamente:  dallo spostamento determinato dalla miseria e dalla penuria e votato alla ricerca di nuove opportunità di lavoro si giunse a un movimento che andava incontro al sogno delle opportunità personali, alle occasioni di una nuova cultura e di un nuovo modo di interagire nella società. Si verificò un movimento importantissimo dalla materialità e temporalità della produzione verso la sua immaterialità e atemporalità. Sulla strada americana degli anni trenta si caricano vecchi modelli della Ford  fino all'inverosimile, ci si buttano sopra nonne, figli, nipoti e cassapanche ci si mette alla ricerca di nuova occupazione da operaio, bracciante o al, meglio, impiegato. Sulle routes del decennio seguente si viaggia da soli o in scelta compagnia, si sperimentano molteplici marche automobilistiche e al fondo del viaggio non è un nuovo lavoro, ovvero non solo quello, ma una diversa dimensione di vita, un differente contesto emotivo, altri stati d'animo.

L'America si rivela come governo e libertà degli stati d'animo e gli stati d'animo si presentano come occasione di imprenditorialità massificata: il cinema che si accompagna al boom televisivo degli anni 50 e che si affianca a nuove, impensabili tecnologie, tecnologie digitali, produce, la quadratura di questo cerchio.

Gli stati d'animo sono un ottimo affare.

Non che la penuria sia stata eliminata dall'orizzonte sociale americano, ma rimane come fatto emarginante ed esclusivo, come colpa di una notevole, spesso notevolissima, minoranza di uomini che non ha saputo approfittare delle nuove opportunità economiche offerte. Rimane come dato soggettivo e non oggettivo. La penuria, la povertà, in questa mentalità, non sono il risultato del sistema sociale ma il prodotto di una incapacità di adeguarsi a quello, la penuria e la miseria sono il repertorio dei nostalgici dell'Europa e delle sue antiche lotte sociali, e non degli autentici interpreti della nuova America, sono il repertorio dei fuggiaschi dai paesi coloniali e colonizzati che avevano fatto rotta  verso Connie Island.

Insomma l'America scopre, negli anni quaranta, un nuovo concetto, quello di “classe media”, che è il suo concetto fondante, in base al quale si possono fare rivoluzioni e si possono, contemporaneamente, frenare e scopre, attraverso  questa complessità, di essere una nazione diversa dalle altre, proprio per avere la capacità di esprimerne il riassunto e di essere il filtro culturale di decine di etnie differenti.

L'America butta a mare, negli anni quaranta, definitivamente, Connie Island.

L'America è diversa perché, dopo la vittoria ottenuta nella seconda guerra mondiale, è terribilmente più avanti del resto del mondo e non ci possono essere paragoni sotto questo profilo. Il disincanto di Bogart diviene un disincanto valido universalmente: è la nuova umanità che avanza e che nessuno, qualche anno prima, avrebbe sospettato. Il disincanto di Bogart assomiglia da vicino al disincanto della beat generation.

L'America è, soprattutto, capitalismo compiutamente realizzato, è il mondo dell'abbondanza dove tutte le cose orbitano intorno agli uomini e non viceversa e insieme con quelle anche il tempo.

Semplifichiamo la metafora cinematografica: ve lo immaginate Amedeo Nazzari a Hollywood?  Bisognerebbe  presupporre una serie infinita e, assolutamente, improbabile di cortocircuiti culturali.

Proseguiamo ancora con le facili semplificazioni, facili ma interessanti, e andiamo avanti dunque con un episodio simpatico di fine anni quaranta: il presidente del Consiglio italiano in visita ufficiale negli Stati Uniti, Alcide De Gasperi, si ostinava a chiudere gli interruttori della sua camera d'albergo quando ne usciva: spegneva, semplicemente, le luci. Questo atteggiamento produsse ilarità tra i camerieri che non erano affatto abituati, anche a casa loro, a spegnere le luci nelle stanze nelle quali non soggiornavano. Questo aneddoto  è  indicativo di  mentalità diverse e di modi contrapposti di intendere il sistema sociale  e soprattutto di concepirne le  potenzialità economiche: il dominio infinito sul  mondo, fosse esso animato e non, era nelle mani dei camerieri d'albergo americani. Quegli alberghi erano stupendi grattacieli illuminati a breve distanza dalle periferie popolari e, credo, lo siano ancora. Ma non penso sia cosa importante per gli americani.

La guerra era finita ed era vinta, raramente in maniera così definitiva si era prodotta una sconfitta: il nemico e la sua nazione erano scomparsi e si era giunti ad assediare ed espugnare il palazzo del governo avversario. Su quelle ceneri nasceva un nuovo mondo e una nuova idea intorno al suo governo, un'idea inevitabilmente radicale: nulla sarebbe stato come prima e nulla si sarebbe imparentato con l'incubo dal quale ci si era appena liberati. Si ricostruiva la Germania e, in buona sostanza, l'intera Europa continentale secondo i modelli americani.

