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Premessa

Lo scopo che mi sono prefissata tramite la stesura di questa tesina è mettere in evidenza un particolare modo di concepire l’arte e la bellezza. Una concezione che non si limita solamente al puro giudizio estetico, ma che cerca di spingersi oltre, ricercando il vero significato del termine “bello” all’interno dei sentimenti e delle sensazioni che un’opera d’arte, una poesia, una formula matematica possono trasmetterci. Da qui il motivo per cui ho scelto di elaborare la copertina della mia tesina con un’immagine che ritrae il celebre dipinto di Munch, “Il Grido”. L’opera del pittore norvegese, seppur basandoci sui canoni classici non possa ritenersi esteticamente bella, è in grado di far scaturire in chi la guarda, un forte senso di angoscia e inquietudine. Ed è proprio in questa capacità di trasmettere sensazioni, di coinvolgere che è racchiusa la vera bellezza di un’opera d’arte.
Il percorso che ho intenzione di intraprendere partirà da questa mia personale interpretazione del concetto di bellezza per poi arrivare a definire quello di “esteta” ed “estetismo” attraverso i suoi maggiori interpreti. Tra questi, impossibile non citare Immanuel Kant, autore de “La Critica del giudizio”, uno dei più importanti libri sull’estetica.
Il tema della bellezza sarà accostato e confrontato con il tema del sublime, introducendo e confrontando le diverse opinioni in merito di filosofi quali Burke, Hegel Schopenhauer e Kant. Quest’ultimo, autore de La Critica del Giudizio, uno dei più importanti libri sull’estetica, sarà il punto di partenza del mio percorso e, tramite il confronto con i filosofi prima citati, mi aiuterà a introdurre il pensiero di Nietzsche, il filosofo che diede vita alla teoria del Superuomo.

 Collegandomi a Gabriele D’Annunzio, il cui egocentrismo si manifesta soprattutto nelle sue folli azioni politiche, nel suo "vivere inimitabile" e nel suo superomismo, e passando ad analizzare la poetica di Baudelaire, ritenuto dai più il poeta maledetto, arriverò a trattare di Oscar Wilde, il dandy libero e anticonformista, per la cui presentazione non occorre altro che una delle sue famose espressioni: "I have nothing to declare except my genius!"
La vita del dandy non fu certo facile, egli venne arrestato per omosessualità durante il periodo della Belle Epoque, epoca di grande splendore e progresso che attraversò la Francia verso la fine dell’Ottocento. Essa mi permetterà un collegamento con il movimento dell’Art Nouveau e un’analisi di uno dei suoi massimi esponenti, Gustav Klimt, artista che fece un bellissimo ritratto di Giuditta I, un personaggio biblico eroina del popolo ebraico.
Canoni di bellezza sono rintracciabili anche all’interno di formule matematiche, come la sezione aurea (o divina proporzione), presente nella natura, nell’architettura e nella pittura. Per dimostrare ciò, prenderò in considerazione alcune opere di artisti come Seurat e Dalì, i quali si sono serviti proprio del numero, con lo scopo di regalare ai loro dipinti una perfetta armonia e una precisa rappresentazione di figure umane.
Il culto della bellezza, oltre ad essere rintracciabile in formule matematiche e letterature moderne, già esisteva ai tempi di Nerone, e questo è dimostrato dalla figura di Petronio, considerato il primo esteta latino.
L’egocentrismo e la continua ricerca della bellezza da parte di figure come Petronio, D’Annunzio, Baudelaire e Wilde, mi permetteranno di introdurre e di definire il concetto di narcisismo, attraverso gli studi e i contributi di Freud, il fondatore della psicanalisi, e Melanie Klein, una delle personalità più decisive e influenti del movimento psicoanalitico.
Arriverò infine ad attualizzare il concetto di bellezza, analizzando le influenze che al giorno d’oggi l’estetica può avere in campo lavorativo, politico, scolastico e quotidiano, per poi concludere con una personale riflessione connessa al motivo per cui ho scelto di intitolare la mia tesina Estetismo: un paradiso artificiale.
Oltre l’apparenza: la bellezza dei sentimenti

Nel suo “Elogio della Pazzia” Erasmo da Rotterdam ci illumina con una vera perla di saggezza: “Per un ubriaco non vi è quadro più bello dell’insegna di un’osteria”. Una variante del vecchio detto popolare partenopeo che tradotto in italiano suona più o meno così: “Ogni scarafaggio è bello per sua madre”. Saggezza popolare e filosofia convergono per dirci quello che è uno dei luoghi comuni più usati quando si parla di “bellezza”: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Ma è proprio così? E anche se fosse, se davvero il bello è ciò che piace soggettivamente, perché in determinate epoche storiche o in determinate culture piacciono alcune cose che non piacciono più in altri contesti o in altri periodi?

Certo, è sempre dal gusto personale che giudichiamo la bellezza e non sempre ci ritroviamo ad apprezzare quello che i nostri avi consideravano come sinonimo di bellezza. Le modelle tondeggianti dei quadri rinascimentali difficilmente rappresentano la bellezza femminile così come ci viene proposta oggi dalle sfilate di moda, dalle pubblicità o dalle pellicole cinematografiche. Ma non serve poi andare così lontano, basta guardare un video clip musicale degli anni ottanta per trovare come minimo ridicole quelle pettinature cotonate e vaporose che andavano tanto in voga appena venti anni fa. Ma allora è questa la bellezza? La bellezza è moda? Non è bello ciò che è bello e ma è bello ciò che è di moda? Ma che cos’è la moda in fondo se non un’accettazione culturale condivisa e provvisoria dell’estetica del momento? Certo un momento effimero e breve come quello di una stagione, ma pur sempre frutto di una forte condivisione sociale di parametri e schemi che, provenienti da chissà dove, si impongono prepotentemente nell’universo dell’immaginario collettivo del momento. E se la bellezza fosse proprio resistere alla moda? Quell’equilibrio d’armonia e forma che rimane immutabile a dispetto di ogni stravaganza proposta da stilisti e fotografi? La verità è che non può esistere una scienza del bello partendo da questi presupposti, un tramonto, un fiore in un prato primaverile, un paesaggio di montagna… Difficilmente possiamo negare la loro bellezza e l’emozione che da sempre provocano nell’animo umano, ma se proviamo a spiegare oggettivamente perché tali cose sono belle difficilmente vi riusciamo e tutto rimane racchiuso in una sfera troppo personale e intima per essere tradotta in concetti oggettivi e univoci. Una scienza del bello i questi termini non esiste e non è mai esistita e forse è anche riduttivo e banale provare a crearne una. Come applicare canoni prestabiliti a un qualcosa che ci affascina proprio per essere indefinito e inclassificabile? Hegel, ma anche Benedetto Croce più tardi, nei loro trattati sull’estetica hanno da subito voluto sgombrare il campo da ogni possibile equivoco ponendo dei confini prestabiliti a quella che deve essere una era scienza del bello. E i limiti sono proprio quelli che prima di tutto delimitano l’oggetto delle loro analisi: la filosofia e la scienza del bello deve occuparsi soltanto di quello che è il bello nell’arte. Perché un’opera d’arte può a ragione considerarsi bella?

Nell’arte classica dell’antica Grecia uno dei metri di giudizio più importanti era la corrispondenza tra la forma che prendeva l’opera d’arte e la natura stessa. Una statua umana ad esempio era tanto più bella quanto riusciva a riprodurre per imitazione il corpo umano nella natura. L’estetica si riduceva così a una misurazione attenta e anatomica delle parti del corpo, alla ricerca di un’armonia delle forme che voleva essere appunto, imitazione di una perfezione umana idealizzata e forse non reale. Ma che dire allora dei quadri di Picasso? Se li valutiamo secondo l’estetica classica come possiamo definirli belli? Eppure, soffermandoci ad esempio su uno dei più famosi quadri di Picasso, Guernica, non possiamo che rimanere incantati di fronte alle sensazioni che esso è in grado di suscitare in noi. Siamo davanti a un quadro le cui dimensioni ci danno già l’idea dell’entità della tragedia, si aggiunga poi a questo fatto quantitativo, il silenzio gridato dalla tela. Tale antitesi fa parte della sublimità dell’opera che inaspettatamente si scaglia con violenza nello spazio e nel tempo. Guernica di Picasso ci ha dato un esempio di violenza trattenuta nella tela, eppure essa fuoriesce prepotente e nel suo movimento produce in noi osservatori un’immobilità stupefatta.

Il principio dell’imitazione della natura si è dimostrato quindi limitativo escludendo arbitrariamente tutta una serie di opere d’arte capaci di darci emozione ma che si allontanano dai canoni stessi presenti in natura e che anzi a volte ribaltano il concetto stesso di bellezza introducendo quello che Croce definiva: “il bello dell’orrido”.

Il principio dell’estetica basata sull’imitazione della natura entra definitivamente in crisi con l’avvento della macchina fotografica: Qui bastava premere un pulsante e qualsiasi paesaggio o figura umana si ritrovavano impressi su pellicola così come erano in natura facendo sparire la figura stessa di artista come creatore originale della sua opera. La pittura, la scultura e la stessa fotografia dovevano perciò trovare altri parametri per proporsi come opere d’arte che non fossero soltanto banali imitazioni della realtà. Un quadro astratto può essere di gran lunga più bello artisticamente della fotografia digitale similmente perfetta di un depliant turistico. E qui torniamo alla domanda dalla quale siamo partiti: ma allora che cos’è la bellezza? E restringendo ancora il campo, che cos’è la bellezza in arte? Torniamo all’insegna di osteria di Erasmo da Rotterdam e ci arrendiamo così alla constatazione che bello è ciò che piace? Certo, ma questo è l’uovo di Colombo. La domanda giusta è piuttosto: perché un qualcosa ci piace? Abbiamo parlato di arte e qui dobbiamo fare un passo in avanti: la bellezza è quello che riesce a trasmetterci emozioni, a farci quindi emozionare o, ancora meglio, a comunicarci le emozioni e gli stati d’animo di un artista. In questa prospettiva, liberi da ogni criterio imitativo della realtà, l’arte diviene sublimazione della realtà stessa, un qualcosa che la trascende e la supera, un qualcosa non separabile dall’artista che la riproduce.

Il David di Donatello, un quadro di Picasso, ci offrono emozione proprio perché sono belli di una bellezza che trascende la pura e semplice rappresentazione ma ci comunicano un qualcosa che appartiene al mondo stesso dell’artista, una concezione del mondo che non è il mondo stesso, ma l’universo più intimo e profondo dell’artista.

Eccola la vera bellezza, quella bellezza capace di resistere alle mode, quella bellezza non misurabile con il centimetro, la bellezza di una forma che, forse incomprensibile immediatamente, ci racconta dell’uomo che l’ha creata e rimane immortale e duratura.

L’esteta, tratti di una nuova figura umana

Prima di arrivare a capire chi realmente sia l’esteta e quale concezione abbia della bellezza, è importante riuscire a inquadrare questa figura all’interno dell’Estetismo, un movimento artistico e letterario della seconda metà dell’Ottocento. Esso rappresenta una tendenza del Decadentismo autonomamente sviluppatasi grazie a figure come Walter Pater e John Ruskin, che trova il suo massimo splendore grazie alle opere di Oscar Wilde. Questo movimento è tuttavia riscontrabile anche in vari studi di filosofi o studiosi che ne intendono dare una definizione etimologicamente esatta. Ma l’estetismo non si limita a essere un movimento unicamente artistico e letterario, infatti, riesce a influenzare le stesse vite degli intellettuali che ne fanno parte.
Il principio fondamentale di questo movimento (l'arte per il gusto dell'arte) consiste nel vedere l'Arte come rappresentazione di se stessa, possedente una vita indipendente proprio come il Pensiero, che procede solo per le sue vie.

L'Estetismo presenta anche un continuo invito a godere della giovinezza fuggente, un edonismo nuovo in cui l'esaltazione del piacere è morbosamente collegata alla corruzione della decadenza e in cui la bellezza è intesa come manifestazione del genio ma superiore, al contempo, al genio stesso. Esso nutre un fortissimo disprezzo per la volgarità e la folla, e, nello stesso tempo, un'ossessiva predilezione per la mondanità, per la vita frivola e capricciosa, per gli oggetti minuti e preziosi. La vita stessa deve essere vissuta come un'opera d'arte. Tale concetto viene ripreso da Oscar Wilde nel suo saggio La Decadenza della Menzogna nel quale sostiene che sia la vita a imitare l’arte. Ciò non deriva solo dall'istinto imitativo della vita ma anche dal fatto che il fine della vita è quello di trovare espressione, e che l'arte è l'espressione stessa.
Figure come Wilde, ma anche come D’Annunzio e Baudelaire sono molto importanti se si vuole realmente entrare nell’ottica dell’esteta e capire la visione che egli ha nei confronti della vita e dell’arte.
Questi tre grandi autori, che successivamente andrò ad analizzare, hanno indirizzato la loro esistenza verso una continua ricerca della bellezza, incarnando perfettamente l’ideale del Dandy e dell’esteta.

