Emily Carr |
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| di Maria
Teresa Biscarini |
| “Era stata a San Francisco e l’aveva trovata meschina, a Londra e si era
sentita soffocare. Aveva percorso le Montagne Rocciose sulla Canadian Pacific Railway, trattenendo il fiato di fronte alla potenza
delle cime frastagliate, aveva galoppato a pelo in un ranch nel Western Cariboo,
[…] Era tornata nel salotto inamidato e
cosparso di centrini di quella gabbia gialla a due piani che era la casa natale
di Victoria, nella Columbia Britannica, e vi aveva trovato solo ipocrisie e critiche.
Ma la costa occidentale dell’isola di Vancouver, sferzata dalle onde
e profumata di alghe e spruzzi salini, la foresta pullulante e minacciosa, popolata
dai discorsi dei corvi e da altri segreti, le case comuni di cedro scorticate
dalle intemperie fino a diventare di un meraviglioso color argento, quel luogo
grondante di succhi vitali era più selvaggio, più libero, più seducente di quanto
lo ricordasse […]”. Così
Susan Vreeland ne “L’Amante
del bosco”¹ rilegge la personalità irrequieta ma per questo forse più
affascinante di Emily Carr, pittrice culto di generazioni
di artisti. Nata nel Un mondo dai paesaggi aspri e selvaggi, popolato dalle tribù di indiani che ben presto diventano fonte privilegiata d’ispirazione per la sua arte. Il viaggio che la porterà a toccare i territori più desolati della Columbia, la condurrà fino ai più remoti villaggi dei pellerossa. E sarà proprio questo ambiente fatto di totem,
case di cedro, canoe e soprattutto di alberi maestosi a costituire il motivo principale
della sua ispirazione. “Si sarebbe inchinata davanti al vigoroso pino bianco, al coraggioso ontano,
al rinfrescante abete rosso, al potente abete Douglas, al sofferente abete canadese,
all’acero che donava rifugio, al suo amato cedro. Si sarebbe inchinata davanti alla Selvaggia
Donna di Cedro che vive nella foresta. Questa le avrebbe teso la mano di legno,
cantando il suo selvaggio uu uu, e avrebbe rimesso insieme i suoi pezzi centinaia
di volte ancora. Avrebbe bevuto il succo del bosco e si sarebbe
immersa nel mare delle possibilità”.
Possibilità che l’ambiente di origine le aveva negato, ma di cui la Carr si riapproprierà arrivando a destare scandalo. Single,
dedita all’arte, che scelse di vivere tra le tribù indiane
in modo selvaggio e pagano, prendendo addirittura parte al potlatch² …decisamente troppo per i dettami della buona società
dell’epoca. Un’
icona del femminismo rimasta ai margini della storia, e solo da ultimo
riscoperta grazie anche ai suoi coloratissimi pali totemici, suggestiva trasposizione
di quelli eretti nell’altrettanto evocativo bosco dell’isola di Vancouver. Uno
sdoganamento al quale contribuì il successo internazionale riscosso dalla mostra
tenutasi ad Ottawa dopo anni di solitario “esilio” all’interno della cultura nativa
indiana. Un esilio necessario a sublimare nell’arte ciò che la vita le precludeva.
Anche perché mai e poi mai si sarebbe arresa al destino riservato alle donne dell’epoca.
Basti solo ricordare che la sua arte rivoluzionò i dettami in voga nell’ambiente
americano. E cosa ancora più significativa, sarà ancora grazie a lei se ad oggi
ci è ancora consentito ammirare pali totemici altrimenti persi per sempre. A titolo
esemplificativo vanno ricordati: Il Totem Che piange, Una foresta di totem, Il
Villaggio di Kispiox, il Palo dell’Orso Grizzly, Pali
totemici di Kitsegukla.
Note ¹ Susan Vreeland, L’Amante del bosco, (Traduzione di Chiara Gabutti), Neri Pozza, Vicenza, 2004 ² Cerimonia
tipica di alcune tribù di Nativi Americani. Tradizionalmente comprende un banchetto
a base di carne di foca o di salmone. E’inoltre esempio di economia del dono in
cui gli ospitanti mostrano la loro ricchezza e la loro importanza attraverso la
distribuzione dei loro possessi, spingendo così i partecipanti a contraccambiare
quando terranno il loro potlatch. ³ Emily Carr, Hundreds and Thousands,
1966 Fonti wikipedia Vreeland,Susan, L'amante del bosco, (Traduzione di Chiara Gabutti), Neri Pozza, Vicenza, 2004
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© LiberaMENTE MAGAZINE 13 dicembre 2009 |