LiberaMENTE MAGAZINE

Dian Fossey
Gorilla mon Amour

di Maria Teresa Biscarini

Nessunò amò i gorilla più di lei’. Questo l’epitaffio impresso sulla tomba di Dian Fossey (1932 -1985), etologa di fama mondiale che spese la sua vita a tutela della rara specie dei gorilla di montagna. Una missione la sua che andava ben oltre l’interesse scientifico. Tra le sue intime convinzioni quella secondo cui questi bestioni neri come la pece e con una maschera di cuoio al posto del volto, tanto per usare le sue parole, non fossero violenti, bensì capaci di affezionarsi agli umani. Convinzione che indurrà ad un radicale cambiamento nelle metodologie di studio degli animali in libertà. Dian si sedeva infatti tra i gorilla, immobile e totalmente disarmata, dapprima lontana dal branco, poi sempre più vicina fino alla completa integrazione nella comunità. Sempre a lei si deve la scoperta di gesti e vocalizzi emessi dai gorilla che lei stessa stimolava tramite la tecnica dell’imitazione.

Una vocazione, la sua, incoraggiata da una grande figura di studioso, Louis Leakey, fermamente convinto che l’osservazione di questi animali richiedesse particolari doti di pazienza, spirito di sacrificio e mancanza di pregiudizi, doti, a suo dire, più spiccate nelle donne. Vocazione che invece venne osteggiata dalla famiglia. Sembra, infatti, che alla morte del pesciolino rosso, suo unico animale domestico dell’infanzia, non le venne più concesso di acquistare altri animali. Ma la passione per il mondo animale non si spegne, anzi, forse per compensare il vuoto prodotto dalla separazione dei genitori, al quale si aggiunge il suo inesistente rapporto col nuovo patrigno, Dian asseconderà sempre di più il suo “demone” interiore. E’ infatti nella compagnia degli animali che la stessa trova il suo “habitat”. Per cui, seguendo questa scia, si iscriverà a alla facoltà di veterinaria, ben presto abbandonata per colpa della chimica e della fisica, virando poi verso la Occupational therapy¹ prima e la zoologia poi, conseguendo in entrambe la laurea.

Non dimenticherò mai il mio primo incontro con i gorilla – è lei stessa a dire - L'aria fu d'un tratto lacerata da una serie di strilli seguiti dal ritmico pok pok dei poderosi colpi vibrati sul petto da un grosso maschio dalla schiena argentata, celato dietro quella che sembrava un'impenetrabile parete di vegetazione...". Il primo a stringere con lei un patto di amicizia fu Peanuts, un maschio adulto, che le si avvicinò fino a toccarle la mano. Ma quello che lei amò più di ogni altro fu sicuramente Digit, massacrato dai bracconieri e alla cui memoria Dian creò il Fondo Digit (poi ribattezzato il Dian Fossey Gorilla Fund). Per ottenere informazioni sulla demografia e l'organizzazione sociale dei gorilla la studiosa dovette procedere al loro censimento imparando a distinguere gli individui della comunità. Dian conosceva singolarmente tutti i gorilla che abitavano nelle vicinanze del suo campo d’osservazione in Rwanda, all’inizio composto da due tende e una Land Rover usata, soprannominata Lily. Campo posizionato fra i vulcani Karisimbi e Visoke all’interno del Parco Nazionale dei Vulcani che presto diventò anche il quartiere generale delle pattuglie anti-bracconaggio dei gorilla da lei stessa organizzate, oltre che luogo di ricerca per numerosi scienziati.

Ed è proprio nel Karisoke Research Center, da lei stessa così battezzato unendo insieme i nomi dei due vulcani,  che cominciano a maturare le prime grandiose scoperte frutto di centinaia e centinaia di ore di osservazione. Le comunità dei gorilla di montagna erano basate sull’organizzazione di micro-gruppi capeggiati da un leader. Le trasferte per motivi di caccia o altro non comportavano mai separazioni. I gruppi, compresi i piccoli e le femmine,  non si separavano mai. La cura dei piccoli era appannaggio tanto delle femmine che dei maschi adulti, anch’essi capaci di notevole tenerezza e accudimento. Ogni gruppetto era fortemente coeso al suo interno e legato alle altre “famiglie”.  Digit, il prediletto della Fossey, trovò infatti la morte proprio nel tentativo di difendere la sua famiglia dai bracconieri. Sei mesi dopo un altro gorilla, da lei chiamato Uncle Bert, fece la stessa fine, così come altri membri del gruppo di Bert. Un senso di appartenenza familiare che, ironia della sorte, forse Dian sperimentò per la prima volta, proprio tra i suoi amati gorilla, essendo figlia di genitori separati.

Da qui la sua personale battaglia alla quale la National Geographic non restò indifferente sostenendola con un importante battage pubblicitario. Sue foto che la ritraevano circondata dai gorilla apparvero infatti sulla copertine della rivista. Tra la letteratura ispiratrice The Year of The Gorilla² dello zoologo George Schaller al quale fece seguito il romanzo scritto di suo pugno “Gorilla nella nebbia”³. La commovente umanità di questi King Kong dal cuore tenero indagati con amorevole dedizione dalla Fossey costituirà anche il leit motif di un film con Sigourney Weaver. L’attrice resterà talmente ben impressionata dalla vita di Dian da diventare Presidente Onorario del Fondo Dian Fossey. Un amore, quello della Fossey, che nemmeno la morte è riuscita a recidere. Il corpo di Dian ha infatti trovato sepoltura in un piccolo cimitero vicino al centro di ricerca, in mezzo alle tombe dei suoi amici gorilla, che grazie a lei, oggi sono una specie protetta.


¹ Disciplina che si occupa dei bambini affetti da malattie nervose.

² George B. Schaller, The Year of the Gorilla, University of Chicago Press, 1966.

³ Diane Fossey, Gorilla nella nebbia, Einaudi, Torino 1994.

 

Fonti

WIKIPEDIA

www.gorillafund.org

www.psicolinea.it

www.lifeofgaia.com


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 novembre 2009