L'esteta, uomo e letterato, è una figura complessa e molto intrigante. E’ colui che assume come principio regolatore della sua vita non i valori morali, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ma solo il bello, ed esclusivamente in base ad esso agisce e giudica la realtà. Da qui deriva il desiderio di distruggere e allontanare tutto quanto stia al di fuori dell’arte, e tutti gli oggetti che possano definirsi utili e funzionali. L’esteta dirà dunque che l’arte è arte perché inutile, e che nulla di utile può essere bello, trasformando la bellezza nella nemica dell’utilità. Non dirà che l’arte è libera da costrizioni morali e che non può essere giudicata, ma dirà che l’arte è un grido levato contro la morale, riprendendo così la concezione moralistica e inutile dell’arte secondo Oscar Wilde, racchiusa nella seguente citazione:

“Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte
dimostra che l'opera è nuova, complessa e vitale.
Possiamo perdonare a un uomo di aver fatto una cosa utile se non l'ammira.
L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile
è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.

Superlativo brillante, sublime deve essere l’esteta, che anela a raggiungere e a identificarsi con il bello. Egli non disdegna oltretutto l’uso di sostante stupefacenti: l’alcool e l’oppio sono certamente dei vizi, ma esistono per ragioni estetiche. L’artista è convinto che il senso della vita non sia racchiuso nella realtà, ma nell’immaginazione di essa. La visione e il sogno sono più belli di qualsiasi realtà mediocre, essendo la bellezza un’immagine che ci colpisce e che ci trasmette emozioni. Da qui nasce la ricerca del piacere e la convinzione dell’esteta che la sua salvezza risieda proprio nei vizi. Il vizio, accostato al senso dell’orrido e del ripugnante, diviene indispensabile per definire il concetto di bellezza. Amare la vita significa renderla unica, perfetta, sovrumana, fino all’esasperazione delle perversioni sadiche che procurano sublime e crudele piacere.

La donna, che grande importanza ha fra i pensieri di un esteta, spesso non è altro che una cavia di esperimenti, una fonte di piacere e sensazioni straordinarie. Quando la sua bellezza sfiorirà, egli procederà a una sostituzione di persona. L’esteta lusinga, corteggia e seduce solo per vedersi all’azione; più che nel fine, il suo interesse si focalizza nella seduzione, facendo prevalere l’estetica a ciò che è la sostanza vera e propria dell’amore. Ciò che allontana l’esteta dalla donna e dall’amore verso di essa è quel suo essere naturale. Riprendendo le parole di Baudelaire:

“La donna è il contrario del dandy. Dunque deve fare orrore.
La donna è naturale, cioè abominevole.

Viene rinnegato anche il matrimonio, in quanto antiestetico. Esso viene visto come un impegno deprecabile che uccide la bellezza e il piacere, un rifugio per i deboli, una condanna al tedio.

Edonista, colto, amorale, insoddisfatto ed egoista, così si presenta l'esteta, che in fin dei conti non fa altro che evadere dalla vita comune, dalla volgarità borghese e dall’orrore di una società dominata dall’interesse materiale e del profitto, per rifugiarsi in una Torre d’avorio, in una superba solitudine in cui esistono solo Arte e Bellezza, ideali per i quali è disposto a sacrificare la vita.

Tuttavia questo suo modo di vivere eccentrico e concentrato esclusivamente sull’attimo, sul piacere immediato, fa sì che l'impossibilità di rivivere le situazioni passate si trasformi in un insolvibile problema esistenziale.

Il dramma dell'esteta sta appunto nell’invecchiare e nel perdere il prestigio con il passare degli anni, come Oscar Wilde ha ben messo in evidenza nel suo bellissimo libro Il ritratto di Dorian Gray.

La nascita dell’estetica come filosofia

Il tema dell’estetismo inteso in maniera filosofica, è stato più volte al centro di dibattiti e analisi da parte di numerosi filosofi, i quali hanno tentato di darne una definizione precisa dati i diversi punti di vista sotto cui un tale concetto può essere visto. Esso è stato sovente accostato al sublime e con esso confrontato, permettendo così di approfondire i concetti filosofici di estetica e bellezza.

Il primo filosofo a introdurre il termine estetica fu Alexander Baumgarten quando, nel 1735, lo introdusse nella sua tesi di laurea intitolata Meditazioni filosofiche su argomenti concernenti la poesia. Da questo momento in poi il terreno dell’estetica comincia a impadronirsi della dimensione del senso. I sensi quali la vista, l’udito, qualche volta anche il tatto e il gusto, non rimandano all’intelligibile ma diventano parti integranti della conoscenza sensibile. In altre parole l’arte non è più il grilletto che fa scoppiare questa nostra apertura nei confronti di un altro mondo, al contrario ci tiene legati a questo mondo e ci fa vedere il fascino e l’ambiguità dei fenomeni che si succedono nella nostra realtà.

Kant e la Critica del Giudizio

Immanuel Kant nacque a Königsberg (nella Prussia orientale) nel 1724. Fu uno dei maggiori filosofi di lingua tedesca appartenente al periodo illuminista. La sua importanza è da attribuirsi in particolar modo alle indagini che condusse sulla ragione, con lo scopo di trovarne i limiti e stabilirne le potenzialità. Nella gnoseologia kantiana non è più il mondo sensibile che forgia il pensiero umano, ma viceversa è l'uomo che modella la realtà applicandovi le proprie leggi conoscitive.

Ciò che del filosofo mi preme analizzare è la sua personale concezione in merito all’estetica, presa in considerazione inizialmente nella Critica della Ragion Pura, uno degli scritti più importanti del filosofo pubblicato nel 1871. Quest’opera ha concluso che quella natura che dominiamo con la scienza è soltanto fenomenica, in altre parole è la realtà come appare a noi osservatori. Il mondo noumenico, delle cose in sé, è invece quello al quale apparteniamo come soggetti morali ed è quello che ha concluso la Critica della Ragion Pratica, ma di questo mondo non abbiamo conoscenza; fra i due mondi vi è un immenso abisso.

Ora, la Critica del Giudizio si domanda se non vi siano vie per superare questo abisso e si preoccupa di mediare fra il mondo fenomenico e noumenico. Il fondamento è un intermediario tra l’intelletto (facoltà conoscitiva) e la ragione (facoltà pratica) che lui chiama Giudizio, una facoltà collegata al sentimento puro. Il Giudizio è dunque, secondo Kant, una facoltà intermedia tra il conoscere e la sfera dell’azione morale, e cioè l'ambito del sentimento. Egli riconosce due tipi di giudizio.

Giudizio determinante

Essi vengono così chiamati in quanto “determinano” gli oggetti fenomenici mediante le forme a priori (spazio, tempo, categorie) per cui possiamo dire ad esempio che "questo tavolo è rotondo, basso, di legno ecc.".

Giudizio riflettente

Essi hanno la capacità di “riflettere” su un oggetto il nostro sentimento nei suoi confronti, come quando diciamo: "Ma guarda che bel tavolo!", oppure "Che stupendo tramonto!".

Due tipi di giudizi riflettenti: finalistici ed estetici

La Critica del Giudizio è appunto dedicata all'analisi dei giudizi riflettenti. Essi sono di due tipi: i giudizi estetici e i giudizi teleologici ovvero finalistici.

Questi ultimi si riferiscono alla nostra tendenza di considerare finalisticamente la natura, cioè di vedere nella natura la presenza di cause finali. In altre parole, di fronte ad un organismo, noi non possiamo fare a meno di stupirci e di vederlo come il frutto di un fine o scopo; così pure, di fronte all'ordine e all'armonia della natura, noi non possiamo fare a meno di concepire una causa suprema, Dio, che abbia agito con un'intenzione. Se poi ci portiamo in ambito etico, non possiamo non considerare la natura in modo tale che essa è stata organizzata dalla sapienza di Dio, in modo tale da rendere possibile la libertà e la moralità dell'umanità, ed è quindi predisposta finalisticamente alla nostra specie. L'uomo, dice Kant, non è soltanto il fine della natura, ma lo scopo ultimo di essa sulla terra, in modo che, rispetto a lui, tutte le altre cose naturali costituiscono un sistema di fini.

Senza l'uomo, il mondo sarebbe un semplice deserto

Poniamo adesso maggiore attenzione sui giudizi estetici. Bisogna anzitutto dire che Kant assume qui il termine "estetico" e di "estetica" nel senso a noi più comune, e cioè "dottrina del bello e dell'arte", tralasciando l'accezione che eravamo abituati a usare nella Critica della ragion pura di "dottrina del senso e della sensibilità".

Il giudizio estetico è appunto quello che si riferisce al bello e al sublime. Ma che cos'è bello per Kant? Il bello non è "ciò che comunque piace", altrimenti sarebbe ad esempio. Bello per un assassino trucidare le persone, ma è definito dal filosofo, in un primo senso, come "ciò che piace nel giudizio di gusto". Il che significa che gli uomini hanno una facoltà specifica per giudicare appunto il bello e questa è chiamata facoltà del gusto. Una cosa è quindi bella per Kant se è oggetto di un puro piacere estetico disinteressato, per cui l'uomo si bea nella contemplazione della cosa appunto bella. Egli sostiene che non si possa dire "è bello per me" ma soltanto "è piacevole per me", proprio per il motivo che, se una cosa è giudicata bella, essa esige da tutti lo stesso giudizio, e tutti noi parliamo in forza di una voce universale che ci sentiamo dentro come affine a quella di ogni altro. Il bello è universale perché deve valere per tutti gli uomini, però questa universalità si riferisce ai sentimenti e dunque è "senza concetto", cioè non può essere razionale, logica, conoscitiva.

Kant e il sublime

Arriviamo adesso a introdurre il sublime analizzandolo sotto il punto di vista del filosofo. Il sublime, per Kant è molto importante perché, come è noto, almeno dai manuali, due sono le cose sublimi: la legge morale in me e il cielo stellato sopra di me. Ma cosa vuol dire questo? Che il sublime è un rapporto che si stabilisce tra la ragione e l’immaginazione, un rapporto conflittuale: io cerco di capire le idee, ad esempio, la libertà morale o il mio posto nel mondo, ma non riesco a rappresentarmele in maniera precisa. Così, ad esempio, distinguendo tra sublime matematico, che riguarda la grandezza, l’immensità dell’universo, dei cieli stellati, e sublime dinamico, che riguarda le forze agenti nell’universo, l’eruzione vulcanica, la tempesta nel mare, tutte le volte che io cerco di rappresentarmi questa immagine, quindi di renderla in termini razionali, l’immaginazione mi fugge.

Interpretazione filosofica de L’Infinito di Leopardi

La più bella illustrazione di quanto detto lo possiamo trovare tramite un’analisi filosofica della poesia L’Infinito di Giacomo Leopardi: la vista è limitata dalla siepe, ma c’è, per così dire, un "buio oltre la siepe" che mi sfugge, che costringe l’immaginazione a inseguire questo al di là; oppure lo stormir di fronde attuali mi fa venire in mente le morte stagioni, in contrasto con la presente e viva stagione. E mi fingo, dice Leopardi, tutto questo scenario nel pensiero, "ove per poco il cor non si spaura". Appunto questa è la caratteristica del sublime: non è la paura allo stato puro, ma è "ove per poco il cuore non si spaura", perché io mi sottraggo a questa perdita di me stesso nel mondo infinito dello spazio e del tempo. E il naufragare, che è dolce in questo mare, dipende dal fatto che l’impossibilità di rappresentare, in forma sensibile, questa potenza infinita delle forze naturali, alla fine mi lascia in uno stato di snervata felicità, in quanto sono sbalzato dalla percezione all’immaginazione, dalla ragione che cerca di fissare le cose all’immaginazione che continuamente mutando, mi distrugge tutte le costruzioni che faccio.

