Nelle pagine
di cronaca di questi ultimi anni ci si è trovati spesso a ragionare su che cosa
costituisca una “buona morte”. Il dibattito trova spazio sui giornali ed in televisione
soltanto quando fa capolino nel panorama italiano o internazionale un caso di
umanità straziante, capace di suscitare emozioni forti nello spettatore della
vicenda. È triste e tuttavia doveroso ricordare che sono tante le persone che
in questo preciso momento trascorrono l’esistenza sul filo tra la vita e la morte.
Casi
come quello di Terry Schiavo, Piergiorgio Welby o, più
recentemente, Eluana Englaro, vedono schierarsi
come eserciti sul campo di battaglia due correnti di pensiero opposte e difficilmente
conciliabili: le posizioni della bioetica laica e quelle della bioetica cattolica.
È
opinione comune pensare che un “fronte” sia costituito dai laici (o addirittura
atei) e l’altro semplicemente dalla Chiesa Cattolica di Roma, arroccata su di
un cieco e rigido conservatorismo. È un’opinione affrettata ed errata.
I
due paradigmi dominanti si differenziano in
primis grazie a due diversi principi:
la bioetica
cattolica crede nella cosiddetta “Sacralità della vita”, mentre quella laica crede
nella “Qualità della vita”; è proprio partendo da questi diversi presupposti che
si diramano i vari principi dei due modelli di pensiero. È importante notare che
si parla normalmente soltanto di questi due modelli proprio perché sono loro a
monopolizzare il dibattito mediatico grazie alla loro capacità di catalizzare
l’opinione pubblica; esistono, quindi, diverse posizioni intermedie o alternative,
che non vengono prese altrettanto in considerazione perché di importanza minore.
La
bioetica cattolica si esprime a livello ufficiale nei vari documenti emanati dalla
Chiesa cattolica e viene professata dai vari studiosi che ne condividono le posizioni
(importante aggiungere che non tutti gli studiosi credenti o cattolici condividono
le posizioni della relativa bioetica). Molti Papi si sono espressi a riguardo,
basti pensare alla raccolta dei Discorsi
e Radiomessaggi di Pio XII rivolti ai
medici, all’Enciclica Humanae Vitae di Paolo VI
del 1968, ai molti messaggi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La pretesa di
universalità della dottrina cattolica deriva dalla sua stessa fondazione: non
dogmatica e acriticamente tratta dalle Sacre Scritture, ma forgiata attraverso
un preciso (e razionale) percorso filosofico.
Ragioniamo allora: perché la
vita è sacra? Lo è innanzitutto perché è un dono di Dio; Dio è sacro, perciò la
vita gode di una “sacralità partecipata”: è sacra in virtù della sua origine.
La
vita è, inoltre, “non disponibile”: essendo dono di Dio, è sottratta alle scelte
individuali dell’uomo; l’individuo deve limitarsi ad accettare il dono che gli
è stato fatto, senza averne il possesso arbitrale. La vita è anche inviolabile
(sono proibiti, quindi, omicidio e suicidio, ad eccezione del martirio – uccisione
di sé stessi per una causa più grande, un bene superiore). Precisiamo che anche
in ambiente cattolico è importante la “qualità” della vita, ma sempre subordinata
alla sua inviolabilità (quindi, non importa quanto la vita sia diventata un’interminabile
serie di sofferenze, essa è intoccabile).
Naturalmente, nella dottrina cattolica,
è insita l’idea di un “piano divino” del mondo; riassumendo, al corpo umano il
piano divino ha dato questo duplice fine: l’autoconservazione e la riproduzione.
Ogni intervento medico che ostacola questi due fini viene considerato illecito
(si sta parlando di contraccettivi, fecondazione assistita, aborto, eutanasia…).
Vero è che il linguaggio religioso si è dotato di distinzioni un po’ fittizie
per adattarsi alla progressiva complessità del mondo clinico (intenzione / azione,
metodi terapeutici ordinari / straordinari): qui ci occupiamo però soltanto dei
principi fondamentali della bioetica cattolica.
Per
esempio: perché vengono condannati i contraccettivi? Perché uno dei fini del corpo
umano è quello della procreazione, ed è Dio a decidere la venuta all’esistenza
di una vita umana, non la persona; utilizzarli diventa un sovvertimento della
gerarchia dei doveri: viene prima l’adempiere al dovere divino di procreare, successivo
è il diritto umano alla soddisfazione delle proprie esigenze.
Dal progetto
di Dio sul mondo deriva una Natura umana immutabile, che genera una morale altrettanto
immutabile fatta di atti proibiti “sempre e comunque”.
Questa, molto sintetizzata
e semplificata, è la posizione cattolica in merito alla bioetica: questa è la
posizione filosofica (che necessiterebbe di ulteriori
approfondimenti che questo spazio non concede) da cui si esprimono Papi, Vescovi,
ecclesiastici e studiosi cattolici.
La
bioetica laica per la qualità della vita, invece, trae origine dal pensiero aristotelico
e ha in Seneca uno degli esponenti più illustri. Crede che dall’uomo e dalla sua
cultura, dalla sua evoluzione nei secoli, nasca la morale: essa non è quindi immutabile,
ma procede di pari passo con la progressione del pensiero umano. Visto che la
morale ha origine nell’uomo, egli ha libertà di scelta in ciò che riguarda la
sua storia e la sua vita, a patto di non ledere la libertà altrui. In termini
pratici, viene quindi data molta importanza al volere del paziente, che in passato
veniva invece infantilizzato: egli è pienamente responsabile sulle scelte che
lo riguardano.
Uno dei pilastri della bioetica laica è la
non-sublimazione del dolore: esso non è sacro, non ha significato morale.
Non è giustificabile.
Le vite umane, inoltre, hanno diverso valore: una persona
che vive in stato vegetativo permanente senza possibilità di miglioramento ha meno valore di una
vita che può uscire dallo stato grave momentaneo e continuare a svilupparsi. Questo
concetto è molto più praticabile di quello cattolico a livello clinico ed economico,
basandosi infatti su un criterio comparativo che permette
di scegliere quali individui privilegiare in caso di pronto intervento o dove
stanziare più fondi.
A tutto ciò si collega anche la concezione di persona:
essa non è sacra perché dono di Dio, ma lo è in quanto possiede certe “funzioni”
(l’identificazione delle”funzioni” varia da studioso a studioso).
I divieti
in termini di morale, inoltre, non sono mai assoluti, ma vanno considerati nel
loro contesto e nei casi particolari: si forma, così, una morale senza assoluti,
e si polverizza la gerarchia assoluta tra i valori esaltata dalla bioetica cattolica.
In
conclusione, la bioetica laica accetta la pluralità di opinioni riguardo ai modi
di vivere e di morire, salvaguardandola come un valore arricchente e non temendola
come male da estirpare.
Queste
brevi spiegazioni sono necessarie per inquadrare tutti quei dibattiti che hanno
polarizzato l’Italia, ultimo dei quali scatenato dall’appello
del padre di Eluana Englaro, che pregava di staccare
le macchine che tenevano “in vita” la figlia da ben sedici anni. è grazie a casi come questi che viene ricordata l’urgenza di
introdurre anche nel nostro Paese norme precise e inequivocabili riguardo al testamento
biologico. Una “dolce morte”, infatti, è quello che auspicano i familiari dei
pazienti a cui è precluso il recupero di una vita relazionale, che sia quindi
degna di essere vissuta.
Il dibattito
è, naturalmente, ancora aperto. Per fortuna.
Fonti:
Giovanni
Fornero, bioetica cattolica e bioetica laica, Bruno Mondadori, 2005