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Premessa

Lo scopo che mi sono prefissata tramite la stesura di questa tesina è mettere in evidenza un particolare modo di concepire l’arte e la bellezza. Una concezione che non si limita solamente al puro giudizio estetico, ma che cerca di spingersi oltre, ricercando il vero significato del termine “bello” all’interno dei sentimenti e delle sensazioni che un’opera d’arte, una poesia, una formula matematica possono trasmetterci. Da qui il motivo per cui ho scelto di elaborare la copertina della mia tesina con un’immagine che ritrae il celebre dipinto di Munch, “Il Grido”. L’opera del pittore norvegese, seppur basandoci sui canoni classici non possa ritenersi esteticamente bella, è in grado di far scaturire in chi la guarda, un forte senso di angoscia e inquietudine. Ed è proprio in questa capacità di trasmettere sensazioni, di coinvolgere che è racchiusa la vera bellezza di un’opera d’arte.
Il percorso che ho intenzione di intraprendere partirà da questa mia personale interpretazione del concetto di bellezza per poi arrivare a definire quello di “esteta” ed “estetismo” attraverso i suoi maggiori interpreti. Tra questi, impossibile non citare Immanuel Kant, autore de “La Critica del giudizio”, uno dei più importanti libri sull’estetica.
Il tema della bellezza sarà accostato e confrontato con il tema del sublime, introducendo e confrontando le diverse opinioni in merito di filosofi quali Burke, Hegel Schopenhauer e Kant. Quest’ultimo, autore de La Critica del Giudizio, uno dei più importanti libri sull’estetica, sarà il punto di partenza del mio percorso e, tramite il confronto con i filosofi prima citati, mi aiuterà a introdurre il pensiero di Nietzsche, il filosofo che diede vita alla teoria del Superuomo.

 Collegandomi a Gabriele D’Annunzio, il cui egocentrismo si manifesta soprattutto nelle sue folli azioni politiche, nel suo "vivere inimitabile" e nel suo superomismo, e passando ad analizzare la poetica di Baudelaire, ritenuto dai più il poeta maledetto, arriverò a trattare di Oscar Wilde, il dandy libero e anticonformista, per la cui presentazione non occorre altro che una delle sue famose espressioni: "I have nothing to declare except my genius!"
La vita del dandy non fu certo facile, egli venne arrestato per omosessualità durante il periodo della Belle Epoque, epoca di grande splendore e progresso che attraversò la Francia verso la fine dell’Ottocento. Essa mi permetterà un collegamento con il movimento dell’Art Nouveau e un’analisi di uno dei suoi massimi esponenti, Gustav Klimt, artista che fece un bellissimo ritratto di Giuditta I, un personaggio biblico eroina del popolo ebraico.
Canoni di bellezza sono rintracciabili anche all’interno di formule matematiche, come la sezione aurea (o divina proporzione), presente nella natura, nell’architettura e nella pittura. Per dimostrare ciò, prenderò in considerazione alcune opere di artisti come Seurat e Dalì, i quali si sono serviti proprio del numero, con lo scopo di regalare ai loro dipinti una perfetta armonia e una precisa rappresentazione di figure umane.
Il culto della bellezza, oltre ad essere rintracciabile in formule matematiche e letterature moderne, già esisteva ai tempi di Nerone, e questo è dimostrato dalla figura di Petronio, considerato il primo esteta latino.
L’egocentrismo e la continua ricerca della bellezza da parte di figure come Petronio, D’Annunzio, Baudelaire e Wilde, mi permetteranno di introdurre e di definire il concetto di narcisismo, attraverso gli studi e i contributi di Freud, il fondatore della psicanalisi, e Melanie Klein, una delle personalità più decisive e influenti del movimento psicoanalitico.
Arriverò infine ad attualizzare il concetto di bellezza, analizzando le influenze che al giorno d’oggi l’estetica può avere in campo lavorativo, politico, scolastico e quotidiano, per poi concludere con una personale riflessione connessa al motivo per cui ho scelto di intitolare la mia tesina Estetismo: un paradiso artificiale.
Oltre l’apparenza: la bellezza dei sentimenti

Nel suo “Elogio della Pazzia” Erasmo da Rotterdam ci illumina con una vera perla di saggezza: “Per un ubriaco non vi è quadro più bello dell’insegna di un’osteria”. Una variante del vecchio detto popolare partenopeo che tradotto in italiano suona più o meno così: “Ogni scarafaggio è bello per sua madre”. Saggezza popolare e filosofia convergono per dirci quello che è uno dei luoghi comuni più usati quando si parla di “bellezza”: “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Ma è proprio così? E anche se fosse, se davvero il bello è ciò che piace soggettivamente, perché in determinate epoche storiche o in determinate culture piacciono alcune cose che non piacciono più in altri contesti o in altri periodi?

Certo, è sempre dal gusto personale che giudichiamo la bellezza e non sempre ci ritroviamo ad apprezzare quello che i nostri avi consideravano come sinonimo di bellezza. Le modelle tondeggianti dei quadri rinascimentali difficilmente rappresentano la bellezza femminile così come ci viene proposta oggi dalle sfilate di moda, dalle pubblicità o dalle pellicole cinematografiche. Ma non serve poi andare così lontano, basta guardare un video clip musicale degli anni ottanta per trovare come minimo ridicole quelle pettinature cotonate e vaporose che andavano tanto in voga appena venti anni fa. Ma allora è questa la bellezza? La bellezza è moda? Non è bello ciò che è bello e ma è bello ciò che è di moda? Ma che cos’è la moda in fondo se non un’accettazione culturale condivisa e provvisoria dell’estetica del momento? Certo un momento effimero e breve come quello di una stagione, ma pur sempre frutto di una forte condivisione sociale di parametri e schemi che, provenienti da chissà dove, si impongono prepotentemente nell’universo dell’immaginario collettivo del momento. E se la bellezza fosse proprio resistere alla moda? Quell’equilibrio d’armonia e forma che rimane immutabile a dispetto di ogni stravaganza proposta da stilisti e fotografi? La verità è che non può esistere una scienza del bello partendo da questi presupposti, un tramonto, un fiore in un prato primaverile, un paesaggio di montagna… Difficilmente possiamo negare la loro bellezza e l’emozione che da sempre provocano nell’animo umano, ma se proviamo a spiegare oggettivamente perché tali cose sono belle difficilmente vi riusciamo e tutto rimane racchiuso in una sfera troppo personale e intima per essere tradotta in concetti oggettivi e univoci. Una scienza del bello i questi termini non esiste e non è mai esistita e forse è anche riduttivo e banale provare a crearne una. Come applicare canoni prestabiliti a un qualcosa che ci affascina proprio per essere indefinito e inclassificabile? Hegel, ma anche Benedetto Croce più tardi, nei loro trattati sull’estetica hanno da subito voluto sgombrare il campo da ogni possibile equivoco ponendo dei confini prestabiliti a quella che deve essere una era scienza del bello. E i limiti sono proprio quelli che prima di tutto delimitano l’oggetto delle loro analisi: la filosofia e la scienza del bello deve occuparsi soltanto di quello che è il bello nell’arte. Perché un’opera d’arte può a ragione considerarsi bella?