Distinzione fra bello e sublime

Edmund Burke e l’inchiesta sul bello e sul sublime

Formalmente, la distinzione tra bello e sublime viene esplicitata dal filosofo e uomo politico irlandese, che poi ha vissuto in Inghilterra, Edmund Burke, il quale nel 1757 scrive la, poi famosa, Philosophical inquiry into the origin of our ideas of the sublime and beautiful (Inchiesta sul bello e sul sublime). Questa opera ha segnato una importante tappa nell'evoluzione del gusto estetico inglese, dal classicismo del primo Settecento, al romanticismo di fine secolo. Si evince da questa inchiesta una netta contrapposizione tra il bello e il sublime, profondamente voluta e sottolineata dall’autore.

Il bello è legato al piacere, al sesso femminile, al piacere sessuale e alla socialità. Bello è quindi ciò che ha grazia, che non turba, che attrae e che, soprattutto, mette gli uomini in rapporto fra di loro.

Il sublime è, al contrario, legato alla paura in quanto sentimento che minaccia la mia “self-perservation”, sostiene Burke, è dunque legato alla mia “autoconservazione”, al sesso maschile, alla virilità, e in particolare all’assenza, alla privazione. Privazione di luce, da cui si genera il buio, di forma, generatrice dell’informe, di sentimento, e quindi noia.

 

Burke e Kant a confronto

Si possono rintracciare analogie e differenze paragonando il pensiero di Burke e quello di Kant. Entrambi erano dell’idea che il sublime non dovesse essere accompagnato da un pericolo reale, bensì si dovesse manifestare in un luogo sicuro. Contrariamente a ciò che i due filosofi sostenevano, l’esperienza del sublime mette, a parer mio, tutto in questione facendo si che la persona che ne fa esperienza dimentichi di trovarsi in un luogo protetto e sicuro.

 Il sublime dunque ci scuote, ci coglie di sorpresa e ci travolge, ci può perfino danneggiare sul momento, questa la mia obiezione a Burke e Kant. Non che il loro intento fosse quello di rassicurarci, sia chiaro; rimane il fatto che il sublime, nella sua unicità, si rivolge a noi per sconcertare e talvolta anche “danneggiare”.

Si riscontrano però anche delle differenze fra la concezione di sublime in Burke e in Kant. Secondo quest’ultimo, il sublime, più che alludere alla paura risulta essere ciò che è degno di ammirazione e rispetto in quanto mostra simultaneamente la nostra sproporzione e la nostra superiorità di esseri razionali nei suoi confronti.

Critiche al sublime kantiano: Hegel e Schopenhauer e le loro concezioni

Con Hegel si verifica l’esatto contrario: il sublime viene unicamente riconosciuto come forma dell’arte (la poesia indiana e islamica, la mistica cristiana, la Bibbia) e il legame creato da Kant tra sublime e ragione viene da Hegel spezzato nelle sue teorie. Bisogna dunque andare oltre Kant e concepire la ragione come essa stessa infinita e assoluta. Non si può parlare di estetica e di filosofia senza considerare una concezione di infinito in atto.

In Schopenhauer la matrice kantiana è invece più evidente; tutti gli esempi da lui forniti ne "Il mondo come volontà e rappresentazione" si riferiscono alla natura, e gli stessi esempi di un sublime non naturale cui accenna (S. Pietro a Roma, le piramidi egizie, le colossali rovine…) servono solo a meglio illustrare il "sublime matematico". Tuttavia, per distinguere il suo sublime da quello di Kant, Schopenhauer dichiara che nel suo non vengono implicate considerazioni morali. L'opera d'arte, essendo la prima forma di sospensione dalla volontà di vivere, rende impossibile ogni sublimità; affinché l'esperienza del sublime si generi è necessario che un eccesso proveniente dall'esterno, in relazione di ostilità con il soggetto, ne sconvolga e ne provochi la volontà; ma l'opera d'arte non può mai essere all'origine di tale esperienza perché la sua essenza è proprio quella di essere già al di fuori dello spazio, del tempo e della volontà.

 

Sigmund Freud: il Mosè Di Michelangelo

Le teorie di Burke, non solo vennero riprese e reinterpretate da Kant, ma vennero anche prese in considerazione dallo stesso Freud nelle pagine del suo Mosè di Michelangelo. Lo psicanalista, all’interno di questo libro si sofferma sul fatto assurdo che le opere artistiche più belle e sublimi rimangono oscure alla nostra comprensione e che i critici o comunque chi le studia, difficilmente dicano la stessa cosa di un altro. Freud parlando della statua marmorea del Mosé di Michelangelo, innalzata nella chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma (doveva far parte del gigantesco monumento funebre commissionato a Michelangelo dal Papa savonese Giulio II) scrive:

“Quante volte ho salito la rapida scalinata che porta dall'infelice via Cavour alla solitaria piazza dove sorge la chiesa abbandonata! E sempre ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato e sprezzante dell'eroe, e mi è capitato qualche volta di svignarmela poi quatto quatto dalla penombra di quell'interno, come se anch'io appartenessi alla marmaglia sulla quale è puntato il suo occhio, una marmaglia che non può tenere fede a nessuna convinzione, che non vuole aspettare né credere, ed esulta quando torna ad impossessarsi dei suoi idoli illusori.”

Difficilmente, di fronte al Mosé, una persona potrà dire "bello" e andare oltre. Se lo fa è perché non ha sintonizzato la sua psiche con l'opera oppure perché ne è troppo coinvolta e scappa.

Il sublime ha la capacità di gettarci fuori dal tempo, quindi si può dire che sia qualcosa di innaturale nonostante vi sia un sublime nella natura; è ciò che noi facciamo di questa natura o di questa arte a determinare la presenza o meno del sublime.

È bene non dimenticare che il sublime è arte perché ci tocca senza sfiorarci, ci immerge interamente nel suo "essere" permettendo al contempo all'immaginazione di vagare indisturbata. Il sublime ci rende silenziosi poiché esso ha già detto "tutto" e ci ha detto cose che non sapevamo o che erano celate nei meandri di un Sé il più delle volte disattento.

Il sublime è unico, irrepetibile. Esso è troppo legato a un'esperienza temporale per farsi oggetto costante di esperienza. Per fare un esempio: se un’opera d’arte venisse copiata al giorno d’oggi, perderebbe il su carattere sublime per ridursi a essere considerata solamente più bella e apprezzabile.

Il pensiero dell’eterno ritorno di Nietzsche si può però considerare un’eccezione a tale affermazione, in quanto massima rappresentatrice del concetto di sublime, mai abbandonato nel tempo.

Friedrich Nietzsche e l’impulso dionisiaco

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) è stato uno dei maggiori filosofi ottocenteschi ed ebbe un'influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. Il pensiero di Nietzsche è considerato uno spartiacque della filosofia contemporanea ed è oggetto di divergenti interpretazioni. Egli rappresenta la spietata e acuta negazione del passato, il rifiuto di tutte le tradizioni, l’appello a una svolta radicale. Nietzsche è il filosofo che mette in dubbio tutta la storia della filosofia occidentale, che cerca, dopo venticinque secoli di interpretazione metafisica dell’essere, un nuovo principio.

All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si ferma al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, è una esaltante adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte dell’immensa marea della vita.

La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco

Ne La nascita della tragedia (1872), Nietzsche vede nel mondo greco la stagione spiritualmente più alta e ricca dell’umanità. La civiltà greca era, infatti, nutrita da un vigoroso senso tragico, che è per Nietzsche l’autentico modo di rapportarsi alla vita: è accettazione di essa, coraggio davanti al Fato. L’uomo greco vedeva dappertutto l’aspetto orribile e assurdo dell’esistenza: ma egli seppe, nell’arte, trasfigurando l’orribile e l’assurdo in immagini ideali, rendere accettabile la vita. La grande tragedia greca è la forma suprema di arte, in quanto in essa si compongono gli impulsi vitali creativi (spirito dionisiaco), e la moderazione, l’equilibrio, la razionalità (spirito apollineo).

Quest’ultimo é legato alla figura del dio Apollo e corrisponde alle visioni del sogno, nelle quali la realtà appare idealizzata e luminosa: tali apparvero ai Greci le figure degli dei, che furono da essi create per poter sopportare il dolore dell'esistenza. Gli dei, infatti, vivendo essi stessi una vita simile a quella umana, ma perfetta e priva di sofferenze, giustificano la vita. L'impulso apollineo é dunque un impulso di bellezza, che genera un mondo illusorio e trova la sua espressione massima sul piano artistico nelle arti figurative, in particolare nella scultura.

Ma accanto ad esso coesiste, presso i greci, il dionisiaco, che si riferisce al dio Dioniso e alle esperienze religiose legate al suo culto: esso é un impulso di ebbrezza, che spinge a immergersi senza freni nel caos della vita, dimenticando la propria individualità e, quindi, riconciliandosi con gli altri e con la natura attraverso la danza e il canto. L'impulso dionisiaco trova, dunque, la sua espressione sul piano artistico nella musica. Quando si afferma, esso indebolisce e abbatte l'impulso apollineo, consentendo di ritrovare la verità della vita nell'eccesso, anziché nella misura.

L'alternarsi dei due elementi, apollineo e dionisiaco, è all'origine non solo della vita, essi sono un binomio inscindibile che caratterizza anche l'interiorità dell'uomo. L'uno è necessario e allo stesso tempo bisognoso dell'altro. Tuttavia non possono mai riconciliarsi e fondersi in un unico principio: mantengono sempre la loro natura distinta.

Origine e funzione della tragedia: la giustificazione della vita estetica

L'arte, in quanto diretta espressione della vita, riproduce il conflitto tragico che è in essa. Le diverse forme artistiche si sono generate a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro elemento, ma il culmine dell'espressività si è raggiunto nella tragedia greca. La tragedia greca, infatti, riproduce perfettamente il conflitto in atto nella vita, poiché in essa sono contemporaneamente presenti sia l'apollineo che il dionisiaco. La danza, il canto e la musica, aspetti dionisiaci, si fondono con la recitazione e il mito, propriamente apollinei. Così, quando lo spettatore assiste alla rappresentazione della tragedia, il mondo del mito e del sogno permettono di attingere all'essenza dionisiaca della vita senza che egli ne venga distrutto.

Il mito è come un filtro che impedisce alla potenza primigenia della vita di annientarci del tutto ma ci permette nello stesso tempo di percepirla, di cogliere la sua duplice natura di essere e morte:

"...la stessa natura ci parla con la sua voce vera e aperta: 'Siate come sono io! Nell'incessante mutamento delle apparenze, la madre primigenia, eternamente creatrice che eternamente costringe all'esistenza che eternamente si appaga di questo mutamento dell'apparenza!'" (da La nascita della tragedia).

Proprio in questo, nel cogliere l'essenza della vita, la tragedia e l'arte in generale divengono la giustificazione estetica della vita. In altre parole l'esperienza che lo spettatore vive durante la tragedia rende la vita possibile e degna di essere vissuta. L'uomo attraverso la tragedia si riappropria delle sue passioni contrastanti e realizza che gioia e dolore sono entrambi necessari, sono entrambi presenti nella vita. Impara a godere tanto dell'uno quanto dell'altra. Egli apprende la natura tragica della vita.

Così parlò Zarathustra: un libro per tutti e per nessuno

Fra i miei scritti sta a sé il mio Zarathustra. Con esso io ho fatto all'umanità il più grande regalo che le sia mai stato fatto.

L’idea di Così parlò Zarathustra balenò a Nietzsche come una folgorazione nell’agosto del 1881. Tramite la stesura di questo libro, il filosofo vuole mostrarci come i grandi valori della cultura occidentale, quali la verità, la scienza, il progresso, la religione, vadano distrutti e smascherati. Non a caso egli si professa come il filosofo dell’ateismo, definendo il concetto di Dio come una vera e propria antitesi alla vita e sostenendo che in esso vi è racchiuso tutto l'odio mortale contro l'esistenza umana. Lancia una critica anche al mondo dell'aldilà sostenendo che la sua funzione non è nessun’altra se non quella di mettere in cattiva luce e disprezzare il mondo umano.
Nietzsche sostiene che la civiltà occidentale abbia ucciso Dio. Con queste parole egli vuole indicare che sono morti tutti i valori e gli ideali del mondo occidentale. Dio è stato ucciso perché in lui gli uomini avevano riposto tutto ciò che era contro la vita, ma adesso che Dio è morto l'uomo si trova sperduto, solo, privo di valori e dunque senza alcun appoggio. A tutto questo esiste una soluzione... l'uomo stesso deve essere in grado di ricrearsi i valori con le sue capacità.

