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David LaChapelle
di Elena Refraschini

Pochi lavori fotografici contemporanei riescono ad essere così immediatamente riconoscibili ed esplosivi come quelli dell’americano David Lachapelle.
Nato nel 1963 in Connecticut, si trasferì da adolescente a New York City per frequentare la scuola di Arti Visive. Il suo primo incarico professionale come fotografo gli viene fornito da Andy Warhol, che vuole il giovane talento nella squadra della sua rivista “Interview Magazine” (“la” rivista dove tutti volevano lavorare al tempo). Da allora, non è stata che un’ascesa verso il successo.
Oggi Lachapelle vanta la pubblicazione di quattro volumi di fotografie, di cui uno prodotto in pochissimi esemplari autografati andati a ruba tra i collezionisti (alla modica cifra di più di mille dollari a copia): Lachapelle Land (1996), Hotel Lachapelle (1999), Artists and Prostitutes (ora inesistente – 2005), Heaven to Hell (2006).
E’ attivo anche nel campo dei videoclip musicali e spot televisivi: ha collaborato con i più grandi nomi della musica pop, da Elton John a Christina Aguilera a Britney Spears (di cui ha diretto il bellissimo video “Everytime”); ha anche diretto un singolare spot televisivo per la famosa brand H&M che rivisita il mito letterario di Romeo e Giulietta (titolo, infatti, dello spot).
“Come una interminabile serie di fuochi d’artificio”, così definisce l’opera di Lachapelle il nostro critico Vittorio Sgarbi, che ha “fortemente voluto” che la più grande mostra del fotografo si tenesse proprio a Palazzo Reale a Milano. Aperta da Settembre 2007 a Gennaio 2008, la mostra ha registrato un grande successo di pubblico, attirato probabilmente dalle fotografie glamour e patinate per cui Lachapelle è famoso, lavorando anche nel campo della moda e dell’intrattenimento. Ma dietro alle sue “belle immagini” piene di colori sgargianti e plasticità c’è molto più di quanto ci si aspetterebbe.

Le sue sono fotografie-grido che denunciano le ossessioni della società contemporanea, il nostro morboso rapporto con il piacere, col benessere, con ciò che è superfluo; mette a nudo le nostre paure, i nostri timori più reconditi. Ed è proprio grazie a quella patina glamour, grazie ai personaggi belli, ricchi o spesso grotteschi ma in ogni caso conosciuto, che riesce ad attirare l’attenzione del pubblico e ad incollarla alla sua opera.

Sembra strano, eppure non lo è: Lachapelle indica, tra le sue maggiori influenze, Michelangelo. Non risulta strano se si guarda attentamente l’ultima sua immensa opera (sette metri di lunghezza!), presentata per la prima volta al pubblico italiano proprio a Milano, “Deluge” (diluvio).  È chiaramente ispirata alla Cappella Sistina, con l’inserimento di alcuni elementi contemporanei e quindi con significati aggiunti. Negli occhi dei ritratti si vede la paura della punizione divina (paura sempre viva, congenita specie nel popolo americano nato su basi puritane, si pensi poi all’ultimo disastro che si è abbattuto che ha colpito la terra della madre di Lachapelle, l’uragano Katrina); rappresenta anche, tuttavia, un desiderio di purificazione e rinascita spirituale, in un mondo in rovina (simboleggiata dalla colomba che appare tra le rovine del Ceasar’s Palace, il famoso casinò di Las Vegas).

Deluge


Il tema del disastro è rivisitato varie volte, per esempio in “Museum” e “Statue”, entrambi del 2007, in cui vi è il tema dell’acqua che porta distruzione presso gli uomini, le uniche a salvarsi sono le opere d’arte, che sono tuttavia abbandonate a sé stesse. Scene di distruzione e di critica sociale, tuttavia, sono presenti anche in opere precedenti della sua carriera.
C’è poi l’analisi dello status di celebrità come benedizione e maledizione insieme: “Bell Jar” (2001) ritrae l’attrice Kirsten Dunst in una campana di vetro mentre cerca di uscire, simbolo stesso della fama: la campana è trasparente perché la persona famosa basa il suo successo sull’essere vista ed esposta al pubblico, ma allo stesso tempo essa è come una gabbia, da cui l’attrice non riesce ad uscire (ironia della sorte, proprio quest’anno la ragazza si è ritirata in un istituto per sconfiggere la depressione e lo stress). Oppure in “Faster. Faster, I’m almost there” (2001) vediamo Pamela Anderson (una delle muse del fotografo) che sfreccia nuda con solo un paio di stivali alti neri dietro ad un uomo in sella ad una moto mentre è inseguita ovunque da uno sciame di paparazzi: l’espressione sul viso della donna è di estasi sessuale (come suggerisce il titolo) o di timore per la pericolosa fuga e la velocità (come suggerisce la fotografia in sé)?
Lachapelle è anche un mistico, come si vede nella serie “Jesus is my homeboy” (2003), in cui la figura di Cristo è proiettata nell’ambiente urbano statunitense contemporaneo, con tanto di rappers e prostitute ad inscenare episodi pregnanti del racconto biblico.

Jesus in my Homeboy

La meditazione sulla morte è vista particolarmente in “Awakening”, uno degli ultimi lavori dell’artista, dove alcuni personaggi (realmente) immersi in vasche d’acqua sembrano annegare oppure ascendere al Paradiso – e tutti hanno nomi biblici.
Un’altra evidente influenza è quella della Pop Art, re-interpretata, per esempio, in “I want to live” (2001), in cui rielabora la famosa fotografia della sedia elettrica di Andy Warhol aggiungendoci un paio di scarpe col tacco lasciate indietro da una presunta “Cenerentola” condannata a morte; o anche “Amanda as Andy Warhol’s Marilyn” (2002) in cui appunto sostituisce alla famigerata Marilyn di Warhol il viso grottesco ed estremamente plastificato della transessuale Amanda Lepore, in assoluto la sua musa più caratteristica.

Amanda as Andy Warhol’s Marilyn

Lachapelle mette in scena l’ossessione per il consumo e la mercificazione della persona (specie del corpo femminile, come si vede per esempio in “Lil’ Kim: Luxury Item” del 1999), per il fitness come droga autodistruttiva che fa scadere spesso nel kitch (“Steroids shrink balls” del 2004); mostra ironicamente anche l’angoscia della middle-class americana degli anni Settanta nella serie “Recollections in America” del 2006, unico caso in cui non crea da zero la sua opera ma modifica digitalmente fotografie reali degli anni ’70 acquistate di seconda mano, aggiungendovi elementi patriottici che ricordano la guerra, in un contesto originale di festa e spensieratezza in famiglia.

David Lachapelle non può quindi e non deve essere considerato un fotografo di moda: certo, i suoi lavori sono a servizio della moda, il più delle volte. Ma è proprio attraverso quei servizi che, con la sua caratteristica ironia,  mette a nudo le debolezze e le contraddizioni della società dei consumi a cui apparentemente il suo obiettivo si assoggetta.

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008