Nell’arte classica dell’antica Grecia uno dei metri di giudizio più importanti era la corrispondenza tra la forma che prendeva l’opera d’arte e la natura stessa. Una statua umana ad esempio era tanto più bella quanto riusciva a riprodurre per imitazione il corpo umano nella natura. L’estetica si riduceva così a una misurazione attenta e anatomica delle parti del corpo, alla ricerca di un’armonia delle forme che voleva essere appunto, imitazione di una perfezione umana idealizzata e forse non reale. Ma che dire allora dei quadri di Picasso? Se li valutiamo secondo l’estetica classica come possiamo definirli belli? Eppure, soffermandoci ad esempio su uno dei più famosi quadri di Picasso, Guernica, non possiamo che rimanere incantati di fronte alle sensazioni che esso è in grado di suscitare in noi. Siamo davanti a un quadro le cui dimensioni ci danno già l’idea dell’entità della tragedia, si aggiunga poi a questo fatto quantitativo, il silenzio gridato dalla tela. Tale antitesi fa parte della sublimità dell’opera che inaspettatamente si scaglia con violenza nello spazio e nel tempo. Guernica di Picasso ci ha dato un esempio di violenza trattenuta nella tela, eppure essa fuoriesce prepotente e nel suo movimento produce in noi osservatori un’immobilità stupefatta.

Il principio dell’imitazione della natura si è dimostrato quindi limitativo escludendo arbitrariamente tutta una serie di opere d’arte capaci di darci emozione ma che si allontanano dai canoni stessi presenti in natura e che anzi a volte ribaltano il concetto stesso di bellezza introducendo quello che Croce definiva: “il bello dell’orrido”.

Il principio dell’estetica basata sull’imitazione della natura entra definitivamente in crisi con l’avvento della macchina fotografica: Qui bastava premere un pulsante e qualsiasi paesaggio o figura umana si ritrovavano impressi su pellicola così come erano in natura facendo sparire la figura stessa di artista come creatore originale della sua opera. La pittura, la scultura e la stessa fotografia dovevano perciò trovare altri parametri per proporsi come opere d’arte che non fossero soltanto banali imitazioni della realtà. Un quadro astratto può essere di gran lunga più bello artisticamente della fotografia digitale similmente perfetta di un depliant turistico. E qui torniamo alla domanda dalla quale siamo partiti: ma allora che cos’è la bellezza? E restringendo ancora il campo, che cos’è la bellezza in arte? Torniamo all’insegna di osteria di Erasmo da Rotterdam e ci arrendiamo così alla constatazione che bello è ciò che piace? Certo, ma questo è l’uovo di Colombo. La domanda giusta è piuttosto: perché un qualcosa ci piace? Abbiamo parlato di arte e qui dobbiamo fare un passo in avanti: la bellezza è quello che riesce a trasmetterci emozioni, a farci quindi emozionare o, ancora meglio, a comunicarci le emozioni e gli stati d’animo di un artista. In questa prospettiva, liberi da ogni criterio imitativo della realtà, l’arte diviene sublimazione della realtà stessa, un qualcosa che la trascende e la supera, un qualcosa non separabile dall’artista che la riproduce.

Il David di Donatello, un quadro di Picasso, ci offrono emozione proprio perché sono belli di una bellezza che trascende la pura e semplice rappresentazione ma ci comunicano un qualcosa che appartiene al mondo stesso dell’artista, una concezione del mondo che non è il mondo stesso, ma l’universo più intimo e profondo dell’artista.

Eccola la vera bellezza, quella bellezza capace di resistere alle mode, quella bellezza non misurabile con il centimetro, la bellezza di una forma che, forse incomprensibile immediatamente, ci racconta dell’uomo che l’ha creata e rimane immortale e duratura.

L’esteta, tratti di una nuova figura umana

Prima di arrivare a capire chi realmente sia l’esteta e quale concezione abbia della bellezza, è importante riuscire a inquadrare questa figura all’interno dell’Estetismo, un movimento artistico e letterario della seconda metà dell’Ottocento. Esso rappresenta una tendenza del Decadentismo autonomamente sviluppatasi grazie a figure come Walter Pater e John Ruskin, che trova il suo massimo splendore grazie alle opere di Oscar Wilde. Questo movimento è tuttavia riscontrabile anche in vari studi di filosofi o studiosi che ne intendono dare una definizione etimologicamente esatta. Ma l’estetismo non si limita a essere un movimento unicamente artistico e letterario, infatti, riesce a influenzare le stesse vite degli intellettuali che ne fanno parte.
Il principio fondamentale di questo movimento (l'arte per il gusto dell'arte) consiste nel vedere l'Arte come rappresentazione di se stessa, possedente una vita indipendente proprio come il Pensiero, che procede solo per le sue vie.

L'Estetismo presenta anche un continuo invito a godere della giovinezza fuggente, un edonismo nuovo in cui l'esaltazione del piacere è morbosamente collegata alla corruzione della decadenza e in cui la bellezza è intesa come manifestazione del genio ma superiore, al contempo, al genio stesso. Esso nutre un fortissimo disprezzo per la volgarità e la folla, e, nello stesso tempo, un'ossessiva predilezione per la mondanità, per la vita frivola e capricciosa, per gli oggetti minuti e preziosi. La vita stessa deve essere vissuta come un'opera d'arte. Tale concetto viene ripreso da Oscar Wilde nel suo saggio La Decadenza della Menzogna nel quale sostiene che sia la vita a imitare l’arte. Ciò non deriva solo dall'istinto imitativo della vita ma anche dal fatto che il fine della vita è quello di trovare espressione, e che l'arte è l'espressione stessa.
Figure come Wilde, ma anche come D’Annunzio e Baudelaire sono molto importanti se si vuole realmente entrare nell’ottica dell’esteta e capire la visione che egli ha nei confronti della vita e dell’arte.
Questi tre grandi autori, che successivamente andrò ad analizzare, hanno indirizzato la loro esistenza verso una continua ricerca della bellezza, incarnando perfettamente l’ideale del Dandy e dell’esteta.