Il libro inizia con una bellissima frase rivolta al tramonto del sole:

“Oh grande astro, che cosa sarebbe la tua felicità se tu non avessi coloro a cui risplendi?”

Questo tramonto spinge Zarathustra a vedere il mondo con occhi nuovi, fornisce pretesti per "osare", almeno col pensiero, perciò Nietzsche stesso giustamente consiglia:

“Non scrutare mai nell’abisso, perché mentre tu scruti l’abisso, l’abisso sta scrutando te”

Da queste parole ho potuto trarre diverse riflessioni. Ad esempio: Dio esisterebbe senza che nessuno lo adorasse? A questa domanda sicuramente troverebbe risposta Freud, il quale concepisce il divino come una creazione della mente umana, utile a infondere appoggio e sicurezza nella nostra vita.

Mi sono imbattuta nella lettura di questo libro circa due anni fa. Colpita da alcune frasi riportate dal filosofo, ho iniziato a cercare diverse informazioni riguardo alla vita e il pensiero di quest’ultimo, utili a una maggiore interpretazione dei concetti espressi in Così Parlò Zarathustra.

Penso che la lettura di questo libro sia ricca di punti chiave, essenziali per comprendere al meglio il pensiero di Nietzsche. Le teorie da egli espresse sono assolutamente innovative e interessanti, proponendo una nuova filosofia, completamente diversa da quello fino ad ora conosciuta.

Un libro “per tutti e per nessuno” è il sottotitolo di Così parlò Zarathustra, proprio perché obbliga il pensiero a parlare immediatamente, fuori da ogni tecnicismo, in una forma poetica e profetica: tutti possono leggerlo, ma chi può capirne fino in fondo il significato? Probabilmente nessuno. Non a caso ogni volta che si apre questo libro carico di enigmi, esso appare sorprendente e diverso, quasi se non si esaurisse mai il suo significato.

Sfogliando le pagine di questo libro ho potuto riscontrare dei collegamenti e degli approfondimenti utili a delineare meglio i concetti prima trattati di apollineo e dionisiaco. E’ chiaro che Nietzsche prediligeva il senso del dionisiaco all’apollineo. Tale concetto mi è parso più chiaro provando a dare un’interpretazione personale di tali parole, riscontrabili nelle prime pagine del libro:

“Bisogna avere un caos dentro di sé per creare una stella danzante”

Questa è a parer mio la più bella citazione presente all’interno del libro. Provando a darne una personale interpretazione potrei dire che ciò che il filosofo intende trasmetterci tramite questa frase è che bisogna rifiutare tutto ciò che si è imparato e capito, per creare un nuovo sistema per spiegare il mondo.

Prediligendo l’istinto alla ragione, dunque, come citato, il senso del dionisiaco all’apollineo, Nietzsche vuole farci capire che dal conformismo nulla che abbia un senso e un valore può avere origine. Percorrendo la strada di coloro che preferiscono adorare un Dio piuttosto che decidere autonomamente di creare un nuovo sentiero non si arriverà mai a niente. Si cadrà nella più completa inutilità. In quest'ottica chi ha il coraggio di osare e di staccarsi dal gregge verrà visto come un matto e verrà odiato. Questa "pazzia" dei pochi agli occhi dei molti diventa quindi un valore ultra umano che può condurre l'uomo al di sopra della sua stessa umanità.
Provo a spiegare tale concetto facendo alcuni esempi: Galileo era un pazzo a pensare che intorno a Giove si muovessero dei satelliti e che la terra fosse tonda, dello stesso Einstein ancora oggi si ammirano i suoi capelli arruffati, la sua linguaccia e la sua aria da svitato. S. Francesco era un pazzoide, un giullare di Dio. Tutti personaggi che avevano un caos dentro di loro che creò il nostro odierno sapere e le nostre attuali stelle danzanti.

Di grande importanza all’interno del libro, è la teoria del Superuomo. L'uomo vivrà felice e libero quando si sarà liberato da tutti i legami, anche da quelli stessi di "uomo" e "umanità". "L’uomo deve essere superato" affinché arrivi il Superuomo, cioè un essere libero che compirà atti fini a se stesso. E’ un essere sublime che non conosce la bellezza e che è pieno di disprezzo per il mondo; eppure è un essere felice, amante della vita, che non si vergogna dei propri sensi e che vuole gioia e la felicità. Esso è rappresentato dalla figura di Zarathustra che balla.

Tale concetto verrà successivamente ripreso da Gabriele D’annunzio.

Gabriele D’Annunzio e il “vivere inimitabile”

Gabriele D'Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1 marzo 1938) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta italiano, simbolo del decadentismo ed eroe di guerra. Fu un personaggio eccentrico ed esteta, come tuttora testimoniato dagli interni della sua residenza al Vittoriale, discusso, amato od odiato. Oltre a quella letteraria ebbe anche una notevole carriera politica, divenendo personaggio di primo piano nella nostra storia nazionale per la sua azione favorevole all'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Partecipò inoltre alla leggendaria “Beffa di Buccari” (una località vicino a fiume), al volo su Trieste e nel 1919 organizzò la marcia su Fiume. Inoltre prese parte a quei movimenti che poi permisero la vittoria del Fascismo.

Le teorie superomistiche

Gabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero del filosofo Nietzsche. Egli dà, infatti, molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé.

Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, perdendo le loro caratteristiche prettamente filosofiche. Il superuomo dannunziano, così come viene presentato nelle due opere Trionfo della Morte e Le Vergini delle Rocce, è un individuo proteso all’affermazione di sé, in grado di distinguersi per la sua ideologia politica. Essendo egli un aristocratico, disprezza la plebe e lo Stato fondato sui principi democratici.

In D'Annunzio il superuomo assomiglia all’esteta, ma si distingue da esso per il suo desiderio di agire. Il superuomo pensa che la civiltà sia un dono dei pochi ai tanti e per questo motivo si vuole elevare al di sopra della massa; è l’esteta attivo, che cerca di realizzare la sua superiorità a danno delle persone comuni.

Per quanto D’Annunzio possa essersi ispirato a Nietzsche nell’elaborazione delle sue teorie, rimane comunque impossibile instaurare una coincidenza di idee fra i due, se non altro perché Nietzsche, nel parlare di Superuomo, non pensava a un individuo, bensì a modello di umanità del tutto nuova rispetto alla presente.

Vivere la vita come opera d’arte

Ciò che maggiormente caratterizza la vita di Gabriele D’Annunzio è il desiderio in lui radicato di un vivere inimitabile, di non restare mai nell’ombra. La vita di D’Annunzio è esplicitamente concepita e progettata dallo scrittore, secondo la concezione dell’estetismo, come un’opera d’arte, e presenta molti tratti romanzeschi. Per lui la vita è inscindibile dall’arte e nell’arte totalmente consiste.

Tutta la mia vita è innamoratamente congiunta alla mia arte, come apparve e appare nella mia meditazione occulta e nella mia azione palese

Con l'estetismo D'Annunzio cerca di innalzare la sua istintiva sensualità nell'amore, nel piacere, nel bello. Dunque l'arte si basa soprattutto sulla sua sensualità che si ha quando il poeta sente con gioia e voluttà i profumi, i colori, i suoni e con la sua immaginazione rendeva tutto più bello, per questo D'Annunzio non seguì nessuna regola d'arte.

Egli sostituì il senso estetico al senso morale e visse intensamente al di fuori di ogni regola del comune comportamento civile: “Habere non haberi” (“possedere, non essere posseduto”) e “Memento audere semper” (“ricordati di osare sempre”, da cui la sigla “M.A.S.” che denominò i motoscafi di attacco impiegati nella “Beffa di Buccari”) furono i motti a lui più cari.

D’Annunzio definisce "Vivere Inimitabile" la continua tensione dell'esteta verso uno stile che distingua, verso un modo per distaccarsi dalla massa. Non bisogna pensare alla vita cercandone l'artisticità all'interno dei gesti o nelle grandi scelte, bensì nel modo di trasformare in vita vera quella che può essere solo uno stanco trascinamento di un'esistenza: "vivere è la cosa più rara al mondo, la maggior parte della gente esiste e nulla più", diceva Oscar Wilde. Egli faceva questo con il suo stile, la sua oratoria, la sua capacità unica di affascinare l'uditorio, col suo modo di abbigliarsi, col suo rifiuto più totale della banalità come il peggiore dei peccati.

Lo stile inevitabile consiste nel creare un proprio stile e renderlo immortale, far sì che rimanga nella labile mente dei posteri (sempre pronti a dimenticare ciò che è banale, comune, di tutti), per assicurarsi la vita eterna: ecco l'unico modo per essere immortali. Sta a noi fare il nostro stile inimitabile, coi nostri atteggiamenti, le nostre pose, i nostri modi di fare, la nostra cultura. L'importante è non morire nella banalità o condurre un'esistenza di basso profilo: DISTINGUERSI è il primo comandamento di questa filosofia. Solo così potrà esistere la possibilità di vivere una vita inimitabile, una vita che sia davvero tale, e non solo esistenza.

Le donne e gli amori

Il capitolo delle donne e delle avventure sentimentali è senza fine. Nelle ultime indagini biografiche, per quanto esaustive, riescono a enumerare tutte le relazioni di D’Annunzio con dame dell’aristocrazia, signore borghesi, attrici, danzatrici, pittrici, cantanti liriche, prostitute. Sono esperienze vissute tutte con diversa intensità, ma tutte rapidamente trascorse, in omaggio all’unica vera musa dannunziana: il piacere.

La donna è vista dunque come uno strumento, un tramite per il raggiungimento di intense sensazioni, permettendo così a D’annunzio di dare origine al personaggio della donna fatale.

Egli prende dal decadentismo europeo tema della superiorità femminile e lo fa suo, l'uomo è debole, fragile, sottomesso la dona lo domina, gli succhia energia, è lussuriosa, perversa, crudele esercita sull'uomo un potere cui lui non può sfuggire e che lo porta inevitabilmente alla follia o alla distruzione!

La donna è Nemica e come un’antagonista si oppone all'uomo fragile esprimendo quindi un conflitto profondo. Pertanto viene paragonata a un mostro, una sorta di vampiro, come Baudelaire anche descrive, dai tratti diabolici e ingannatori.

Il piacere

Ne Il piacere, romanzo scritto nel 1888, la figura della donna fatale è impersonata da Elena Muti (amante che successivamente abbandonerà il protagonista), che emana un fascino perverso e seducente e dalla fisicità prorompente che non possono lasciare indifferente l'uomo e anzi lo sottomettono inevitabilmente. Vittima è Andrea Sperelli che in Lei sembra aver trasferito parte della sua personalità, difatti l'allontanamento di lei rompe il precedente equilibrio, sconvolge l'eroe e lo confonde totalmente. La conseguenza che ne deriva è il tentativo di Andrea di ritrovare lei in qualcun'altra, di ripetere la precedente esperienza nel tentativo di ritrovare se stesso e la sua stabilità come era accaduto con Elena. Infine si arriva alla sovrapposizione tra due donne, che rappresentano anche il classico conflitto tra la donna angelica e la donna sensuale, infatti, in un incontro amoroso Andrea chiama la spirituale Maria Ferres, che ha finalmente deciso di concederglisi, con il nome di Elena. Finisce quindi con perderle entrambe.

Sperelli incarna la più classica delle definizioni dell’estetismo inteso come usurpazione dei valori morali da parte di quelli estetici, surrogazione della morale attraverso l’estetica. Questo concetto è ben presentato dall’autore all’inizio del suo romanzo, il quale, riferendosi a Sperelli, sentenzia:

..egli aveva smarrito ogni volontà e ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale.

Sulla convinzione di D’Annunzio che traspare da questa citazione, vale a dire che l’atteggiamento estetico porti a un decadimento del senso morale, si basa lo sviluppo del romanzo, che vorrebbe essere il racconto della progressiva corruzione di un’anima. Come il Dorian Gray di Wilde, anche Il Piacere è una Bibbia dell’estetismo che tenta di distruggere una morale antiesteta.

Ne “Il Piacere” di D’Annunzio spesso la narrazione è un monologo del protagonista (focalizzazione intera sul protagonista), ma riportato con la tenacia del discorso indiretto libero. Altrove invece riappare il narratore onnisciente (focalizzazione esterna) che ci descrive dall’esterno il suo personaggio (in genere nelle pagine maggiormente critiche e di riflessione). Il lessico utilizzato è conforme al comportamento e all’educazione da esteta di Andrea Sperelli e soprattutto all’ambiente aristocratico in cui si svolgono i fatti: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto ricercato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo; si prendano ad esempio l’uso di parole tronche, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate.

