| Il Diavolo Veste Prada |
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| di
Chiara Bianchi |
| Il diavolo veste Prada. David Frankel. USA 2006 Miranda
Prisley è dispotica, intransigente, insopportabile, maleducata, egocentrica e
pure sottilmente sadica. Ma è anche il direttore di Runaway, la rivista
di moda più autorevole del settore e lavorare per lei come assistente, anche solo
per un anno, apre le porte. Tutte. Lo
sa bene Il
diavolo veste Prada è sicuramente un
film estremamente glamour, un omaggio luminoso alla bellezza e al fascino che
il mondo della moda sempre e da sempre esercita, sul suo effettivo potere, manifestato
anche su chi crede di potervi prescindere, di poterlo rifiutare. Ma è umano essere
attratti da ciò che luccica, dai bagliori dorati del lusso, dalla frenesia della
passerella, dai flash dei fotografi, dalle seduzioni dello sguardo altrui. Questo
film è una gioia per gli occhi e scorre talmente liscio, ed è, pur nella sua crudeltà,
talmente politicamente corretto, da risultare infine molto meno incisivo di quello
che avrebbe potuto essere. La cattiveria di Miranda è palese ma non è così profonda
e radicata, lei non è, per intenderci il diavolo, è una donna forte, grandiosa
e con manie di grandezza che compensa una disastrosa vita privata con le angherie
e lo strapotere sul lavoro, che tenta di mantenere un controllo almeno in questo
ambito. Annotazioni
positive per le prove attoriali: Meryl Streep è fantastica, uno sguardo perforante,
un’algida, distaccata presenza che fa tremare tutto, che lo fa ruotare attorno
alla sua persona, che domina la scena incontrastata, che si rivela, per l’ennesima
volta, capace di qualsiasi performance (come ha dimostrato nel recentissimo Mamma
mia! dove balla, canta da folle e stralunata mamma hippie la gioia di vivere),
Stanley Tucci è semplicemente adorabile, elegante, sagace e ironicissimo, Emily
Blunt, la giovane prima assistente di Miranda, è una vera rivelazione, regala
un personaggio non stereotipato, verosimile con tutta una serie di piccoli atteggiamenti
riconoscibili (lo schiocco della bocca, il passarsi le mani sugli occhi) ed incarna
perfettamente lo stress lavorativo e la venerazione per il capo, Anne Hathaway
ha ormai sostituito Meg Ryan (convertitasi al botox) nell’immaginario collettivo
della fidanzatina d’America, la giovane bella e impacciata assolutamente inconsapevole
del proprio fascino, che sgrana gli occhioni e riesce sempre e comunque a mantenersi
inalterata; aspetto di vedere la prova di Rachel Getting Married per potermi
ricredere. La
regia è assolutamente al servizio della storia, discreta e funzionale, invisibile
(intesa con accezione positiva), la colonna sonora azzeccata, soprattutto dal
punto di vista commerciale, fa da contrappunto irrinunciabile al turbinio di situazioni,
al cambio d’abito, alla girandola degli eventi; tutto è molto patinato, come fosse
un numero di Vogue…ops, Runaway. Apparizione
di Valentino Garavani prima dell’addio alle sfilate. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 19 ottobre 2008 |