L'esteta, uomo e letterato, è una figura complessa e molto intrigante. E’ colui che assume come principio regolatore della sua vita non i valori morali, il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ma solo il bello, ed esclusivamente in base ad esso agisce e giudica la realtà. Da qui deriva il desiderio di distruggere e allontanare tutto quanto stia al di fuori dell’arte, e tutti gli oggetti che possano definirsi utili e funzionali. L’esteta dirà dunque che l’arte è arte perché inutile, e che nulla di utile può essere bello, trasformando la bellezza nella nemica dell’utilità. Non dirà che l’arte è libera da costrizioni morali e che non può essere giudicata, ma dirà che l’arte è un grido levato contro la morale, riprendendo così la concezione moralistica e inutile dell’arte secondo Oscar Wilde, racchiusa nella seguente citazione:

“Ogni arte è insieme superficie e simbolo.
Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio.
L'arte rispecchia lo spettatore, non la vita.
La diversità di opinioni intorno a un'opera d'arte
dimostra che l'opera è nuova, complessa e vitale.
Possiamo perdonare a un uomo di aver fatto una cosa utile se non l'ammira.
L'unica scusa per aver fatto una cosa inutile
è di ammirarla intensamente.
Tutta l'arte è completamente inutile.

Superlativo brillante, sublime deve essere l’esteta, che anela a raggiungere e a identificarsi con il bello. Egli non disdegna oltretutto l’uso di sostante stupefacenti: l’alcool e l’oppio sono certamente dei vizi, ma esistono per ragioni estetiche. L’artista è convinto che il senso della vita non sia racchiuso nella realtà, ma nell’immaginazione di essa. La visione e il sogno sono più belli di qualsiasi realtà mediocre, essendo la bellezza un’immagine che ci colpisce e che ci trasmette emozioni. Da qui nasce la ricerca del piacere e la convinzione dell’esteta che la sua salvezza risieda proprio nei vizi. Il vizio, accostato al senso dell’orrido e del ripugnante, diviene indispensabile per definire il concetto di bellezza. Amare la vita significa renderla unica, perfetta, sovrumana, fino all’esasperazione delle perversioni sadiche che procurano sublime e crudele piacere.

La donna, che grande importanza ha fra i pensieri di un esteta, spesso non è altro che una cavia di esperimenti, una fonte di piacere e sensazioni straordinarie. Quando la sua bellezza sfiorirà, egli procederà a una sostituzione di persona. L’esteta lusinga, corteggia e seduce solo per vedersi all’azione; più che nel fine, il suo interesse si focalizza nella seduzione, facendo prevalere l’estetica a ciò che è la sostanza vera e propria dell’amore. Ciò che allontana l’esteta dalla donna e dall’amore verso di essa è quel suo essere naturale. Riprendendo le parole di Baudelaire:

“La donna è il contrario del dandy. Dunque deve fare orrore.
La donna è naturale, cioè abominevole.

Viene rinnegato anche il matrimonio, in quanto antiestetico. Esso viene visto come un impegno deprecabile che uccide la bellezza e il piacere, un rifugio per i deboli, una condanna al tedio.

Edonista, colto, amorale, insoddisfatto ed egoista, così si presenta l'esteta, che in fin dei conti non fa altro che evadere dalla vita comune, dalla volgarità borghese e dall’orrore di una società dominata dall’interesse materiale e del profitto, per rifugiarsi in una Torre d’avorio, in una superba solitudine in cui esistono solo Arte e Bellezza, ideali per i quali è disposto a sacrificare la vita.

Tuttavia questo suo modo di vivere eccentrico e concentrato esclusivamente sull’attimo, sul piacere immediato, fa sì che l'impossibilità di rivivere le situazioni passate si trasformi in un insolvibile problema esistenziale.

Il dramma dell'esteta sta appunto nell’invecchiare e nel perdere il prestigio con il passare degli anni, come Oscar Wilde ha ben messo in evidenza nel suo bellissimo libro Il ritratto di Dorian Gray.

La nascita dell’estetica come filosofia

Il tema dell’estetismo inteso in maniera filosofica, è stato più volte al centro di dibattiti e analisi da parte di numerosi filosofi, i quali hanno tentato di darne una definizione precisa dati i diversi punti di vista sotto cui un tale concetto può essere visto. Esso è stato sovente accostato al sublime e con esso confrontato, permettendo così di approfondire i concetti filosofici di estetica e bellezza.

Il primo filosofo a introdurre il termine estetica fu Alexander Baumgarten quando, nel 1735, lo introdusse nella sua tesi di laurea intitolata Meditazioni filosofiche su argomenti concernenti la poesia. Da questo momento in poi il terreno dell’estetica comincia a impadronirsi della dimensione del senso. I sensi quali la vista, l’udito, qualche volta anche il tatto e il gusto, non rimandano all’intelligibile ma diventano parti integranti della conoscenza sensibile. In altre parole l’arte non è più il grilletto che fa scoppiare questa nostra apertura nei confronti di un altro mondo, al contrario ci tiene legati a questo mondo e ci fa vedere il fascino e l’ambiguità dei fenomeni che si succedono nella nostra realtà.

Kant e la Critica del Giudizio

Immanuel Kant nacque a Königsberg (nella Prussia orientale) nel 1724. Fu uno dei maggiori filosofi di lingua tedesca appartenente al periodo illuminista. La sua importanza è da attribuirsi in particolar modo alle indagini che condusse sulla ragione, con lo scopo di trovarne i limiti e stabilirne le potenzialità. Nella gnoseologia kantiana non è più il mondo sensibile che forgia il pensiero umano, ma viceversa è l'uomo che modella la realtà applicandovi le proprie leggi conoscitive.

Ciò che del filosofo mi preme analizzare è la sua personale concezione in merito all’estetica, presa in considerazione inizialmente nella Critica della Ragion Pura, uno degli scritti più importanti del filosofo pubblicato nel 1871. Quest’opera ha concluso che quella natura che dominiamo con la scienza è soltanto fenomenica, in altre parole è la realtà come appare a noi osservatori. Il mondo noumenico, delle cose in sé, è invece quello al quale apparteniamo come soggetti morali ed è quello che ha concluso la Critica della Ragion Pratica, ma di questo mondo non abbiamo conoscenza; fra i due mondi vi è un immenso abisso.

Ora, la Critica del Giudizio si domanda se non vi siano vie per superare questo abisso e si preoccupa di mediare fra il mondo fenomenico e noumenico. Il fondamento è un intermediario tra l’intelletto (facoltà conoscitiva) e la ragione (facoltà pratica) che lui chiama Giudizio, una facoltà collegata al sentimento puro. Il Giudizio è dunque, secondo Kant, una facoltà intermedia tra il conoscere e la sfera dell’azione morale, e cioè l'ambito del sentimento. Egli riconosce due tipi di giudizio.