Baudelaire: poeta maledetto?

"...colossale, tragico, sublime... angelo ribelle" (Benedetto Croce di Baudelaire)

Insieme ad Oscar Wilde, Charles Baudelaire è considerato il massimo vate del dandismo ottocentesco, attento a ogni regola e a ogni particolare. Nato a Parigi il 9 Aprile 1821, è stato un poeta e critico letterario francese.

Sei anni dopo la sua nascita

perde il padre e la madre si risposa l'anno successivo con un militare, il comandante Aupick. Il patrigno e il ragazzo non vanno d'accordo finché Charles non è inviato in collegio dove i giorni trascorrono pigri e malinconici.

La sua famiglia gli impone allora un processo giudiziario: Baudelaire riceve ormai soltanto una modesta rata mensile. Dopo un viaggio trascorso in Oriente Charles è di ritorno a Parigi, pronto per sperperare il denaro della sua eredità trascorrendo una vita da dandy elegante e raffinato. Ciò portò il generale ad affibbiare al giovane poeta l’avvocato Ancelle, con lo scopo di controllare le sue spese. E a ragione: quando si pensa a una persona con le mani bucate non si avrà che una vaga idea della predisposizione alla spesa di Baudelaire; dal sarto era capace di dilapidare tutto lo stipendio che Ancelle gli elargiva mensilmente.

Innamorato della pittura, affascinato dalle immagini, amico di pittori del calibro di Courbet e Delacroix, Baudelaire inizia a scrivere critiche d'arte. Diventa parte attiva dei saloni parigini rivolgendo alla pittura uno sguardo nuovo, assolutamente moderno. Traduce oltretutto le opere di Edgar Allan Poe.

Dandy “artificiale”

Con la sua opera "Il Pittore della Vita Moderna" abbozza elegantemente la figura del dandy, e delle sue regole di vita: teorizza per primo l'innaturalità come fattore principale dell'essere dandy, l'odio per il convenzionale, l'indifferenza verso la morale, la politica, la sorte dell'umanità. Egli è "l'ammalato di spleen" per eccellenza, e sotto il peso di questa malattia, scrive poesie intense e allo stesso tempo fredde, tipiche di un dandy, insomma.

Se fosse solo per il lungo abito nero, il largo colletto bianco, un grosso papillon di seta (fattosi tagliare appositamente di sbieco), il guanto rosa pastello, i capelli tinti di biondo e raccolti a boccoli dietro le orecchie, scambieremmo Baudelaire più per un pederasta che per un dandy, ma il suo sguardo freddo e intenso e la sua andatura altera ci rivelano il suo intenso desiderio d'apparire il più artificiale possibile, il più innaturale possibile, perché la natura è opera di Dio, e Charles odia Dio con tutte le sue forze;

“Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere.

Baudelaire odia anche la folla: la folla che guarda, che osserva, che giudica, che ride, che attira e respinge sempre il dandy; non bisogna dimenticare che per il dandy

"Sarebbe dolce essere contemporaneamente vittima e carnefice"

La poetica

Le opere di Baudelaire sono come un avvertimento della crisi che avrebbe avvolto la società del suo tempo. Sono opere sublimi in grado di affascinare e scandalizzare allo stesso tempo.
La sua poesia è incentrata su una perfezione musicale dello stile, da lui definita “matematica”.
Baudelaire non appartiene a nessuna scuola, è indipendente. A ispirarlo sono i sentimenti di stampo puramente romantico, ma nonostante ciò non possiamo accostarlo al romanticismo perché le sue emozioni vengono espresse in una forma nuova e innovativa.
Baudelaire è una persona che si apprezza solo dopo aver gustato l’amarezza della vita, è il poeta pervertito, dei vizi, del desiderio e della paura della morte, ma anche la ricerca ansiosa dell'ideale, il desiderio e la paura della morte, la fuga dalla vita monotona e normale, la complessità e le contraddizioni dell'uomo, furono temi ricorrenti della sua poesia.

Egli è l'espressione più veritiera degli istinti umani, per questo viene criticato e accettato soltanto da pochi, gli appartenenti al gruppo anticonformista della società.

 Viene ostacolato ed etichettato come “poeta maledetto” perché è l'unico a mettere a nudo l'essere umano per quel che è, e ciò provoca molto fastidio nella classe perbenista del tempo.
La negazione della morale collettiva e la rappresentazione del male, del grottesco sono le colonne portanti della vita e del pensiero di Charles.

I fiori del Male

Dal 1845, Baudelaire pensa a una raccolta di poesie, ma il titolo I Fiori del male apparirà solo nel 1855. Questa raccolta diede parecchio scandalo, e costò al poeta un lungo processo e una altrettanto importante condanna psicologica ma, nonostante questo, continuò a pubblicare clandestinamente le poesie accusate di immoralità. Dopo l'edizione del 1857 con cento poemi, quella del 1861 presenta centoventisette poemi. Il titolo sorprende per l'unione di due termini contraddittori: il fiore, simbolo di purezza e bellezza, e il male che evoca un'idea di peccato. Baudelaire stesso spiega di aver tentato di "estrarre la bellezza del male". I poemi che costituiscono la raccolta sono organizzati secondo un'architettura ben precisa. Scrive il poeta:

"Il solo elogio che faccio a questo libro e che si riconosce che non è un album ma ha un inizio e una fine,"

In questa raccolta si trova tutto: amore, morte, male di vivere e peccato. Essa divisa in sei parti che rappresentano le tappe di un viaggio immaginario del poeta verso la morte, per fuggire dallo spleen, dall'angoscia esistenziale. Nella prima poesia che funge da prologo, il poeta invita "l'ipocrita lettore" a non chiudere gli occhi sulla sua condizione e a seguirlo in questo viaggio che ripercorre le tappe del viaggio reale verso l'Inferno che è la vita.

Spleen come raggiungimento dei “paradisi artificiali”

All’interno della raccolta di poesie, il poeta spesso riporta al concesso di “Spleen”, inteso come tedio, accidia, o meglio male di vivere. Come diceva Woody Allen: "non si è mai così soli come a New York all'ora di punta".

Ecco cos'è lo spleen, lo spleen è il non vivere, il "galleggiare" sopra alle metropoli, trovarsi in una capitale guardarsi attorno e non sapere cosa fare, il dover ricorrere alle droghe e all’alcool per sfuggire alla realtà dell'indifferenza della gente e raggiungere così un rifugio all’interno dei “paradisi artificiali”.

Attraverso l'esperienza sessuale, gli amori proibiti e i paradisi artificiali, l'uomo cerca di conoscere la sua vera natura, senza raggiungerla mai. Non resta che la rivolta contro Dio, che ha voluto l'uomo nella sua condizione, e l'invocazione a Satana. Satana sembra il cardine della sua filosofia e del suo modo di scrivere ma tutto ciò è errato. Satana fra i poeti dell'epoca era di moda, per citare due autori che invocano il signore delle tenebre: Leopardi con le odi ad Arimanne e Carducci con gli inni a Satana. Insomma era di moda uscire dagli schemi cristiani.

Alla fine della raccolta, il conflitto tra spleen e ideale, salvezza e dannazione, non trova soluzione. Resta, potente e disperata, la speranza del poeta di un viaggio che lo conduca fuori dell'Universo in uno spazio sconosciuto, liberato definitivamente dal Tempo. "La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. È dunque con la poesia e attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, che l'anima intravede gli splendori situati dietro la tomba", scrive il poeta nelle sue note. Grazie alla creazione poetica, il poeta sopporta la situazione reale e giunge alla conoscenza del mondo.

Oscar Wilde and Aesthetic Movement

The Aesthetic Movement developed in the universities and intellectual circles in the last decades of the 19th century. Originating in France with Thèophile Gautier (1811-1872), it reflected the sense of frustration and uncertainty of the artist, his reaction against the materialism and the restrictive moral code of the bourgeoisie, his need to re-define the role of art. As a result, the French artists withdrew from the political and social scene andArt for Art’s Sake’. The bohemian embodied his protest against the monotony and vulgarity of bourgeois life leading an unconventional existence, pursuing sensation and excess, cultivating art and beauty.

This doctrine was imported into England by James McNeill Whistler, an American painter who worked in England though the origins of the English Aesthetic Movement can be traced back to the Romantic poet John Keats, as well as to D. G. Rossetti, who was a strong and disturbing example of an artist dedicated wholly to his art. Also the writer John Ruskin in his search for beauty in life and art, even while insisting upon moral values, made way for the woks of Walter Pater who is regarded as theorist of the Aesthetic Movement in England.

Pater’s message to the young generation was subversive and potentially “demoralising”. He rejected religious faith and said that art was the only means to stop time, the only certainty.

Life should be lived in the spirit of art, namely “as a work of art”, filling each passing moment with intense experience, feeling all kinds of sensations. The task of the artist was to feel sensations, not to describe the world; the main implication of his new aesthetic position was that art had no reference to life, and therefore it had nothing to do with morality, and need not be didactic.

Pater’s works had a deep influence on the poets and writers of the 1890s, especially Oscar Wilde.

Features of Aestheticism and Decadence

Evocative use of the language of the senses.

Excessive attention to the self.

Hedonistic attitude.

Perversity in subject matter.

 Absence of didactic aim.

Oscar Wilde and his out of common life

“We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.

Oscar Wilde (1854-1900) is known for his particular aspects: he was a nonconformist, a dandy (he places particular importance upon physical appearance), a wonderful entertainer and a brilliant talker; his conversation is a provocative combination of satire, paradox and epigram through which every Victorian institution and value is criticized and ridiculed.

He has an eccentric way of dressing and behaviour: he wears an aesthetic costume of velvet jacket, knee breeches, black silk stockings, strange tie and exotic flowers in the buttonhole, and he uses to walk up and down Piccadilly with a sunflower in his hands.

In constant need of money to live up to his worldly life, Wilde accepts an invitation to lecture in the United States and Canada in 1882,pronuncing on his arrival in New York his famous sentence: "I have nothing to declare except my genius!" , in reply to the Customs officer’s routine question.

The life for him has to be similar to an art-work and so his same life is an example of it in its reckless pursuit of pleasure. In addition, he has a homosexual relationship with Lord Alfred Douglas, which infuriated the Marques of Queensberry, Douglas’ father. He accused Wilde of being a sodomite. Unfortunately the accusations are proved true, and Wilde is arrested, tried and sentenced to two years’ hard labour. In this period he wrote “The Ballad of Reading Gaol”. After the prison, which provokes him many sufferings, because of public opinion against him and the impediment to read and write.

The Author’s conceptions

Wilde did not want to be serious or write seriously because he believed that seriousness was boring and was only an attitude adopted by people who had little imagination. He felt that a writer could not communicate important ideas as they are but had to suggest them by comedy and paradox. When he spoke or wrote he tried to make people laugh, but also think, using things that were surprising and provocative.

He rejects Victorian idea that art should have a moral purpose. In Wilde's opinion, the artist should not worry about what was “true” or “false”, “right” or “wrong”, he has to think only about what made good or bad art. It was not the artist's duty that instruct people, but to create beauty for its own. Wilde believed that art was superior to life because it could be controlled and made perfect and so could satisfy man’s needs perfectly in a way that nature never could do it.

“Life imitates art.”

The artist should not imitate life but should create a different, more beautiful reality which life could copy. The artist is an isolated figure. According to Wilde, the real artist was an isolated figure, different from the rest of society and in advance of his times.

His own homosexuality increased this feeling and helps him to see crimes as an understandable response to a society which he considered vulgar and inhuman.

Because of their common opposition to society, criminals and the artists were, in Wilde's opinion, similar and in his eulogy of socialism “The Soul of Man Under Socialism”, he didn’t want to change society. He thought that if he starts to be interested in social problems, he may become a bad artist.

"I put my talent into my work, but my genius into my life"

This sentence stands as an ironic statement concerning the writer's attitude to his life and work. According to: his mind, his life and art, they were inextricably bound together, both had to be produced by individual effort; life like art amounted to a creative process. In order to create them, Wilde maintains that a mask had to be put on, and such the individual, during his life, such the artist in his work were never as true as when they were wearing a mask.

The Picture of Dorian Gray

“The only way to get rid of a temptation is to yield to it.

It is the only novel written by Wilde. When it is first published in 1890, it is fiercely attacked by critics who judge it immoral, in fact the novel challenges all the fundamental values and beliefs of Victorian society.

