LiberaMENTE MAGAZINE

Emily Carr
L'amante della foresta nell'isola di Vancouver

di Maria Teresa Biscarini

Era stata a San Francisco e l’aveva trovata meschina, a Londra e si era sentita soffocare. Aveva percorso le Montagne Rocciose sulla Canadian Pacific Railway, trattenendo il fiato di fronte alla potenza delle cime frastagliate, aveva galoppato a pelo in un ranch nel Western Cariboo, […] Era tornata nel salotto inamidato e cosparso di centrini di quella gabbia gialla a due piani che era la casa natale di Victoria, nella Columbia Britannica, e vi aveva trovato solo ipocrisie e critiche. Ma la costa occidentale dell’isola di Vancouver, sferzata dalle onde e profumata di alghe e spruzzi salini, la foresta pullulante e minacciosa, popolata dai discorsi dei corvi e da altri segreti, le case comuni di cedro scorticate dalle intemperie fino a diventare di un meraviglioso color argento, quel luogo grondante di succhi vitali era più selvaggio, più libero, più seducente di quanto lo ricordasse […]”.

Così Susan Vreeland neL’Amante del bosco¹ rilegge la personalità irrequieta ma per questo forse più affascinante di Emily Carr, pittrice culto di generazioni di artisti. Nata nel 1871 a Victoria, nella Columbia Britannica, Emily si trova ben presto a scontrarsi con le ipocrisie e i pregiudizi della società vittoriana dai quali, appena può, fugge alla ricerca di un luogo che le consenta di esprimere il suo vero io. Ma sarà solo nella foresta dell'isola di Vancouver, uno tra i posti più selvaggi, liberi e seducenti della terra, che troverà il suo “démone”: il bosco.

Un mondo dai paesaggi aspri e selvaggi, popolato dalle tribù di indiani che ben presto diventano fonte privilegiata d’ispirazione per la sua arte. Il viaggio che la porterà a toccare i territori più desolati della Columbia, la condurrà fino ai più remoti villaggi dei pellerossa.

 E sarà proprio questo ambiente fatto di totem, case di cedro, canoe e soprattutto di alberi maestosi a costituire il motivo principale della sua ispirazione. Si sarebbe inchinata davanti al vigoroso pino bianco, al coraggioso ontano, al rinfrescante abete rosso, al potente abete Douglas, al sofferente abete canadese, all’acero che donava rifugio, al suo amato cedro. Si sarebbe inchinata davanti alla Selvaggia Donna di Cedro che vive nella foresta. Questa le avrebbe teso la mano di legno, cantando il suo selvaggio uu uu, e avrebbe rimesso insieme i suoi pezzi centinaia di volte ancora. Avrebbe bevuto il succo del bosco e si sarebbe immersa nel mare delle possibilità. Possibilità che l’ambiente di origine le aveva negato, ma di cui la Carr si riapproprierà arrivando a destare scandalo. Single, dedita all’arte, che scelse di vivere tra le tribù indiane in modo selvaggio e pagano, prendendo addirittura parte al potlatch² …decisamente troppo per i dettami della buona società dell’epoca.

Un’ icona del femminismo rimasta ai margini della storia, e solo da ultimo riscoperta grazie anche ai suoi coloratissimi pali totemici, suggestiva trasposizione di quelli eretti nell’altrettanto evocativo bosco dell’isola di Vancouver. Uno sdoganamento al quale contribuì il successo internazionale riscosso dalla mostra tenutasi ad Ottawa dopo anni di solitario “esilio” all’interno della cultura nativa indiana. Un esilio necessario a sublimare nell’arte ciò che la vita le precludeva. Anche perché mai e poi mai si sarebbe arresa al destino riservato alle donne dell’epoca. Basti solo ricordare che la sua arte rivoluzionò i dettami in voga nell’ambiente americano. E cosa ancora più significativa, sarà ancora grazie a lei se ad oggi ci è ancora consentito ammirare pali totemici altrimenti persi per sempre. A titolo esemplificativo vanno ricordati: Il Totem Che piange, Una foresta di totem, Il Villaggio di Kispiox, il Palo dell’Orso Grizzly, Pali totemici di Kitsegukla.

Una foresta di Totem

Non a caso ci vorranno anni prima che il Canada senta la necessità di trovare un’identità nel suo paesaggio e nel retaggio culturale delle popolazioni che l’abitavano prima dell’arrivo dell’uomo bianco. Sarà quindi anche merito di Emily Carr e del suo viaggio, prima interiore e poi reale, se anche noi oggi possiamo cogliere le radici di una cultura e di uno spirito a noi estranei. Ed infatti parafrasando le parole della Carrc’è qualcosa di più grande di un fatto, lo spirito che lo sottende, tutto ciò che un fatto nasconde, l’umore, la vastità, il respiro”³. Vastità e respiro che la Carr sperimentò peregrinando tra i vari villaggi (Kwakwaka'wakw, Gitksan, Haida) disseminati nelle isole dell’arcipelago delle Queen Charlotte Islands.  Un viaggio dunque vissuto in solitudine forse perché, come dice anche la Vreelandi viaggi importanti devono essere fatti da soli”.

 

Note

¹ Susan Vreeland, L’Amante del bosco, (Traduzione di Chiara Gabutti), Neri Pozza, Vicenza, 2004

² Cerimonia tipica di alcune tribù di Nativi Americani. Tradizionalmente comprende un banchetto a base di carne di foca o di salmone. E’inoltre esempio di economia del dono in cui gli ospitanti mostrano la loro ricchezza e la loro importanza attraverso la distribuzione dei loro possessi, spingendo così i partecipanti a contraccambiare quando terranno il loro potlatch.

³ Emily Carr, Hundreds and Thousands, 1966

 

Fonti

www.railibro.rai.it

wikipedia

Vreeland,Susan, L'amante del bosco, (Traduzione di Chiara Gabutti), Neri Pozza, Vicenza, 2004

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© LiberaMENTE MAGAZINE 13 dicembre 2009