Giudizio determinante

Essi vengono così chiamati in quanto “determinano” gli oggetti fenomenici mediante le forme a priori (spazio, tempo, categorie) per cui possiamo dire ad esempio che "questo tavolo è rotondo, basso, di legno ecc.".

Giudizio riflettente

Essi hanno la capacità di “riflettere” su un oggetto il nostro sentimento nei suoi confronti, come quando diciamo: "Ma guarda che bel tavolo!", oppure "Che stupendo tramonto!".

Due tipi di giudizi riflettenti: finalistici ed estetici

La Critica del Giudizio è appunto dedicata all'analisi dei giudizi riflettenti. Essi sono di due tipi: i giudizi estetici e i giudizi teleologici ovvero finalistici.

Questi ultimi si riferiscono alla nostra tendenza di considerare finalisticamente la natura, cioè di vedere nella natura la presenza di cause finali. In altre parole, di fronte ad un organismo, noi non possiamo fare a meno di stupirci e di vederlo come il frutto di un fine o scopo; così pure, di fronte all'ordine e all'armonia della natura, noi non possiamo fare a meno di concepire una causa suprema, Dio, che abbia agito con un'intenzione. Se poi ci portiamo in ambito etico, non possiamo non considerare la natura in modo tale che essa è stata organizzata dalla sapienza di Dio, in modo tale da rendere possibile la libertà e la moralità dell'umanità, ed è quindi predisposta finalisticamente alla nostra specie. L'uomo, dice Kant, non è soltanto il fine della natura, ma lo scopo ultimo di essa sulla terra, in modo che, rispetto a lui, tutte le altre cose naturali costituiscono un sistema di fini.

Senza l'uomo, il mondo sarebbe un semplice deserto

Poniamo adesso maggiore attenzione sui giudizi estetici. Bisogna anzitutto dire che Kant assume qui il termine "estetico" e di "estetica" nel senso a noi più comune, e cioè "dottrina del bello e dell'arte", tralasciando l'accezione che eravamo abituati a usare nella Critica della ragion pura di "dottrina del senso e della sensibilità".

Il giudizio estetico è appunto quello che si riferisce al bello e al sublime. Ma che cos'è bello per Kant? Il bello non è "ciò che comunque piace", altrimenti sarebbe ad esempio. Bello per un assassino trucidare le persone, ma è definito dal filosofo, in un primo senso, come "ciò che piace nel giudizio di gusto". Il che significa che gli uomini hanno una facoltà specifica per giudicare appunto il bello e questa è chiamata facoltà del gusto. Una cosa è quindi bella per Kant se è oggetto di un puro piacere estetico disinteressato, per cui l'uomo si bea nella contemplazione della cosa appunto bella. Egli sostiene che non si possa dire "è bello per me" ma soltanto "è piacevole per me", proprio per il motivo che, se una cosa è giudicata bella, essa esige da tutti lo stesso giudizio, e tutti noi parliamo in forza di una voce universale che ci sentiamo dentro come affine a quella di ogni altro. Il bello è universale perché deve valere per tutti gli uomini, però questa universalità si riferisce ai sentimenti e dunque è "senza concetto", cioè non può essere razionale, logica, conoscitiva.

Kant e il sublime

Arriviamo adesso a introdurre il sublime analizzandolo sotto il punto di vista del filosofo. Il sublime, per Kant è molto importante perché, come è noto, almeno dai manuali, due sono le cose sublimi: la legge morale in me e il cielo stellato sopra di me. Ma cosa vuol dire questo? Che il sublime è un rapporto che si stabilisce tra la ragione e l’immaginazione, un rapporto conflittuale: io cerco di capire le idee, ad esempio, la libertà morale o il mio posto nel mondo, ma non riesco a rappresentarmele in maniera precisa. Così, ad esempio, distinguendo tra sublime matematico, che riguarda la grandezza, l’immensità dell’universo, dei cieli stellati, e sublime dinamico, che riguarda le forze agenti nell’universo, l’eruzione vulcanica, la tempesta nel mare, tutte le volte che io cerco di rappresentarmi questa immagine, quindi di renderla in termini razionali, l’immaginazione mi fugge.

Interpretazione filosofica de L’Infinito di Leopardi

La più bella illustrazione di quanto detto lo possiamo trovare tramite un’analisi filosofica della poesia L’Infinito di Giacomo Leopardi: la vista è limitata dalla siepe, ma c’è, per così dire, un "buio oltre la siepe" che mi sfugge, che costringe l’immaginazione a inseguire questo al di là; oppure lo stormir di fronde attuali mi fa venire in mente le morte stagioni, in contrasto con la presente e viva stagione. E mi fingo, dice Leopardi, tutto questo scenario nel pensiero, "ove per poco il cor non si spaura". Appunto questa è la caratteristica del sublime: non è la paura allo stato puro, ma è "ove per poco il cuore non si spaura", perché io mi sottraggo a questa perdita di me stesso nel mondo infinito dello spazio e del tempo. E il naufragare, che è dolce in questo mare, dipende dal fatto che l’impossibilità di rappresentare, in forma sensibile, questa potenza infinita delle forze naturali, alla fine mi lascia in uno stato di snervata felicità, in quanto sono sbalzato dalla percezione all’immaginazione, dalla ragione che cerca di fissare le cose all’immaginazione che continuamente mutando, mi distrugge tutte le costruzioni che faccio.

Distinzione fra bello e sublime

Edmund Burke e l’inchiesta sul bello e sul sublime

Formalmente, la distinzione tra bello e sublime viene esplicitata dal filosofo e uomo politico irlandese, che poi ha vissuto in Inghilterra, Edmund Burke, il quale nel 1757 scrive la, poi famosa, Philosophical inquiry into the origin of our ideas of the sublime and beautiful (Inchiesta sul bello e sul sublime). Questa opera ha segnato una importante tappa nell'evoluzione del gusto estetico inglese, dal classicismo del primo Settecento, al romanticismo di fine secolo. Si evince da questa inchiesta una netta contrapposizione tra il bello e il sublime, profondamente voluta e sottolineata dall’autore.

Il bello è legato al piacere, al sesso femminile, al piacere sessuale e alla socialità. Bello è quindi ciò che ha grazia, che non turba, che attrae e che, soprattutto, mette gli uomini in rapporto fra di loro.

Il sublime è, al contrario, legato alla paura in quanto sentimento che minaccia la mia “self-perservation”, sostiene Burke, è dunque legato alla mia “autoconservazione”, al sesso maschile, alla virilità, e in particolare all’assenza, alla privazione. Privazione di luce, da cui si genera il buio, di forma, generatrice dell’informe, di sentimento, e quindi noia.