This story is a 19th century’s versus of the myth of Faust.

The story is told by a third-person omniscient narrator. It is unobtrusive and the characters introduce themselves. He describes their feeling and thoughts from inside their minds.

The Plot

The novel is the story of Dorian Gray, a typical dandy, that’s to say a heroic figure, created by Wilde, that is the living protest against this democratic levelling, he is at his ease everywhere and in every situation. He is against any social convention. Nothing can surprise him. He is never vulgar. He presents all the canons of the classical beauty: handsome, young, aristocratic, refined. His sex is ambiguous: he unites the feminine grace and the male virility. When his friend painter Basil Hallward paints his picture he can translate on it even the soul of Dorian, the young is enchanted by it and together Hanry Watton, an elegant and cynic man, whose principles have corrupted him, makes a reflection on the fugacity of the time and desires intensely to transfer the passing of the time on the picture and to remain always beautiful and young. His desire is so strong that it really happens. So he lives a dissolute life, in search of the most unrestrained pleasures: he despises the love of Sybil Vane, a kind actress because an evening her performance, for a bodily discomfort, isn’t perfect as always. It will conduce her to suicide.

At this point the decadence of Dorian’s soul begins, he becomes a criminal, his physical aspect remains beautiful, but inside he becomes cruel and cruel.

The signs of the time and of his decadence appear on the picture, where his face becomes evil and it is furrowed with wrinkles, so, to appease his conscience he puts the picture in the attic even if every evening he goes to look it: every day the signs of the decline increases. The picture remembers to Dorian the deception of his double life, showing him his real face, unknown to everyone in its own cruel eloquence up to, overcome by unhappiness, he brakes the picture with a knife and he immediately falls down dead, as if he has stabbed himself. The servitude rush to the place and they look a wonderful picture of their master and on the floor a dead man with an evening dress, with a knife in the heart, with an old and cruel face. They understand that he is their master only for his rings.

Allegorical Meaning

This novel is profoundly allegoric; beautiful people at that time were considered moral people, instead ugly people were considered immoral. The novel highlights the Wilde’s aesthetic creed, like the cult of beauty making the life a work of art. The novel has also been interpreted as a symbol of the fall of man from a state of innocence to a state of corruption.

The picture isn’t an indipendent self, it stands for the dark side of Dorian’s personality, which he tries to forget by locking it in a room. The moral of this novel is that every excess must be punished and reality cannot be escaped. When Dorian destroys the picture he cannot avoid the punishment for all his sins. The horrible picture is a symbol of immorality and bad conscience of the Victorian middle class, while Dorian and his innocent and pure appearance is a symbol of bourgeois hypocrisy. The picture restored to its original beauty, and this shows that art is eternal.

Particular features of the novel

The novel highlights some of the key ideas of Wilde’s aesthetic creed, like the cult of beauty and the principle of making one’s life a work of art.

Basil and Lord Henry are also aesthetes, since they pursue the love of beauty though in different way. Basil pursues artistic beauty, while Lord Henry pursues the beauty of youth, like Dorian. When Dorian keeps looking at the portrait is amazed at his own beauty and so he is pleased and proud, but then he understands that his beauty going to die with age.

While he is looking at his picture, he becomes aware of his beauty. He expresses the wish to remain young and beautiful and the complaint that he will age. The showing of the portrait marks a change in the consciousness Dorian has of himself.

The novel has also been interpreted as a symbol of the fall of man from a state of innocence to a state of corruption.

Dorian decides to destroy the picture as it is the only evidence of his sins, but he dies. Before reaching the final decision to destroy the picture, Dorian’s thought follows different steps:

nostalgia for his pure boyhood
awareness of his corruption
recollection of his pact to keep eternal youth
wish for repentance and purification
awareness that youth and beauty have caused his ruin
wish to free himself from the past
understanding that repentance was pure illusion
decision to destroy the picture.

In tabbing the picture which represents his soul, Dorian kills himself because man cannot be separated from his soul.

He thinks that wicked people are always very old and ugly. He realise that his parallelism is not true, because he himself is an example of this.

“Life is far too important to be taken seriously.

La Belle Epoque

Il periodo storico legato alla Belle Epoque è lo stesso in cui Oscar Wilde venne arrestato con l’accusa di omosessualità. Accusa che lo porterà a scontare due anni di lavori forzati. L’autore de Il Ritratto di Dorian Gray morirà il 30 Novembre 1900 a Parigi, assolutamente dimenticato, in un alberghetto delle Belle Arti.

Introduzione

La Belle époque è un periodo storico, culturale e artistico che va dalla fine dell'Ottocento e si conclude una trentina d'anni dopo con lo scoppio della prima guerra mondiale.

L'espressione Belle Époque (L'epoca bella, I bei tempi) nacque in Francia prima della prima guerra mondiale per definire il periodo immediatamente anteriore (1885- 1914). Essa nasce in parte da una realtà storica (fu davvero un periodo di sviluppo, spensieratezza, fede nel progresso) e in parte da un sentimento di nostalgia. Il trauma della guerra aveva, infatti, portato a idealizzare la realtà.

Dalla fine dell'Ottocento in poi le invenzioni e progressi della tecnica erano stati all'ordine del giorno. I benefici che queste scoperte avevano portato nella vita delle persone erano diventati sempre più visibili: illuminazione di case e strade, servizi igienici, minore paura di affrontare la malattia e l'ignoto. Tutto questo aveva determinato un profondo ottimismo sulle possibilità dell'uomo, a cui niente sembrava precluso.

La realtà era stata abbellita anche per non risentire troppo dei traumi postbellici. Ma, senza meno, questo periodo è in Francia ricordato come un passato dorato che fu ridotto in frantumi dallo scoppio della guerra.

L’era del progresso e della crescita demografica

Fu quello il periodo in cui la tecnologia liberò tutte le sue potenzialità, esercitando una straordinaria forza di attrazione culturale e psicologica. La vita materiale nelle società occidentali fu modificata come mai prima era successo dai risultati dell'innovazione tecnica, dai progressi della scienza e dall'incremento della produzione industriale. Dall'impiego su scala mondiale dell'energia elettrica e dalla possibilità di trasportarla ovunque derivarono una lunga serie di applicazioni pratiche che cambiarono in meglio la vita degli uomini (dall'illuminazione privata e pubblica all'elettrificazione delle ferrovie).

Anche il telefono conobbe una rapida diffusione. Nel 1895 la scoperta fatta da Guglielmo Marconi inaugurò l'era della telegrafia senza fili e aprì la strada all'invenzione della radio, contribuendo a ridurre l'incidenza della distanza nelle relazioni umane. L'automobile e l'aeroplano intanto facevano la loro apparizione, mentre la scienza compiva progressi eccezionali grazie all'avanzamento della chimica e della biologia. Il ciclo economico, dalla metà degli anni Novanta del XIX secolo, fu all'insegna di un forte e prolungato incremento produttivo, che finì per contagiare non solo gli ambienti finanziari ma anche la platea dei consumatori, in forte crescita numerica, al punto che molti osservatori hanno collocato alla fine dell'Ottocento la nascita della moderna società dei consumi.

All'inizio del Novecento il mondo occidentale aveva molte ragioni d'orgoglio: debellata la maggior parte delle epidemie e ridotta notevolmente la mortalità infantile, gli abitanti del pianeta toccavano ormai il miliardo e mezzo.

Alla crescita demografica fece riscontro un impressionante aumento della produzione industriale e del commercio mondiale, che tra il 1896 e il 1913 raddoppiarono.

Nello stesso 1913 la rete ferroviaria del globo aveva raggiunto un milione di chilometri e le automobili cominciavano ad affollare le strade delle metropoli americane ed europee.

Nascita di nuove correnti artistiche

Dopo la grande depressione (detta anche crisi del 1929, grande crisi o crollo di Wall Street), la Francia entrò in un periodo di crescita economica alquanto sostenuta che si può far derivare dalla seconda rivoluzione industriale. Nacquero il cabaret, il cancan, il cinema, nuove invenzioni resero la vita più facile a tutti i ceti e livelli sociali, la scena culturale prosperava, e l'arte prendeva nuove forme con l'impressionismo e l'Art Nouveau. Il termine Belle Epoque può anche descrivere, infatti, visto il fiorire di nuovi stili e modi, l'arte e l'architettura di questo periodo in altri Stati.

Gli abitanti delle città avevano scoperto il piacere di uscire, anche e soprattutto dopo cena, di recarsi a chiacchierare nei caffè e assistere a spettacoli teatrali. Le vie e le strade cittadine erano piene di colori: manifesti pubblicitari, vetrine con merci di ogni tipo, eleganti magazzini.

Questa mentalità e questo modo di affrontare la vita aveva condizionato anche i settori produttivi. In tutta Europa si erano sviluppate una serie di correnti artistiche giunte a teorizzare che ogni produzione umana poteva divenire un'espressione artistica. Ogni oggetto e ogni luogo divenivano un'elegante decorazione, un motivo floreale, una linea curva e arabanesca.

Quando iniziò il nuovo secolo, Parigi volle celebrarlo con un'incredibile mostra nella quale venivano esposte tutte le innovazioni più recenti: l'esposizione universale (o "Exposition Universelle"). Per assistere a questa gigantesca fiera, nel 1900 persone da tutto il mondo sbarcavano in Francia per prendervi parte. La gente ne visitava ogni parte e ne ammirava tutti gli aspetti: scale mobili dette "Tapis roulant", tram elettrici, si assaggiavano le cento varietà di tè importato dall'India. L'Europa era in pace da trent'anni (1780 'ca), cioè da quando la Germania aveva inaugurato un'industrializzazione e sviluppo che venivano garantiti da una nuova politica di equilibrio. Nessuno pensava più, quindi, che la guerra potesse devastare ancora il mondo; perciò nel 1896 ebbero luogo le prime Olimpiadi, che da allora si svolsero ogni quattro anni. Il periodo che va dal 1890 al 1914 fu caratterizzato da un periodo di euforia e frivolezza, denominato "Bélle époque", "bei tempi".

L’Art Nouveau: il nuovo gusto borghese

Sono proprio questi caratteri della Belle Epoque che resero riconoscibili la nascita di nuove correnti, che assunsero nomi differenti a seconda degli stati in cui fiorirono:

Liberty (o floreale) in Italia
Art Nouveau in Francia
Modern Style in Inghilterra
Jugendstil in Germania
Sezession in Austria

 Modernismo in SpagnaL’orientamento artistico dell’Art Nouveau, che come abbiamo già visto si diffuse in diversi Paesi con nomi differenti, e che percorse un po’ tutta l’Europa tra il 1890 e la prima guerra mondiale, può ben essere considerato il corrispondente dell’estetismo nel campo delle arti visive.

Il nome attribuito all’orientamento artistico deriva da quello di un negozio parigino, «l'Art Nouveau Bing», aperto nel 1895 da Siegfrid "Samuel" Bing, che sfoggiava alcuni oggetti dal design innovativo, tra cui mobili, tinture, tappeti e vari oggetti d'arte.

Essa mise al centro del loro programma, il predominio della decorazione e la conseguente determinazione della forma attraverso l’ornamento, la volontà di diffondere la bellezza nella vita quotidiana, l’estensione dell’artisticità agli oggetti si uso comune, imponendo i tratti caratteristici della loro ricerca formale, non solo in pittura e in architettura, ma anche nella decorazione di interni, nel mobilio, nei manifesti pubblicitari e nell’abbigliamento.

Caratteristiche

Una delle caratteristiche più importanti dello stile è l'ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto «a frusta». Semplici figure sembravano prendere vita e evolversi naturalmente in forme simili a piante o fiori.

Diversamente dai pittori simbolisti, tuttavia, l'Art Nouveau possedeva un determinato stile visivo; e al contrario dei Preraffaelliti che prediligevano rivolgere lo sguardo al passato, l'Art Nouveau non si formalizzava nell'adoperare nuovi materiali, superfici lavorate, e l'astrazione al servizio del puro design.

Molto ricercate erano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a predilezione vegetale o floreale. Le stampe giapponesi, con forme altrettanto curvilinee, superfici illustrate, vuoti contrastanti, e l'assoluta piattezza di alcune stampe, furono un'importante fonte di ispirazione.

Altro fattore di grande importanza è che l'Art Nouveau non rinnegò l'uso dei macchinari, ma vennero usati e integrati nella creazione dell'opera. In termini di materiali adoperati la fonte primaria furono certamente il vetro e il ferro battuto, portando a una vera e propria forma di scultura e architettura.

