Autore:
Kakehashi Kumiko
Iwo Jima è una piccolissima
isoletta di origine vulcanica a sud del Giappone.
Oggi è completamente disabitata
ma nel corso della seconda guerra mondiale rivestiva un ruolo di fondamentale
importanza per la difesa delle coste giapponesi. Infatti
l’isola, una volta conquistata dagli americani, avrebbe rappresentato il trampolino
di lancio per le missioni di bombardamento aereo degli alleati spianando loro
la strada verso la conquista del Giappone.
Per l’impero del Sol Levante la
perdita di questi venti chilometri quadrati di terra sperduti nell’Oceano
Pacifico avrebbe significato l’inizio della fine. Ad Iwo
Jima si è combattuta una delle più sanguinose ed epiche battaglie
del secondo conflitto mondiale, testimoniata da due splendidi film di Clint Eastwood
che raccontano gli stessi eventi in modo complementare: “Flag of our
fathers” dal punto di vista dei marines e “Lettere da
Iwo Jima” da quello dei combattenti
giapponesi. Il secondo, girato in bianco e nero ed in lingua giapponese (per fortuna
ci sono i sottotitoli), è stato ispirato dal libro di Kakehashi Kumiko “Così triste cadere
in battaglia”, volume impreziosito da una breve prefazione di Mario Rigoni Stern.
Personalmente
ho seguito il percorso inverso. Sono passato dalla visione, assolutamente casuale,
del film alla inevitabile ed entusiastica ricerca del
libro. “Così triste cadere in battaglia” non è solamente la cronologia degli eventi
che hanno portato alla conquista americana di Iwo Jima.
E’ soprattutto la storia di un uomo, il generale Kuribayashi,
al quale era stato affidato il comando delle operazioni di difesa dell’isola.
Un uomo la cui memoria è stata fortunatamente dissepolta dalle ceneri della storia
per essere riportata ai giorni nostri.
Kuribayashi, di origine nobiliare come tutti gli alti ranghi dell’esercito
giapponese, era un personaggio di grande spessore morale, estremamente colto,
un abilissimo stratega militare ma soprattutto un uomo rispettoso e dotato di
una umanità straordinaria
L’autrice riesce a meglio definire i tratti del
personaggio anche grazie alla fitta corrispondenza che Kuribayashi
intratteneva con la famiglia e con il comando centrale dell’esercito imperiale.
Il generale sapeva già, nel momento in cui raggiunse Iwo
Jima nel giugno del 1944, che non avrebbe mai fatto
ritorno, vivo, in Giappone. La disparità delle forze in campo era enorme. Ventimila
soldati giapponesi abbandonati a loro stessi contro centomila marines americani
supportati dai bombardamenti incessanti della flotta e dell’aviazione.
Ma
il libro, e tanto meno il film, non si sofferma più di tanto sulla straordinaria
ed eroica capacità di Kuribayashi e dei suoi uomini
di difendere l’isola per quasi quaranta giorni. Quello che emerge veramente è
la figura dell’uomo, un dimenticato eroe contemporaneo condannato a morte sicura
per aver avuto il coraggio di prendere le distanze da una guerra non necessaria.
L’unico obiettivo perseguibile era quello di prolungare l’assedio americano
per più tempo possibile nella vana speranza di sfiancare l’avversario e costringerlo
a venire a patti con il Giappone ed evitare bombardamenti a tappeto del territorio
nipponico. Tutto questo cercando di proteggere al massimo i propri uomini evitando
loro qualsiasi assalto “suicida” che il protocollo delle
forze militari giapponesi pretendeva come “necessario”.
Kakehashi
Kumiko, nel descrivere la cronologia delle fasi di preparazione
alla difesa di Iwo Jima e dell’assalto finale,
riporta alla luce i testi delle lettere che Kuribayashi
riuscì a spedire alla moglie e di quelle ritrovate nei sotterranei dell’isola
dove i giapponesi tentarono di resistere in condizioni di vita impensabili. La
tenerezza delle parole del generale riportano in vita una personalità affettuosissima,
lucida, dignitosa ed una umanità neanche scalfita dalla
tragedia incombente. Stupisce, nella fermezza del ruolo, il profondo rispetto
e la bontà d’animo che egli mostrava verso tutti i suoi uomini.
Nonostante
si parli di una guerra spietata e sanguinosa, il lettore non potrà far a meno
di sentirsi pervaso da un profondo senso di pietà. L’idea del “nemico” non è più
tale, viene completamente polverizzata.
“Tristi siam
caduti” recita la sua ultima poesia.
Non
sono le parole di un uomo di guerra.
Per
chi, come il sottoscritto, oggi sente la mancanza di persone come Kuribayashi
la lettura di questo libro potrà per lo meno ridare un po
di speranza per il futuro.