 

Burke e Kant a confronto

Si possono rintracciare analogie e differenze paragonando il pensiero di Burke e quello di Kant. Entrambi erano dell’idea che il sublime non dovesse essere accompagnato da un pericolo reale, bensì si dovesse manifestare in un luogo sicuro. Contrariamente a ciò che i due filosofi sostenevano, l’esperienza del sublime mette, a parer mio, tutto in questione facendo si che la persona che ne fa esperienza dimentichi di trovarsi in un luogo protetto e sicuro.

 Il sublime dunque ci scuote, ci coglie di sorpresa e ci travolge, ci può perfino danneggiare sul momento, questa la mia obiezione a Burke e Kant. Non che il loro intento fosse quello di rassicurarci, sia chiaro; rimane il fatto che il sublime, nella sua unicità, si rivolge a noi per sconcertare e talvolta anche “danneggiare”.

Si riscontrano però anche delle differenze fra la concezione di sublime in Burke e in Kant. Secondo quest’ultimo, il sublime, più che alludere alla paura risulta essere ciò che è degno di ammirazione e rispetto in quanto mostra simultaneamente la nostra sproporzione e la nostra superiorità di esseri razionali nei suoi confronti.

Critiche al sublime kantiano: Hegel e Schopenhauer e le loro concezioni

Con Hegel si verifica l’esatto contrario: il sublime viene unicamente riconosciuto come forma dell’arte (la poesia indiana e islamica, la mistica cristiana, la Bibbia) e il legame creato da Kant tra sublime e ragione viene da Hegel spezzato nelle sue teorie. Bisogna dunque andare oltre Kant e concepire la ragione come essa stessa infinita e assoluta. Non si può parlare di estetica e di filosofia senza considerare una concezione di infinito in atto.

In Schopenhauer la matrice kantiana è invece più evidente; tutti gli esempi da lui forniti ne "Il mondo come volontà e rappresentazione" si riferiscono alla natura, e gli stessi esempi di un sublime non naturale cui accenna (S. Pietro a Roma, le piramidi egizie, le colossali rovine…) servono solo a meglio illustrare il "sublime matematico". Tuttavia, per distinguere il suo sublime da quello di Kant, Schopenhauer dichiara che nel suo non vengono implicate considerazioni morali. L'opera d'arte, essendo la prima forma di sospensione dalla volontà di vivere, rende impossibile ogni sublimità; affinché l'esperienza del sublime si generi è necessario che un eccesso proveniente dall'esterno, in relazione di ostilità con il soggetto, ne sconvolga e ne provochi la volontà; ma l'opera d'arte non può mai essere all'origine di tale esperienza perché la sua essenza è proprio quella di essere già al di fuori dello spazio, del tempo e della volontà.

 

Sigmund Freud: il Mosè Di Michelangelo

Le teorie di Burke, non solo vennero riprese e reinterpretate da Kant, ma vennero anche prese in considerazione dallo stesso Freud nelle pagine del suo Mosè di Michelangelo. Lo psicanalista, all’interno di questo libro si sofferma sul fatto assurdo che le opere artistiche più belle e sublimi rimangono oscure alla nostra comprensione e che i critici o comunque chi le studia, difficilmente dicano la stessa cosa di un altro. Freud parlando della statua marmorea del Mosé di Michelangelo, innalzata nella chiesa di S. Pietro in Vincoli a Roma (doveva far parte del gigantesco monumento funebre commissionato a Michelangelo dal Papa savonese Giulio II) scrive:

“Quante volte ho salito la rapida scalinata che porta dall'infelice via Cavour alla solitaria piazza dove sorge la chiesa abbandonata! E sempre ho cercato di tener testa allo sguardo corrucciato e sprezzante dell'eroe, e mi è capitato qualche volta di svignarmela poi quatto quatto dalla penombra di quell'interno, come se anch'io appartenessi alla marmaglia sulla quale è puntato il suo occhio, una marmaglia che non può tenere fede a nessuna convinzione, che non vuole aspettare né credere, ed esulta quando torna ad impossessarsi dei suoi idoli illusori.”

Difficilmente, di fronte al Mosé, una persona potrà dire "bello" e andare oltre. Se lo fa è perché non ha sintonizzato la sua psiche con l'opera oppure perché ne è troppo coinvolta e scappa.

Il sublime ha la capacità di gettarci fuori dal tempo, quindi si può dire che sia qualcosa di innaturale nonostante vi sia un sublime nella natura; è ciò che noi facciamo di questa natura o di questa arte a determinare la presenza o meno del sublime.

È bene non dimenticare che il sublime è arte perché ci tocca senza sfiorarci, ci immerge interamente nel suo "essere" permettendo al contempo all'immaginazione di vagare indisturbata. Il sublime ci rende silenziosi poiché esso ha già detto "tutto" e ci ha detto cose che non sapevamo o che erano celate nei meandri di un Sé il più delle volte disattento.

Il sublime è unico, irrepetibile. Esso è troppo legato a un'esperienza temporale per farsi oggetto costante di esperienza. Per fare un esempio: se un’opera d’arte venisse copiata al giorno d’oggi, perderebbe il su carattere sublime per ridursi a essere considerata solamente più bella e apprezzabile.

Il pensiero dell’eterno ritorno di Nietzsche si può però considerare un’eccezione a tale affermazione, in quanto massima rappresentatrice del concetto di sublime, mai abbandonato nel tempo.

Friedrich Nietzsche e l’impulso dionisiaco

Friedrich Wilhelm Nietzsche (1844-1900) è stato uno dei maggiori filosofi ottocenteschi ed ebbe un'influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. Il pensiero di Nietzsche è considerato uno spartiacque della filosofia contemporanea ed è oggetto di divergenti interpretazioni. Egli rappresenta la spietata e acuta negazione del passato, il rifiuto di tutte le tradizioni, l’appello a una svolta radicale. Nietzsche è il filosofo che mette in dubbio tutta la storia della filosofia occidentale, che cerca, dopo venticinque secoli di interpretazione metafisica dell’essere, un nuovo principio.

All’inizio della sua riflessione, Nietzsche fu influenzato da Schopenhauer, per il quale la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Ma egli non si ferma al pessimismo di Schopenhauer: il sentimento tragico della vita è accettazione della vita stessa, è una esaltante adesione a tutti gli aspetti dell’esistenza, anche a quelli più terribili, poiché tutto fa parte dell’immensa marea della vita.

La nascita della tragedia: apollineo e dionisiaco

Ne La nascita della tragedia (1872), Nietzsche vede nel mondo greco la stagione spiritualmente più alta e ricca dell’umanità. La civiltà greca era, infatti, nutrita da un vigoroso senso tragico, che è per Nietzsche l’autentico modo di rapportarsi alla vita: è accettazione di essa, coraggio davanti al Fato. L’uomo greco vedeva dappertutto l’aspetto orribile e assurdo dell’esistenza: ma egli seppe, nell’arte, trasfigurando l’orribile e l’assurdo in immagini ideali, rendere accettabile la vita. La grande tragedia greca è la forma suprema di arte, in quanto in essa si compongono gli impulsi vitali creativi (spirito dionisiaco), e la moderazione, l’equilibrio, la razionalità (spirito apollineo).