Anche i gioielli offrivano uno spettacolo straordinario e sovvertivano la concezione che aveva regnato indiscussa sino a quel tempo. L’oggetto prezioso diventava una scultura, assemblava diversi tipi di metallo o di materiale, di per sé anche non prezioso come l’oro, per supportare perle, pietre semi-preziose prima sconosciute o non molto sfruttate. I gioielli riproducevano fiori, animali, insetti intrecciati e avvolti da foglie e rami, tra cui si affacciavano esili forme umane, evanescenti meravigliose creature realizzate con tecniche creative nuove o rivisitate come lo smalto-cattedrale o come lastre sottilissime di opale, madreperla, cristallo di rocca.

Oggi l'Art Nouveau è considerata precorritrice dei movimenti più innovativi del ventesimo secolo, come l'espressionismo, il cubismo, il surrealismo e l'Art Deco.

 

Gustav Klimt

“Sono bravo a dipingere e disegnare; lo credo io stesso e lo dicono anche gli altri […].

Sono un pittore che dipinge tutti i santi giorni dalla mattina alla sera […].

Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che vale la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti per rintracciarvi chi sono e cosa voglio.

Singolare fu, per la pittura, l’apporto di uno dei massimi esponenti dell’Art Nouveau, il pittore austriaco Gustav Klimt (1862-1918), che interpretò in modo personale e originalissimo lo spirito del suo tempo.

Gustav Klimt nasce il 14 luglio 1862 a Buamgarten, vicino a Vienna, da una modesta famiglia.
Già a quattordici anni inizia a frequentare la Scuola d'Arte e Mestieri della capitale, dove ha modo di approfondire le diverse tecniche utilizzate nell'arte più classica (fondamentale per la sua arte), come l'affresco e il mosaico, ma anche di venire in contatto con i fermenti innovativi del momento (elementi che riuscirà ad amalgamare generando uno stile unico).

Il Ministero della Cultura e dell'Educazione commissiona a Klimt e a un suo compagno di studi la decorazione di alcuni saloni dell'Università di Vienna.

Inizia ufficialmente la sua brevissima carriera di artista, infatti, la decorazione per l'aula magna dell'Università di Vienna, avente per tema la filosofia, la medicina e la giurisprudenza, provocò innumerevoli critiche da parte delle autorità viennesi, che gli contestarono il contenuto erotico e l'insolita impostazione dei dipinti.

Tali scandali segnarono la fine della carriera ufficiale di Klimt. Ma potrà mai un genio fermarsi per via delle critiche? Certamente no, decide quindi di ribellarsi ai canoni ufficiali liberando l'arte dalle regole e dai pregiudizi.

Klimt, utilizzando le innovazioni decorative dell'"Art Nouveau", sviluppò uno stile ricco e complesso ispirandosi spesso alla composizione dei mosaici bizantini, studiati a Ravenna.

Attività artistica

Gustav Klimt fu uno dei più eccellenti pittori della sua epoca e una figura di rilievo nella storia culturale austriaca. Formatosi artisticamente nel solco della tradizione, sviluppò presto uno stile unico e personale che lo pose in primo piano nell'avanguardia.

L'incarico più importante ricevuto da Klimt negli anni della maturità furono i mosaici per la sala da pranzo del palazzo Stoclet di Bruxelles.

Klimt iniziò a dipingere paesaggi solo verso i trentacinque anni. Li realizzava durante le vacanze e difatti mostrano di preferenza i luoghi frequentati d'estate dai ricchi viennesi. I paesaggi costituiscono una parte sostanziale dell'opera dell'artista: sono oltre cinquanta e pertanto rappresentano un quarto di tutta la sua opera pittorica pervenutaci.

Gustav fu uno dei più grandi disegnatori dei suoi tempi.

Oltre ai frequenti bozzetti per i dipinti, eseguì molti disegni come opere a sé stanti.

I primi, spesso eseguiti a carboncino, sono in stile tradizionale e mostrano una solida tecnica; i successivi invece più liberi e delicati, in genere eseguiti a matita o a pastello.

Il tema preferito era la donna nuda o semivestita. Molti disegni sono particolarmente erotici e mostrano la donna sdraiata sul letto o su un divano in atteggiamenti decisamente provocatori ma rappresentati con tale eleganza e tenerezza da non risultare mai volgari.

Le allegorie sulla condizione umana sono tra i dipinti più complessi ed enigmatici di Klimt.

Dal momento che raramente commentava le sue opere, è spesso difficile individuare il significato dei suoi dipinti meno convenzionali, anche se gli scopi paiono abbastanza evidenti.

Il tema centrale è il sesso, che viene però trattato nei modi più disperati e riflette l'opinione che Klimt aveva delle donne, viste come idoli bellissimi o tenere madri, ma anche come predatrici che si servono del loro fascino come di una trappola fatale. Un esempio di tale concezione viene rappresentato dal pittore, nel dipinto “Giuditta I”.

Giuditta I

"Giuditta I" è un dipinto a olio su tela di cm 84 x 42 realizzato nel 1901 ed esposto all’Österreichische Galerie Belvedere di Vienna.

Quest'opera rappresenta la maturità del pittore austriaco: è contraddistinto da un linguaggio di forte astrazione simbolica e dall’uso massiccio dell’oro.

Racchiusa in una cornice di rame sbalzato (realizzata da suo fratello Georg, scultore e cesellatore), Klimt dipinge per la prima volta (una seconda Giuditta seguirà nel 1909) la bella eroina biblica. Il soggetto è stato sempre utilizzato quale metafora del potere di seduzione delle donne, che riesce a vincere anche la forza virile più bruta. In clima simbolista la figura di Giuditta

si presta ovviamente alla esaltazione della femme fatale crudele e seduttrice, che porta alla rovina e alla morte il proprio amante. Tale concezione della donna è perfettamente ripresa dall’esteta.

Il pittore raffigura la protagonista come una donna moderna, con il volto di Adele Bloch-Bauer, esponente dell'alta società viennese.

L'immagine ha un taglio verticale molto accentuato con la figura di Giuditta, di grande valenza erotica, a dominare l'immagine quasi per intero. La testa di Oloferne appare appena di scorcio, in basso a destra, tagliata per oltre la metà dal bordo della cornice. Da notare la notevole differenza tra gli incarnati della figura, che hanno una resa tridimensionale, e le vesti, trattate con un decorativismo bidimensionale molto accentuato.

Dietro la testa di Giuditta è rappresentato un paesaggio arcaico e stilizzato di colline e alberi, che richiama i motivi decorativi geometrici tratti dalle ceramiche micenee.

La divina proporzione

In alcune opere d’arte, appartenenti al passato e al presente, e in molte opere di artisti, da Leonardo da Vinci a Seurat e a Salvator Dalì, possiamo trovare richiami alla sezione aurea (o divina proporzione).

Quest’ultima è stata presa in considerazione per ottenere una dimensione armonica delle cose ed esiste fin dai tempi dell’antichità.

Non solo nella pittura ma anche nell’architettura, nella geometria, nella natura e nella musica possiamo notare come la sezione aurea corrisponda a un rapporto che è stato definito pari a:

=1,61803398874989... (il numero d’oro)

La sezione aurea in Dalì e in Seurat

La proporzione aurea si ritrova nell’arte italiana a partire dal rinascimento.

Gli artisti hanno poi continuato a operare seguendo questa logica in maniera più o meno inconsapevole.

Il pointillista George Seurat ne era perfettamente conscio.

Il padre del divisionismo ha sempre avuto presente la sezione aurea nella definizione della struttura dei suoi quadri. Nell’opera La Parade del 1888 sono di facile individuazione i molti rettangoli aurei.

Anche il surrealista Salvator Dalì aveva conoscenza del rapporto aureo.

Le dimensioni del dipinto Il sacramento dell’Ultima Cena, opera che risale al 1955, sono quelle di un rettangolo aureo e altri rettangoli aurei compaiono nella disposizione delle figure. Inoltre, la tavola è sovrastata da un grande dodecaedro le cui facce pentagonali ci riportano alla sezione aurea.

In natura e in architettura

La sezione aurea emerge in natura come risultato della dinamica di alcuni sistemi. È stato ritrovato, tra l'altro, nella struttura delle conchiglie, nella dimensione delle foglie, nella distribuzione dei rami negli alberi, nella disposizione dei semi di girasole, e nel corpo umano.

Vista la sua diffusione in natura, veniva considerato esteticamente piacevole e di buon auspicio, perciò veniva usato anche per le creazioni umane. Diversi dipinti sono stati composti secondo la sezione aurea; edifici, giardini e monumenti sono stati progettati con rettangoli aurei.

Per esempio alcune teorie, non da tutti condivise, ne attribuiscono l'applicazione al Partenone di Atene.

La pianta di quest’ultimo risulta essere un rettangolo con lati di dimensioni tali che la lunghezza sia pari alla radice di cinque volte la larghezza, mentre nell'architrave in facciata il rettangolo aureo è ripetuto più volte.

Altre applicazioni si trovano nel design, e studi recenti mostrano che continua ancora a giocare un ruolo importante nella nostra percezione della bellezza.

Nella poesia

La sezione aurea è riscontrabile anche in alcune poesie. Ad esempio, vi è una poesia di Baudelaire, Le serpent qui danse, che è composta da versi di otto e cinque sillabe:

... Comme un navire qui s'éveille

Au vent du matin

Mon âme rêveuse appareille

Pour un ciel lointain

I rapporti del numero d’oro ritornano anche nella poesia di D’Annunzio Sogni di terre lontane, ove si alternano gruppi di cinque e otto versi rispettivamente e in Nostalgia di Saba, composta da due gruppi di otto e cinque versi.

Nella quotidianità

Negli oggetti quotidiani, possiamo trovare alcuni esempi di sezione aurea, dalle schede telefoniche alle carte di credito e bancomat, dalle carte SIM dei cellulari alle musicassette: sono tutti rettangoli aurei con un rapporto tra base e altezza pari a 1,618.

 

In relazione ai moti lunari

Il movimento di rotazione della Luna (su se stessa) avviene in un periodo di tempo uguale a quello della sua rivoluzione (movimento intorno alla Terra), e precisamente in 27 giorni, 7 ore e 43 minuti primi. Tale periodo di tempo è detto rivoluzione siderea o mese sidereo, in quanto coincide con l'intervallo che passa fra due congiunzioni successive della Luna con una stella. Tuttavia, siccome anche la Terra si sposta lungo la sua orbita intorno al Sole, mentre la Luna compie il suo moto intorno al nostro pianeta, ne consegue che la Luna non ritorna in congiunzione con il Sole dopo un mese sidereo, ma circa due giorni più tardi. Il valore medio dell'intervallo di tempo che passa fra due congiunzioni successive della Luna con il Sole è di 29 giorni, 12 ore, 44 minuti primi e 3 secondi, e prende il nome di rivoluzione sinodica o mese lunare o lunazione.

Nel V secolo a.C. l'astronomo ateniese Metone scoprì che 235 lunazioni (mesi lunari) fanno quasi esattamente 19 anni solari. Per tale ragione, dopo un ciclo di 19 anni (detto ciclo di Metone o ciclo metonico o ciclo lunare) le fasi della Luna tornano ai medesimi giorni dell'anno.

In altre parole, dopo aver osservato i giorni in cui hanno avuto luogo le diverse fasi lunari per 19 anni, si noterà che il ventesimo anno queste cadranno negli stessi giorni del primo anno, il ventunesimo anno cadranno negli stessi giorni del secondo anno, e così via.

Ecco perché la serie dei tempi, partendo dall'anno 1 a.C., è stata divisa in periodi di 19 anni, e a ciascun anno di ogni periodo è stato abbinato un numero naturale dall'1 al 19. Il numero d'oro è quindi il numero dell'anno nel ciclo lunare in corso.

 

Petronio: il primo esteta latino

Se i movimenti artistici, le letterature moderne e persino le formule matematiche confermano a pieno la nascita dell’estetismo e delle formule di bellezza, la letteratura latina dimostra l’esistenza, già nota ai tempi di Nerone, di canoni di vita che possono rimandare al dandismo e al culto della bellezza.

Petronio, detto anche arbiter elegantiae o arbiter elegantiarum (arbitro dell'eleganza o delle eleganze) (data di nascita, secondo gli studi più accreditati, sconosciuta - morto, attraverso una plausibile comparazione di fonti, nel 66 d.C.) fu uno scrittore latino e un filosofo.

