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I CIE: identità sospese

di Federica Pastorino

Una volta l'uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano. Così scriveva nel 1946 il saggista Stefan Zweig.

Questa è la situazione di tutti quei cittadini stranieri che, sprovvisti di un regolare permesso di soggiorno, vengono ospitati nei CIE.

I Centri di Identificazione ed Espulsione (prima denominati ‘Centri di permanenza temporanea e assistenza’) sono strutture istituite nel 1998 dalla legge Turco Napolitano (art.12 della legge 40/1998) dove si effettuano accertamenti sulle identità e sulle nazionalità degli immigrati in vista di una possibile espulsione.
Corrispondono di fatto a veri e propri centri detentivi.
Citando il rapporto di Medici Senza Frontiere “Al di là del muro”:
“Nella maggior parte dei CIE gli edifici ricalcano le strutture degli istituti penitenziari; alte mura di cinta, filo spinato e sbarre di ferro vigilate da agenti armati e, all’interno, blocchi alloggiativi rigidamente isolati dal resto della struttura da inferriate e cancelli serrati.”

Sono luoghi di transitorietà, di provvisorietà e di non appartenenza per uomini senza patria che qui, a causa di una violazione di una disposizione amministrativa come quella del mancato possesso di un documento di riconoscimento, vivono una sospensione dell’identità personale e del fondamentale diritto alla difesa legale.

La legge prevede che i CIE debbano rispondere a bisogni molto differenti tra loro.
“Sono luoghi dove coesistono e s’intrecciano in condizioni di detenzione situazioni di fragilità estremamente eterogenee tra loro da un punto di vista sanitario, giuridico, sociale e umano, a cui corrispondono esigenze molto diversificate.”

Nei due rapporti di Medici Senza Frontiere (prima quello del 2004, poi quello del 2010) vengono descritte strutture inadeguate e condizioni di grave disagio: immigrati alloggiati in container, esposizione a temperature estreme, spazi limitati, acqua, cibo e condizioni igieniche carenti.
In questi centri, gli individui vivono in uno stato di estrema promiscuità: dai tossicodipendenti alle vittime di tratta, da persone affette da malattie mentali a stranieri vittime di persecuzione, dai lavoratori irregolari a extracomunitari appena usciti dal carcere. Ognuno solo e simile a tutti gli altri.

Questa situazione porta inevitabilmente all’aggregazione dei singoli creando così un incremento della delinquenza e un aumento dei soprusi verso gli immigrati più deboli.

“Tale promiscuità rischia, da una parte, di esporre i trattenuti più fragili a vessazioni e angherie soprattutto da parte di coloro che, provenendo dal carcere, hanno già un’esperienza di detenzione e, dall’altra, di ostacolare il riconoscimento e l’aiuto dei soggetti vulnerabili.”

Sono carenti le strutturazioni dei servizi sanitari che forniscono cure a breve termine ma non garantiscono quelle di lungo periodo. Sono quasi del tutto assenti le misure di prevenzione delle epidemie e l’assistenza psicologica e psichiatrica nonostante i ripetuti casi di autolesionismo e suicidio.

“Dall’analisi dei dati raccolti nelle visite condotte nell’inverno del 2008 e nell’estate del 2009, sembra possibile affermare che un riconoscimento e una adeguata gestione dei diversi bisogni dei trattenuti appaiono inattuabili in strutture in cui sono internate per un periodo non definibile categorie di persone estremamente eterogenee. In tale contesto pare non verosimile articolare un’idonea pianificazione e realizzazione di interventi di assistenza, sostegno e protezione in qualsiasi ambito. Del resto, nessun ente gestore ipotizza di modificare le modalità di erogazione dei servizi in vista dell’allungamento del periodo massimo di detenzione da 2 a 6 mesi.

Un limite strutturale che può essere anche alle origini dell’elevato livello di tensione e malessere

all’interno dai centri…”

Tensioni legate sia alla detenzione in vista del rimpatrio sia alle limitazioni e alle ingiustizie subite all'interno dei centri.

Le ultime manifestazioni di protesta sono quelle riguardanti il prolungamento della detenzione fino a 180 giorni: recente è lo sciopero della fame avvenuto nei CIE di Gorizia e Milano, seguito pochi giorni dopo da disordini e fughe tentate e riuscite.

 

Per approfondire le ultime notizie sui CIE:

Tunisino scende dal tetto dopo 60 ore di protesta

Immigrazione: rivolte in CIE Milano e Gorizia

Fuga di massa dal CIE di Trapani

Immigrati nei CIE: una questione Spacca-Maroni

Fonti:

- “Al di là del muro” – Medici Senza Frontiere – Missione Italia, gennaio 2010

- www.ansa.it

- www.meltingpot.org

- www.wikipedia.it

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© LiberaMENTE MAGAZINE 25 luglio 2010
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