Quest’ultimo é legato alla figura del dio Apollo e corrisponde alle visioni del sogno, nelle quali la realtà appare idealizzata e luminosa: tali apparvero ai Greci le figure degli dei, che furono da essi create per poter sopportare il dolore dell'esistenza. Gli dei, infatti, vivendo essi stessi una vita simile a quella umana, ma perfetta e priva di sofferenze, giustificano la vita. L'impulso apollineo é dunque un impulso di bellezza, che genera un mondo illusorio e trova la sua espressione massima sul piano artistico nelle arti figurative, in particolare nella scultura.

Ma accanto ad esso coesiste, presso i greci, il dionisiaco, che si riferisce al dio Dioniso e alle esperienze religiose legate al suo culto: esso é un impulso di ebbrezza, che spinge a immergersi senza freni nel caos della vita, dimenticando la propria individualità e, quindi, riconciliandosi con gli altri e con la natura attraverso la danza e il canto. L'impulso dionisiaco trova, dunque, la sua espressione sul piano artistico nella musica. Quando si afferma, esso indebolisce e abbatte l'impulso apollineo, consentendo di ritrovare la verità della vita nell'eccesso, anziché nella misura.

L'alternarsi dei due elementi, apollineo e dionisiaco, è all'origine non solo della vita, essi sono un binomio inscindibile che caratterizza anche l'interiorità dell'uomo. L'uno è necessario e allo stesso tempo bisognoso dell'altro. Tuttavia non possono mai riconciliarsi e fondersi in un unico principio: mantengono sempre la loro natura distinta.

Origine e funzione della tragedia: la giustificazione della vita estetica

L'arte, in quanto diretta espressione della vita, riproduce il conflitto tragico che è in essa. Le diverse forme artistiche si sono generate a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro elemento, ma il culmine dell'espressività si è raggiunto nella tragedia greca. La tragedia greca, infatti, riproduce perfettamente il conflitto in atto nella vita, poiché in essa sono contemporaneamente presenti sia l'apollineo che il dionisiaco. La danza, il canto e la musica, aspetti dionisiaci, si fondono con la recitazione e il mito, propriamente apollinei. Così, quando lo spettatore assiste alla rappresentazione della tragedia, il mondo del mito e del sogno permettono di attingere all'essenza dionisiaca della vita senza che egli ne venga distrutto.

Il mito è come un filtro che impedisce alla potenza primigenia della vita di annientarci del tutto ma ci permette nello stesso tempo di percepirla, di cogliere la sua duplice natura di essere e morte:

"...la stessa natura ci parla con la sua voce vera e aperta: 'Siate come sono io! Nell'incessante mutamento delle apparenze, la madre primigenia, eternamente creatrice che eternamente costringe all'esistenza che eternamente si appaga di questo mutamento dell'apparenza!'" (da La nascita della tragedia).

Proprio in questo, nel cogliere l'essenza della vita, la tragedia e l'arte in generale divengono la giustificazione estetica della vita. In altre parole l'esperienza che lo spettatore vive durante la tragedia rende la vita possibile e degna di essere vissuta. L'uomo attraverso la tragedia si riappropria delle sue passioni contrastanti e realizza che gioia e dolore sono entrambi necessari, sono entrambi presenti nella vita. Impara a godere tanto dell'uno quanto dell'altra. Egli apprende la natura tragica della vita.

Così parlò Zarathustra: un libro per tutti e per nessuno

Fra i miei scritti sta a sé il mio Zarathustra. Con esso io ho fatto all'umanità il più grande regalo che le sia mai stato fatto.

L’idea di Così parlò Zarathustra balenò a Nietzsche come una folgorazione nell’agosto del 1881. Tramite la stesura di questo libro, il filosofo vuole mostrarci come i grandi valori della cultura occidentale, quali la verità, la scienza, il progresso, la religione, vadano distrutti e smascherati. Non a caso egli si professa come il filosofo dell’ateismo, definendo il concetto di Dio come una vera e propria antitesi alla vita e sostenendo che in esso vi è racchiuso tutto l'odio mortale contro l'esistenza umana. Lancia una critica anche al mondo dell'aldilà sostenendo che la sua funzione non è nessun’altra se non quella di mettere in cattiva luce e disprezzare il mondo umano.
Nietzsche sostiene che la civiltà occidentale abbia ucciso Dio. Con queste parole egli vuole indicare che sono morti tutti i valori e gli ideali del mondo occidentale. Dio è stato ucciso perché in lui gli uomini avevano riposto tutto ciò che era contro la vita, ma adesso che Dio è morto l'uomo si trova sperduto, solo, privo di valori e dunque senza alcun appoggio. A tutto questo esiste una soluzione... l'uomo stesso deve essere in grado di ricrearsi i valori con le sue capacità.

Il libro inizia con una bellissima frase rivolta al tramonto del sole:

“Oh grande astro, che cosa sarebbe la tua felicità se tu non avessi coloro a cui risplendi?”

Questo tramonto spinge Zarathustra a vedere il mondo con occhi nuovi, fornisce pretesti per "osare", almeno col pensiero, perciò Nietzsche stesso giustamente consiglia:

“Non scrutare mai nell’abisso, perché mentre tu scruti l’abisso, l’abisso sta scrutando te”

Da queste parole ho potuto trarre diverse riflessioni. Ad esempio: Dio esisterebbe senza che nessuno lo adorasse? A questa domanda sicuramente troverebbe risposta Freud, il quale concepisce il divino come una creazione della mente umana, utile a infondere appoggio e sicurezza nella nostra vita.

Mi sono imbattuta nella lettura di questo libro circa due anni fa. Colpita da alcune frasi riportate dal filosofo, ho iniziato a cercare diverse informazioni riguardo alla vita e il pensiero di quest’ultimo, utili a una maggiore interpretazione dei concetti espressi in Così Parlò Zarathustra.

Penso che la lettura di questo libro sia ricca di punti chiave, essenziali per comprendere al meglio il pensiero di Nietzsche. Le teorie da egli espresse sono assolutamente innovative e interessanti, proponendo una nuova filosofia, completamente diversa da quello fino ad ora conosciuta.

Un libro “per tutti e per nessuno” è il sottotitolo di Così parlò Zarathustra, proprio perché obbliga il pensiero a parlare immediatamente, fuori da ogni tecnicismo, in una forma poetica e profetica: tutti possono leggerlo, ma chi può capirne fino in fondo il significato? Probabilmente nessuno. Non a caso ogni volta che si apre questo libro carico di enigmi, esso appare sorprendente e diverso, quasi se non si esaurisse mai il suo significato.