L'America fu la fine dell'incubo e lo rappresentò innanzitutto al suo interno: la libertà dimostrata in termini generali e astratti e cioè la libertà senza attributi.

Questa ventata di libertà riempì pienamente i polmoni di chiunque; la discrezione internazionale del new deal roosveltiano fu sostituita da una specie di cosmopolitismo aggressivo e totalizzante in base al quale l'interno e l'esterno della nazione si confondevano ed erano la medesima cosa.

L'America, d'altronde, aveva in sé buona parte di quelle nazioni sconfitte sotto forma di emigrazione e culture difficilmente o no penetrate in lei.

Sarebbe un facile artificio critico ricordare qui la “guerra fredda”, il maccartismo, e tutti i fenomeni di 'congelamento' sociale indotti in America e in Europa dopo la liberazione: dal piano Marshall fino a uno stillicidio di azioni politiche che sfuggirono anche al controllo dei loro autori. Sarebbe un artificio interessante, ma, al contempo, sarebbe un poco intelligente passo indietro rispetto all'analisi proposta.

Quello che, inequivocabilmente, venne fuori fu una nuova idea di libertà senza attributi e di una libertà che si giocava tutta sul terreno delle relazioni personali e dell'iniziativa privata. Questa nuova libertà aveva in sé un'energia propulsiva inimmaginabile prima, era fondata sulla natura stessa dell'uomo, era l'uomo.

L'America era l'antropologia, molto più che l'antropologia nazionalsocialista appena sconfitta, poiché non aveva bisogno di determinarsi in forme politiche e statuali, di rendersi coercitiva cioè, ma poteva scorrere in maniera libera e  riassumersi semmai solo dopo in forme politiche.

Il nazionalsocialismo e il fascismo avevano preteso di possedere una dimensione “roosveltiana”, bisogna dargliene atto: avevano scoperto il problema del tempo libero dal lavoro e dunque dell'immaginazione sociale e collettiva.

La soluzione del problema fu l'ideologizzazione del tempo libero e la creazione di organizzazioni politiche adatte ad 'occupare' l'uomo al di fuori del lavoro. In verità anche le organizzazioni francesi del “fronte popolare” si mossero in tal senso, con segno ideologico diverso ovviamente. Insomma era questa, negli anni trenta, una tendenza tipicamente europea.

In America questo assunto divenne immediatamente economico: l'uomo è tempo libero e poiché è tempo, tempo estorto e sottratto al lavoro, va messo in produzione, in una parola usato economicamente, in barba al romanticismo europeo.

Non interessa la produzione di stati d'animo politici, interessano stati d'animo in quanto tali e viene osservato il selvaggio mondo dell'antropologia e cioè affascina il tuffo libero di ognuno dentro il mondo dell'economia perché quello è il nuovo orizzonte del discorso sull'uomo.

C'è un solo orizzonte e una sola dimensione per il tempo: fascismo e nazismo, e in genere la cultura europea, avevano presagito questo appiattimento, ma lo avevano governato con ansia politica e avevano cercato di produrre, fittiziamente, una seconda dimensione, quella che, filosoficamente, si direbbe 'dualità', e cioè la possibilità di un altro mondo. L'America è assolutamente indifferente a queste ansie, non le appartengono.

L'America sa produrre questa incredibile trasformazione: il tempo biologico è il tempo produttivo e quindi produce una divina e teologica riconciliazione tra biologia ed economia.

Assonanza tra biologia ed economia, perfetta concordanza tra libertà specifica e libertà generale, qui sta il fondamento di un disagio immenso e, contemporaneamente, di una incredibile e folle voglia di abbracciarlo senza descriverlo.

Questo è sicuramente in on the road di Kerouac: c'è un passo non male quando il protagonista descrive gli scambi ferroviari di Denver e attraverso di quelli il significato dell'intera città che le sta dietro, anzi viene descritta la città in base a quelli.

Scrive Kerouac che un tempo lì si affollavano i migranti del decennio precedente, gente che si muoveva per la grande depressione e insieme con quella gente inevitabilmente persa (alcolizzati, vagabondi e vecchi sindacalisti rivoluzionari delusi) che quel fiume si era comunque portato dietro, ma per il protagonista  quello che ora risulta più interessante in tutte quelle esperienze è di acchiappare al meglio un treno senza essere intercettati dalle guardie ferroviarie e dunque un'azione concreta e riproducibile immediatamente nel presente. Una semplice azione di libertà, di una libertà che non si sa e che non è neanche importante descrivere se non usandola, una libertà che viene dal passato, che è insegnata dal passato, ma che con il passato non ha più nulla a che vedere.

Una libertà strana e nuova; una libertà just in time e priva di progetto e strategia.


© LiberaMENTE MAGAZINE 02 Giugno 2007