Petronio fu un politico accorto, fu proconsole in Britanna e successivamente console nel 62. Fu grande amico di Nerone ma successivamente cadde in disgrazia e, dopo essere stato accusato di tradimento, si tolse la vita tagliandosi le vene. Trascorse la sua vita con eleganza e con estrema raffinatezza, con la sua eloquenza incantò molti uomini importanti tra cui lo stesso imperatore Nerone che lo accolse nella sua corte. Il suo intelletto eccelso, il suo amore per le cose di classe e la sua capacità di intrattenitore fanno di lui il primo "dandy "conosciuto.

Di Gaio Petronio non conosciamo nulla direttamente ma la critica porta a identificarlo con l'autore del Satyricon descritto da Tacito negli "Annales".

Satyricon

Del romanzo ci è pervenuta solo una piccola parte (15' e 16' libro) che contiene anche alcune novelle (matrona di Efeso) e alcune poesie (bellum civile).

A proposito del Satyricon nascono molte questioni riguardanti il titolo e la data di composizione: il titolo può essere interpretato come saturae (collegato alle satire menippee) oppure come il genitivo concordato con libri (sottointeso); per quanto riguarda la data si era pensato attorno al terzo secolo d.C., ma i critici sono quasi unanimemente d’accordo ad assegnare il Satyricon a Petronio. Il Satyricon è una successione di tante scene, apparentemente autonome, ma legate fra loro dal protagonista Encolpio, filo conduttore di tutto il romanzo.

Encolpio possiede le medesime caratteristiche del tipico personaggio decadente, é un personaggio colto e raffinato, ama la bella vita e vive ogni momento con intensità.

L'autore offre il ritratto di una società ormai corrotta e avida in cui sono espliciti ì sintomi di un decadimento sociale. È interessante notare come l'originalità di Petronio sta nel rappresentare una visione complessiva del reale e non solo semplici frammenti di vita quotidiana, ironicamente ma senza giudizi morali.

Il narcisismo e la psicologia del

Avendo analizzato le personalità di personaggi storici e letterari quali Petronio, D’Annunzio, Baudelaire e Wilde, risulta impossibile non rendersi conto del loro smisurato senso del bello, della loro predilezione verso una vita da esteti e soprattutto della loro forte personalità narcisista.

Il dandy è dunque una persona narcisista, che non riesce a fare a meno di guardarsi allo specchio e di andare alla ricerca della perfezione estetica. Egli ha consapevolezza della sua esteriorità affascinante e la trasforma in una vera e propria filosofia di vita.

Introduzione al narcisismo

Il narcisismo è un disturbo della personalità e, in termini generali, l'amore che una persona prova per la propria immagine e per se stesso. Havelock Ellis introduce tale termine nel 1892 in un suo studio sull'autoerotismo, per indicare il tipo di perversione sessuale in cui l'individuo preferisce sessualmente il proprio corpo.

I narcisisti negano i sentimenti in contrasto con l'immagine che inseguono. Proprio come il dandy, sono incapaci di amare gli altri perché totalmente innamorati della propria persona, o almeno perché credono di esserlo, tanto da non riuscire a vedere i propri difetti. Il narcisista è un soggetto che necessita di continue conferme il quale, rivisitando il mito di Narciso, continua a specchiarsi nell'acqua per conferma della propria bellezza più che per ammirazione. Chi soffre di disturbi narcisistici pone ricchezza, notorietà e successo di fronte a saggezza, dignità personale e rispetto di sé, spinti dal voler dimostrare agli altri la bellezza della propria immagine e tralasciando qualsiasi valore culturale e spirituale. Il bisogno di apprezzamento materiale e oggettuale e l'incapacità di amare il prossimo sembra dovuta a eccessivo amore materno che comporta una mancata uscita dalla fase infantile, senza alcun senso della realtà né stima di sé e con la conseguente paura di confrontarsi con gli altri in modo serio e maturo.

Gi studi sul narcisismo di Sigmund Freud

Sigmund Freud (1856-1939), fondatore della psicanalisi, presenta il suo primo saggio sul narcisismo nel 1914 ('Introduzione al narcisismo'), ne amplia il significato introducendo i concetti di narcisismo primario e di narcisismo secondario o protratto.

Il narcisismo primario è inizialmente, per Freud, lo stadio intermedio tra l'autoerotismo e l'alloerotismo (o fase dell'amore oggettuale), nel quale il bambino investe tutta la sua carica erotica su se stesso prima di rivolgerla verso altre persone. Nella fase del narcisismo primario l'appagamento è ancora autoerotico, ma riferito a un'immagine unificata del proprio corpo o a un primo abbozzo di Io e non più puramente sessuale. Un arresto allo stadio autoerotico disporrebbe alla schizofrenia. Successivamente Freud pone tale narcisismo primario in una fase della vita antecedente a qualsiasi costruzione dell'Io, senza alcuna relazione oggettuale.

Il contributo della Klein a una concezione psicoanalitica del narcisismo

Melanie Klein (1882-1960), una delle personalità più decisive e influenti del movimento psicoanalitico, non concorda con questa seconda versione di Freud, intendendo la relazione con la propria immagine come impossibile in un ambiente privo di relazioni. Secondo la Klein, infatti, anche il neonato è capace di sperimentare relazioni oggettuali d'amore e di odio e non può creare alcuna immagine se privato di esse.

Il narcisismo secondario o protratto è invece il concetto di narcisismo nell'età adulta, e si riferisce come termine al ripiegamento sull'Io della libido, sottratta alle relazioni oggettuali. Sempre per Freud, l'Io è una forte carica di libido o energia psichica che può essere emanata verso gli oggetti esterni o rivolta verso se stessi, creando in quest'ultimo caso tali disturbi psicotici di tipo narcisistico.

Il concetto di narcisismo include inoltre altre terminologie, come la carica narcisistica e la ferita narcisistica. La carica narcisistica sono le rassicurazioni sul proprio valore e potenzialità che ogni bambino attende dai genitori e ogni adulto dalla società. La ferita narcisistica è invece un'offesa all'autostima e all'amor proprio di una persona.

Il ruolo dell’estetica al giorno d’oggi

Gli studi e le interpretazioni letterarie e filosofiche del passato riguardo il concetto di estetismo, hanno lasciato una traccia molto profonda nel mondo odierno, ed è possibile accorgersene ed evidenziarlo soltanto guardandoci intorno.

Quanto può influenzare oggi l’aspetto di una persona?

Quale ruolo può avere la bellezza nel mondo dello spettacolo, del lavoro o della scuola?

Quanto conta l’apparire?

Ricerche e indagini psicologiche e scientifiche mostrano come le persone di aspetto gradevole siano molto più avvantaggiate di quelle meno attraenti, in tutti i campi.

Sembra impossibile in che in un mondo “evoluto” e progredito come il nostro, possano esistere dei criteri basati sulla superficialità, invece che sull’essere e non apparire. Eppure mai come ora questo aspetto è reso importante.

Scientificità dell’argomento

Da sempre esistono detti come “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” oppure “la bellezza sta negli occhi di chi guarda”. Al contrario invece, è stato provato attraverso degli studi psicologici, che la bellezza ha delle leggi tutt’altro che soggettive: la statura, la conformazione dei denti, la grandezza della pupilla, il colore dell’iride, la presenza di occhiali, l’assenza o presenza di barba, la lunghezza e il colore dei capelli, la grandezza e rotondità di occhi e labbra, le proporzioni del volto, la colorazione della pelle, la forma e grandezza del naso, il peso, la conformazione muscolare, il rapporto tra larghezza dei fianchi e della vita, la conformazione delle gambe, la presenza di difetti dermatologici come ne, lentiggini, per citare solo alcuni esempi che la ricerca ha dimostrato contribuire significativamente alla valutazione dell’attrattività estetica di un individuo.

Conseguenze della bellezza/non bellezza nella quotidianità

Per rendersi conto dell’importanza nella vita di tutti i giorni, basti pensare al caso negativo. Una sfigurazione del volto in seguito ad un incidente o a una malattia dermatologica possono minare a fondo l’autostima e compromettere l’opportunità di avere buoni rapporti interpersonali, di trovare un partner o un lavoro. Si può pensare ai problemi di autostima e sicurezza di sé suscitati dall’acne negli adolescenti e a tutti i tentativi messi in atto per nascondere ed eliminare le rughe e altri segni della vecchiaia. Se mettiamo a confronto una persona bella con una meno attraente, a parità di contenuto comunicativo, le persone belle sono più persuasive di quelle esteticamente meno affascinanti. Inoltre, trovano più facilmente lavoro e tendono ad avere impieghi più prestigiosi.

Sul piano giudiziario, le persone gradevoli tendono a essere giudicate meno colpevoli rispetto a persone non attraenti e il loro comportamento, anche se sbagliato, viene giustificato da “cause esterne”, anziché associarlo alla volontà colpevole dell’individuo.

Attrattività nella scuola

La bellezza gioca un ruolo importante quando l’insegnante non conosce ancora il rendimento e la condotta dell’allievo, come in caso di bambini ai primi giorni di scuola.

Per esempio, se un bel bambino è accusato di un’azione indisciplinata, gli insegnanti tendono a giustificare il comportamento malvagio come casuale e non raccomandavano nessuna punizione. Se invece a compiere lo stesso atto è attribuito a un bambino meno attraente, viceversa, il comportamento negativo veniva attribuito alla personalità del bambino e assumeva più importanza.

Bellezza nel lavoro

L’attrattività di una persona gioca un ruolo importante anche nell’assunzione per un posto di lavoro. Infatti, come ci si aspetta dalle ricerche precedenti, le persone belle tendono a raggiungere postazioni di lavoro più prestigiose e con più successo, dovuto all’autostima.

Inoltre è stata provata anche una relazione tra bellezza e il reddito. I soggetti attraenti avevano un reddito di partenza più alto rispetto a quelli non attraenti, o perché ricevevano più proposte lavorative, o perché riuscivano ad ottenere posti più prestigiosi e ben pagati.

Inoltre avere un peso del 20% superiore alla media, può contribuire a ridurre il libello di reddito iniziale di un lavoratore.

Estetica nella politica

Nell’ambito politico, più che negli altri, il ruolo della bellezza dovrebbe essere molto subordinato a quello della personalità, dell’intelligenza.

Un esempio evidente, si è verificato in una ricerca svolta durante la campagna elettorale che vedeva come sfidanti Kennedy e Nixon dove in un sondaggio emerse che chi ascoltava la radio propendeva per Nixon, mentre i telespettatori preferivano il più affascinante Kennedy.

Conclusioni

Da quanto analizzato si evince il fondamentale ruolo che la bellezza ha assunto fin dai tempi dell’antichità, e che tutt’oggi continua ad avere.

Ho sempre visto la bellezza come sinonimo di sentimento. Bello è ciò che riesce a trasmetterci sensazioni, ciò che riesce a coinvolgerci, a stupirci e talvolta anche ci spaventa. Tale concezione può trovare interpretazione nel sublime, così grande ed elevato, esso è in grado di trasmetterci fortissime emozioni che spaziano dall’incanto al vero e proprio terrore.

La potenza di tali sentimenti, racchiusa nella bellezza e nella sua massima espressione, il sublime, mi hanno spinto alla elaborazione di una tesina che avesse proprio tale concezione come tema principale.

Ho trovato interessante interpretare il pensiero e lo stile di vita di personaggi che come D’Annunzio, Baudelaire, Wilde e Petronio, hanno fatto della loro vita una vera e propria opera d’arte, cristallizzando il concetto di bellezza e facendo di esso tutta la loro vita.

Il loro stile di vita, così narcisista ed egocentrico, è stato per me ispirazione nel trovare un titolo che si adattasse alla mia tesina. Un titolo che oltretutto penso possa descrivere parte dell’importanza che al giorno d’oggi all’estetica viene attribuita.

La bellezza appare quasi come un paradiso, in quanto sinonimo di grazia, armonia e soprattutto essa viene ammirata e desiderata dai più. L’eccessiva importanza che ad essa viene attribuita, la porta però a trasformarsi in un qualcosa di artificiale, finto, soltanto apparente. Dando troppa importanza all’estetica, si rischia che vengano dimenticati i veri valori in grado di rendere davvero bella una persona, in altre parole i valori che hanno origine dall’interiorità. Per questo ho scelto come titolo Estetismo: un paradiso artificiale, per dimostrare quanto l’esteriorità spesso possa essere soltanto una maschera se oltre ad essa non viene attribuita la giusta importanza anche alla morale e ai sentimenti che hanno origini da dentro di ognuno di noi.