Sfogliando le pagine di questo libro ho potuto riscontrare dei collegamenti e degli approfondimenti utili a delineare meglio i concetti prima trattati di apollineo e dionisiaco. E’ chiaro che Nietzsche prediligeva il senso del dionisiaco all’apollineo. Tale concetto mi è parso più chiaro provando a dare un’interpretazione personale di tali parole, riscontrabili nelle prime pagine del libro:

“Bisogna avere un caos dentro di sé per creare una stella danzante”

Questa è a parer mio la più bella citazione presente all’interno del libro. Provando a darne una personale interpretazione potrei dire che ciò che il filosofo intende trasmetterci tramite questa frase è che bisogna rifiutare tutto ciò che si è imparato e capito, per creare un nuovo sistema per spiegare il mondo.

Prediligendo l’istinto alla ragione, dunque, come citato, il senso del dionisiaco all’apollineo, Nietzsche vuole farci capire che dal conformismo nulla che abbia un senso e un valore può avere origine. Percorrendo la strada di coloro che preferiscono adorare un Dio piuttosto che decidere autonomamente di creare un nuovo sentiero non si arriverà mai a niente. Si cadrà nella più completa inutilità. In quest'ottica chi ha il coraggio di osare e di staccarsi dal gregge verrà visto come un matto e verrà odiato. Questa "pazzia" dei pochi agli occhi dei molti diventa quindi un valore ultra umano che può condurre l'uomo al di sopra della sua stessa umanità.
Provo a spiegare tale concetto facendo alcuni esempi: Galileo era un pazzo a pensare che intorno a Giove si muovessero dei satelliti e che la terra fosse tonda, dello stesso Einstein ancora oggi si ammirano i suoi capelli arruffati, la sua linguaccia e la sua aria da svitato. S. Francesco era un pazzoide, un giullare di Dio. Tutti personaggi che avevano un caos dentro di loro che creò il nostro odierno sapere e le nostre attuali stelle danzanti.

Di grande importanza all’interno del libro, è la teoria del Superuomo. L'uomo vivrà felice e libero quando si sarà liberato da tutti i legami, anche da quelli stessi di "uomo" e "umanità". "L’uomo deve essere superato" affinché arrivi il Superuomo, cioè un essere libero che compirà atti fini a se stesso. E’ un essere sublime che non conosce la bellezza e che è pieno di disprezzo per il mondo; eppure è un essere felice, amante della vita, che non si vergogna dei propri sensi e che vuole gioia e la felicità. Esso è rappresentato dalla figura di Zarathustra che balla.

Tale concetto verrà successivamente ripreso da Gabriele D’annunzio.

Gabriele D’Annunzio e il “vivere inimitabile”

Gabriele D'Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1 marzo 1938) è stato uno scrittore, drammaturgo e poeta italiano, simbolo del decadentismo ed eroe di guerra. Fu un personaggio eccentrico ed esteta, come tuttora testimoniato dagli interni della sua residenza al Vittoriale, discusso, amato od odiato. Oltre a quella letteraria ebbe anche una notevole carriera politica, divenendo personaggio di primo piano nella nostra storia nazionale per la sua azione favorevole all'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Partecipò inoltre alla leggendaria “Beffa di Buccari” (una località vicino a fiume), al volo su Trieste e nel 1919 organizzò la marcia su Fiume. Inoltre prese parte a quei movimenti che poi permisero la vittoria del Fascismo.

Le teorie superomistiche

Gabriele D’Annunzio, nella sua fase superomistica, è profondamente influenzato dal pensiero del filosofo Nietzsche. Egli dà, infatti, molto rilievo al rifiuto del conformismo borghese e dei principi egualitari, all’esaltazione dello spirito "dionisiaco", al vitalismo pieno e libero dai limiti imposti dalla morale tradizionale, al rifiuto dell’etica della pietà, dell’altruismo, all’esaltazione dello spirito della lotta e dell’affermazione di sé.

Rispetto al pensiero originale di Nietzsche queste idee assumono una più accentuata coloritura aristocratica, perdendo le loro caratteristiche prettamente filosofiche. Il superuomo dannunziano, così come viene presentato nelle due opere Trionfo della Morte e Le Vergini delle Rocce, è un individuo proteso all’affermazione di sé, in grado di distinguersi per la sua ideologia politica. Essendo egli un aristocratico, disprezza la plebe e lo Stato fondato sui principi democratici.

In D'Annunzio il superuomo assomiglia all’esteta, ma si distingue da esso per il suo desiderio di agire. Il superuomo pensa che la civiltà sia un dono dei pochi ai tanti e per questo motivo si vuole elevare al di sopra della massa; è l’esteta attivo, che cerca di realizzare la sua superiorità a danno delle persone comuni.

Per quanto D’Annunzio possa essersi ispirato a Nietzsche nell’elaborazione delle sue teorie, rimane comunque impossibile instaurare una coincidenza di idee fra i due, se non altro perché Nietzsche, nel parlare di Superuomo, non pensava a un individuo, bensì a modello di umanità del tutto nuova rispetto alla presente.

Vivere la vita come opera d’arte

Ciò che maggiormente caratterizza la vita di Gabriele D’Annunzio è il desiderio in lui radicato di un vivere inimitabile, di non restare mai nell’ombra. La vita di D’Annunzio è esplicitamente concepita e progettata dallo scrittore, secondo la concezione dell’estetismo, come un’opera d’arte, e presenta molti tratti romanzeschi. Per lui la vita è inscindibile dall’arte e nell’arte totalmente consiste.

Tutta la mia vita è innamoratamente congiunta alla mia arte, come apparve e appare nella mia meditazione occulta e nella mia azione palese

Con l'estetismo D'Annunzio cerca di innalzare la sua istintiva sensualità nell'amore, nel piacere, nel bello. Dunque l'arte si basa soprattutto sulla sua sensualità che si ha quando il poeta sente con gioia e voluttà i profumi, i colori, i suoni e con la sua immaginazione rendeva tutto più bello, per questo D'Annunzio non seguì nessuna regola d'arte.

Egli sostituì il senso estetico al senso morale e visse intensamente al di fuori di ogni regola del comune comportamento civile: “Habere non haberi” (“possedere, non essere posseduto”) e “Memento audere semper” (“ricordati di osare sempre”, da cui la sigla “M.A.S.” che denominò i motoscafi di attacco impiegati nella “Beffa di Buccari”) furono i motti a lui più cari.

