torna all'indice
Così Triste Cadere in Battaglia
di Luca Giannoni

Autore: Kakehashi Kumiko


Iwo Jima è una piccolissima isoletta di origine vulcanica a sud del Giappone.
Oggi è completamente disabitata ma nel corso della seconda guerra mondiale rivestiva un ruolo di fondamentale importanza per la difesa delle coste giapponesi. Infatti l’isola, una volta conquistata dagli americani, avrebbe rappresentato il trampolino di lancio per le missioni di bombardamento aereo degli alleati spianando loro la strada verso la conquista del Giappone.
Per l’impero del Sol Levante la perdita di questi venti chilometri quadrati di terra sperduti nell’Oceano Pacifico avrebbe significato l’inizio della fine. Ad Iwo Jima si è combattuta una delle più sanguinose ed epiche battaglie del secondo conflitto mondiale, testimoniata da due splendidi film di Clint Eastwood che raccontano gli stessi eventi in modo complementare: “Flag of our fathers” dal punto di vista dei marines e “Lettere da Iwo Jima” da quello dei combattenti giapponesi. Il secondo, girato in bianco e nero ed in lingua giapponese (per fortuna ci sono i sottotitoli), è stato ispirato dal libro di Kakehashi Kumiko “Così triste cadere in battaglia”, volume impreziosito da una breve prefazione di Mario Rigoni Stern.

Personalmente ho seguito il percorso inverso. Sono passato dalla visione, assolutamente casuale, del film alla inevitabile ed entusiastica ricerca del libro. “Così triste cadere in battaglia” non è solamente la cronologia degli eventi che hanno portato alla conquista americana di Iwo Jima.
E’ soprattutto la storia di un uomo, il generale Kuribayashi, al quale era stato affidato il comando delle operazioni di difesa dell’isola. Un uomo la cui memoria è stata fortunatamente dissepolta dalle ceneri della storia per essere riportata ai giorni nostri.
Kuribayashi, di origine nobiliare come tutti gli alti ranghi dell’esercito giapponese, era un personaggio di grande spessore morale, estremamente colto, un abilissimo stratega militare ma soprattutto un uomo rispettoso e dotato di una umanità straordinaria
L’autrice riesce a meglio definire i tratti del personaggio anche grazie alla fitta corrispondenza che Kuribayashi intratteneva con la famiglia e con il comando centrale dell’esercito imperiale.
Il generale sapeva già, nel momento in cui raggiunse Iwo Jima nel giugno del 1944, che non avrebbe mai fatto ritorno, vivo, in Giappone. La disparità delle forze in campo era enorme. Ventimila soldati giapponesi abbandonati a loro stessi contro centomila marines americani supportati dai bombardamenti incessanti della flotta e dell’aviazione.
Ma il libro, e tanto meno il film, non si sofferma più di tanto sulla straordinaria ed eroica capacità di Kuribayashi e dei suoi uomini di difendere l’isola per quasi quaranta giorni. Quello che emerge veramente è la figura dell’uomo, un dimenticato eroe contemporaneo condannato a morte sicura per aver avuto il coraggio di prendere le distanze da una guerra non necessaria.
L’unico obiettivo perseguibile era quello di prolungare l’assedio americano per più tempo possibile nella vana speranza di sfiancare l’avversario e costringerlo a venire a patti con il Giappone ed evitare bombardamenti a tappeto del territorio nipponico. Tutto questo cercando di proteggere al massimo i propri uomini evitando loro qualsiasi assalto “suicida” che il protocollo delle forze militari giapponesi pretendeva come “necessario”.

Kakehashi Kumiko, nel descrivere la cronologia delle fasi di preparazione alla difesa di Iwo Jima e dell’assalto finale, riporta alla luce i testi delle lettere che Kuribayashi riuscì a spedire alla moglie e di quelle ritrovate nei sotterranei dell’isola dove i giapponesi tentarono di resistere in condizioni di vita impensabili. La tenerezza delle parole del generale riportano in vita una personalità affettuosissima, lucida, dignitosa ed una umanità neanche scalfita dalla tragedia incombente. Stupisce, nella fermezza del ruolo, il profondo rispetto e la bontà d’animo che egli mostrava verso tutti i suoi uomini.
Nonostante si parli di una guerra spietata e sanguinosa, il lettore non potrà far a meno di sentirsi pervaso da un profondo senso di pietà. L’idea del “nemico” non è più tale, viene completamente polverizzata.

“Tristi siam caduti” recita la sua ultima poesia.

Non sono le parole di un uomo di guerra.

Per chi, come il sottoscritto, oggi sente la mancanza di persone come Kuribayashi la lettura di questo libro potrà per lo meno ridare un po di speranza per il futuro.


© LiberaMENTE MAGAZINE 8 febbraio 2009