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Carpe Diem
di Elena Refraschini

Quante volte ce lo siamo sentiti dire…quel/la ragazzo/a potrebbe andarsene da un momento all’altro, vai a parlargli/le…carpe diem! Magari passerai anche questo esame anche se non sei così preparato… carpe diem! Magari sei ancora in tempo per prendere quel treno/aereo ecc, carpe diem!
Ma da dove viene questa magica formula che sembra racchiudere la chiave per una vita serena e piena di opportunità?
Viene da un carmen (componimento poetico in latino) di Orazio, poeta dell’età augustea nato l’8 Dicembre del 65 a.C. in Puglia. Alla morte di Virgilio, è proprio lui ad essere considerato il poeta più rappresentativo di quell’età, ed è infatti a lui che viene affidata la composizione del solenne “Carmen Saeculare” in occasione dei ludi del 17.

La poesia che a noi interessa è però contenuta nelle Odi (in latino, Carmina) composte dopo il 30 a.C., che racchiudono molti stili, modelli, ispirazioni e temi diversi; possiamo trovarvi alcune poesie di argomento privato, altre di argomento civile, ma anche riflessioni filosofiche o descrizioni paesaggistiche.
Le ricette per la felicità possono forse sembrare poco appetibili al lettore moderno: l’autosufficienza interiore, la pratica della moderazione, il mantenimento di un animo imperturbato nella fortuna e nei tempi avversi. Ma c’è qualcosa che rende difficile e insidioso il mettere in pratica questi dettami: l’inesorabile fuga del tempo che, geloso, traghetterà l’uomo fino alla morte.

Il messaggio di Orazio, contenuto nel carmen n° 11 del Primo libro, dedicato appunto alla fuga del tempo, è chiaro:

1      Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
2      finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
3      temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
4      seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
5      quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
6      Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
7      spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
8      aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

1.          Non domandarti – non è giusto saperlo – a me, a te
2.         quale sorte abbian dato gli dèi, e non chiederlo alle cabale babilonesi,
3.         o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
4.         se molti inverni Giove ancor ci conceda
5.         o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
6.         del mare Tirreno. Sii saggia, filtra il vino e accorcia la speranza
7.         perché lo spazio è breve. Mentre parliamo, il tempo
8.         geloso sarà passato: cogli l’attimo, e non fidarti del domani.

“Carpe diem”, letteralmente, significa “afferra ogni giorno”. Orazio, rivolgendosi ad una fanciulla che vuole conoscere il proprio futuro, le dona una mirabile sintesi di saggezza: non affannarti nella ricerca di risposte sul domani, ma accetta il tuo destino e vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo.
Il concetto non era certo nuovo all’epoca (se ne erano appropriati gli epicurei), eppure conserva una invidiabile potenza ancora oggi. L’uomo è in balia di eventi che lo strattonano e lo fanno schiantare contro situazioni dolorose (proprio come le onde del mar Tirreno si infrangono sugli scogli d’inverno), e all’uomo non resta altra soluzione se non quella di assaporare la vita nel più pieno dei modi (interpretabile così il riferimento al vino, simbolo simposiaco così caro ad orazio) senza affannarsi per il futuro.

E’ difficile mettere in pratica questi “consigli” nel nostro mondo moderno, costruito su castelli di carta – scadenze, impegni, orari, compiti, progetti, promesse; ma è proprio per questo motivo, per l’impietosa e affannosa velocità dei nostri giorni, che il messaggio carpe diem conserva la sua preziosità; la vita forse non è altro che una successione di innumerevoli istanti che devono essere vissuti, afferrati, spremuti il più possibile, prima che il tempo invidioso ci porti troppo presto al capolinea.

Elena Refraschini

© LiberaMENTE MAGAZINE 10 agosto 2008