Il Dolce Traguardo
di Elena Refraschini

Nelle pagine di cronaca di questi ultimi anni ci si è trovati spesso a ragionare su che cosa costituisca una “buona morte”. Il dibattito trova spazio sui giornali ed in televisione soltanto quando fa capolino nel panorama italiano o internazionale un caso di umanità straziante, capace di suscitare emozioni forti nello spettatore della vicenda. È triste e tuttavia doveroso ricordare che sono tante le persone che in questo preciso momento trascorrono l’esistenza sul filo tra la vita e la morte.
Casi come quello di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby o, più recentemente, Eluana Englaro, vedono schierarsi come eserciti sul campo di battaglia due correnti di pensiero opposte e difficilmente conciliabili: le posizioni della bioetica laica e quelle della bioetica cattolica.
È opinione comune pensare che un “fronte” sia costituito dai laici (o addirittura atei) e l’altro semplicemente dalla Chiesa Cattolica di Roma, arroccata su di un cieco e rigido conservatorismo. È un’opinione affrettata ed errata.

I due paradigmi dominanti si differenziano in primis grazie a due diversi principi:
la bioetica cattolica crede nella cosiddetta “Sacralità della vita”, mentre quella laica crede nella “Qualità della vita”; è proprio partendo da questi diversi presupposti che si diramano i vari principi dei due modelli di pensiero. È importante notare che si parla normalmente soltanto di questi due modelli proprio perché sono loro a monopolizzare il dibattito mediatico grazie alla loro capacità di catalizzare l’opinione pubblica; esistono, quindi, diverse posizioni intermedie o alternative, che non vengono prese altrettanto in considerazione perché di importanza minore.

La bioetica cattolica si esprime a livello ufficiale nei vari documenti emanati dalla Chiesa cattolica e viene professata dai vari studiosi che ne condividono le posizioni (importante aggiungere che non tutti gli studiosi credenti o cattolici condividono le posizioni della relativa bioetica). Molti Papi si sono espressi a riguardo, basti pensare alla raccolta dei Discorsi e Radiomessaggi di Pio XII rivolti ai medici, all’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI del 1968, ai molti messaggi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La pretesa di universalità della dottrina cattolica deriva dalla sua stessa fondazione: non dogmatica e acriticamente tratta dalle Sacre Scritture, ma forgiata attraverso un preciso (e razionale) percorso filosofico.
Ragioniamo allora: perché la vita è sacra? Lo è innanzitutto perché è un dono di Dio; Dio è sacro, perciò la vita gode di una “sacralità partecipata”: è sacra in virtù della sua origine.
La vita è, inoltre, “non disponibile”: essendo dono di Dio, è sottratta alle scelte individuali dell’uomo; l’individuo deve limitarsi ad accettare il dono che gli è stato fatto, senza averne il possesso arbitrale. La vita è anche inviolabile (sono proibiti, quindi, omicidio e suicidio, ad eccezione del martirio – uccisione di sé stessi per una causa più grande, un bene superiore). Precisiamo che anche in ambiente cattolico è importante la “qualità” della vita, ma sempre subordinata alla sua inviolabilità (quindi, non importa quanto la vita sia diventata un’interminabile serie di sofferenze, essa è intoccabile).
Naturalmente, nella dottrina cattolica, è insita l’idea di un “piano divino” del mondo; riassumendo, al corpo umano il piano divino ha dato questo duplice fine: l’autoconservazione e la riproduzione. Ogni intervento medico che ostacola questi due fini viene considerato illecito (si sta parlando di contraccettivi, fecondazione assistita, aborto, eutanasia…). Vero è che il linguaggio religioso si è dotato di distinzioni un po’ fittizie per adattarsi alla progressiva complessità del mondo clinico (intenzione / azione, metodi terapeutici ordinari / straordinari): qui ci occupiamo però soltanto dei principi fondamentali della bioetica cattolica. 
Per esempio: perché vengono condannati i contraccettivi? Perché uno dei fini del corpo umano è quello della procreazione, ed è Dio a decidere la venuta all’esistenza di una vita umana, non la persona; utilizzarli diventa un sovvertimento della gerarchia dei doveri: viene prima l’adempiere al dovere divino di procreare, successivo è il diritto umano alla soddisfazione delle proprie esigenze.
Dal progetto di Dio sul mondo deriva una Natura umana immutabile, che genera una morale altrettanto immutabile fatta di atti proibiti “sempre e comunque”.
Questa, molto sintetizzata e semplificata, è la posizione cattolica in merito alla bioetica: questa è la posizione filosofica (che necessiterebbe di ulteriori approfondimenti che questo spazio non concede) da cui si esprimono Papi, Vescovi, ecclesiastici e studiosi cattolici.

La bioetica laica per la qualità della vita, invece, trae origine dal pensiero aristotelico e ha in Seneca uno degli esponenti più illustri. Crede che dall’uomo e dalla sua cultura, dalla sua evoluzione nei secoli, nasca la morale: essa non è quindi immutabile, ma procede di pari passo con la progressione del pensiero umano. Visto che la morale ha origine nell’uomo, egli ha libertà di scelta in ciò che riguarda la sua storia e la sua vita, a patto di non ledere la libertà altrui. In termini pratici, viene quindi data molta importanza al volere del paziente, che in passato veniva invece infantilizzato: egli è pienamente responsabile sulle scelte che lo riguardano.
Uno dei pilastri della bioetica laica è la non-sublimazione del dolore: esso non è sacro, non ha significato morale. Non è giustificabile.
Le vite umane, inoltre, hanno diverso valore: una persona che vive in stato vegetativo permanente senza possibilità di miglioramento ha meno valore di una vita che può uscire dallo stato grave momentaneo e continuare a svilupparsi. Questo concetto è molto più praticabile di quello cattolico a livello clinico ed economico, basandosi infatti su un criterio comparativo che permette di scegliere quali individui privilegiare in caso di pronto intervento o dove stanziare più fondi.
A tutto ciò si collega anche la concezione di persona: essa non è sacra perché dono di Dio, ma lo è in quanto possiede certe “funzioni” (l’identificazione delle”funzioni” varia da studioso a studioso).
I divieti in termini di morale, inoltre, non sono mai assoluti, ma vanno considerati nel loro contesto e nei casi particolari: si forma, così, una morale senza assoluti, e si polverizza la gerarchia assoluta tra i valori esaltata dalla bioetica cattolica.

In conclusione, la bioetica laica accetta la pluralità di opinioni riguardo ai modi di vivere e di morire, salvaguardandola come un valore arricchente e non temendola come male da estirpare.

Queste brevi spiegazioni sono necessarie per inquadrare tutti quei dibattiti che hanno polarizzato l’Italia, ultimo dei quali scatenato dall’appello del padre di Eluana Englaro, che pregava di staccare le macchine che tenevano “in vita” la figlia da ben sedici anni. è grazie a casi come questi che viene ricordata l’urgenza di introdurre anche nel nostro Paese norme precise e inequivocabili riguardo al testamento biologico. Una “dolce morte”, infatti, è quello che auspicano i familiari dei pazienti a cui è precluso il recupero di una vita relazionale, che sia quindi degna di essere vissuta.

Il dibattito è, naturalmente, ancora aperto. Per fortuna.

Fonti:

Giovanni Fornero, bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, 2005

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 21 settembre 2008