D’Annunzio definisce "Vivere Inimitabile" la continua tensione dell'esteta verso uno stile che distingua, verso un modo per distaccarsi dalla massa. Non bisogna pensare alla vita cercandone l'artisticità all'interno dei gesti o nelle grandi scelte, bensì nel modo di trasformare in vita vera quella che può essere solo uno stanco trascinamento di un'esistenza: "vivere è la cosa più rara al mondo, la maggior parte della gente esiste e nulla più", diceva Oscar Wilde. Egli faceva questo con il suo stile, la sua oratoria, la sua capacità unica di affascinare l'uditorio, col suo modo di abbigliarsi, col suo rifiuto più totale della banalità come il peggiore dei peccati.

Lo stile inevitabile consiste nel creare un proprio stile e renderlo immortale, far sì che rimanga nella labile mente dei posteri (sempre pronti a dimenticare ciò che è banale, comune, di tutti), per assicurarsi la vita eterna: ecco l'unico modo per essere immortali. Sta a noi fare il nostro stile inimitabile, coi nostri atteggiamenti, le nostre pose, i nostri modi di fare, la nostra cultura. L'importante è non morire nella banalità o condurre un'esistenza di basso profilo: DISTINGUERSI è il primo comandamento di questa filosofia. Solo così potrà esistere la possibilità di vivere una vita inimitabile, una vita che sia davvero tale, e non solo esistenza.

Le donne e gli amori

Il capitolo delle donne e delle avventure sentimentali è senza fine. Nelle ultime indagini biografiche, per quanto esaustive, riescono a enumerare tutte le relazioni di D’Annunzio con dame dell’aristocrazia, signore borghesi, attrici, danzatrici, pittrici, cantanti liriche, prostitute. Sono esperienze vissute tutte con diversa intensità, ma tutte rapidamente trascorse, in omaggio all’unica vera musa dannunziana: il piacere.

La donna è vista dunque come uno strumento, un tramite per il raggiungimento di intense sensazioni, permettendo così a D’annunzio di dare origine al personaggio della donna fatale.

Egli prende dal decadentismo europeo tema della superiorità femminile e lo fa suo, l'uomo è debole, fragile, sottomesso la dona lo domina, gli succhia energia, è lussuriosa, perversa, crudele esercita sull'uomo un potere cui lui non può sfuggire e che lo porta inevitabilmente alla follia o alla distruzione!

La donna è Nemica e come un’antagonista si oppone all'uomo fragile esprimendo quindi un conflitto profondo. Pertanto viene paragonata a un mostro, una sorta di vampiro, come Baudelaire anche descrive, dai tratti diabolici e ingannatori.

Il piacere

Ne Il piacere, romanzo scritto nel 1888, la figura della donna fatale è impersonata da Elena Muti (amante che successivamente abbandonerà il protagonista), che emana un fascino perverso e seducente e dalla fisicità prorompente che non possono lasciare indifferente l'uomo e anzi lo sottomettono inevitabilmente. Vittima è Andrea Sperelli che in Lei sembra aver trasferito parte della sua personalità, difatti l'allontanamento di lei rompe il precedente equilibrio, sconvolge l'eroe e lo confonde totalmente. La conseguenza che ne deriva è il tentativo di Andrea di ritrovare lei in qualcun'altra, di ripetere la precedente esperienza nel tentativo di ritrovare se stesso e la sua stabilità come era accaduto con Elena. Infine si arriva alla sovrapposizione tra due donne, che rappresentano anche il classico conflitto tra la donna angelica e la donna sensuale, infatti, in un incontro amoroso Andrea chiama la spirituale Maria Ferres, che ha finalmente deciso di concederglisi, con il nome di Elena. Finisce quindi con perderle entrambe.

Sperelli incarna la più classica delle definizioni dell’estetismo inteso come usurpazione dei valori morali da parte di quelli estetici, surrogazione della morale attraverso l’estetica. Questo concetto è ben presentato dall’autore all’inizio del suo romanzo, il quale, riferendosi a Sperelli, sentenzia:

..egli aveva smarrito ogni volontà e ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale.

Sulla convinzione di D’Annunzio che traspare da questa citazione, vale a dire che l’atteggiamento estetico porti a un decadimento del senso morale, si basa lo sviluppo del romanzo, che vorrebbe essere il racconto della progressiva corruzione di un’anima. Come il Dorian Gray di Wilde, anche Il Piacere è una Bibbia dell’estetismo che tenta di distruggere una morale antiesteta.

Ne “Il Piacere” di D’Annunzio spesso la narrazione è un monologo del protagonista (focalizzazione intera sul protagonista), ma riportato con la tenacia del discorso indiretto libero. Altrove invece riappare il narratore onnisciente (focalizzazione esterna) che ci descrive dall’esterno il suo personaggio (in genere nelle pagine maggiormente critiche e di riflessione). Il lessico utilizzato è conforme al comportamento e all’educazione da esteta di Andrea Sperelli e soprattutto all’ambiente aristocratico in cui si svolgono i fatti: pregiato, quasi artefatto, aulico e molto ricercato, in particolar modo nella descrizione degli ambienti e nell’analisi degli stati d’animo; si prendano ad esempio l’uso di parole tronche, o le forme arcaiche e letterarie, come nel caso di articoli e preposizioni articolate.

Baudelaire: poeta maledetto?

"...colossale, tragico, sublime... angelo ribelle" (Benedetto Croce di Baudelaire)

Insieme ad Oscar Wilde, Charles Baudelaire è considerato il massimo vate del dandismo ottocentesco, attento a ogni regola e a ogni particolare. Nato a Parigi il 9 Aprile 1821, è stato un poeta e critico letterario francese.

Sei anni dopo la sua nascita

perde il padre e la madre si risposa l'anno successivo con un militare, il comandante Aupick. Il patrigno e il ragazzo non vanno d'accordo finché Charles non è inviato in collegio dove i giorni trascorrono pigri e malinconici.

La sua famiglia gli impone allora un processo giudiziario: Baudelaire riceve ormai soltanto una modesta rata mensile. Dopo un viaggio trascorso in Oriente Charles è di ritorno a Parigi, pronto per sperperare il denaro della sua eredità trascorrendo una vita da dandy elegante e raffinato. Ciò portò il generale ad affibbiare al giovane poeta l’avvocato Ancelle, con lo scopo di controllare le sue spese. E a ragione: quando si pensa a una persona con le mani bucate non si avrà che una vaga idea della predisposizione alla spesa di Baudelaire; dal sarto era capace di dilapidare tutto lo stipendio che Ancelle gli elargiva mensilmente.

Innamorato della pittura, affascinato dalle immagini, amico di pittori del calibro di Courbet e Delacroix, Baudelaire inizia a scrivere critiche d'arte. Diventa parte attiva dei saloni parigini rivolgendo alla pittura uno sguardo nuovo, assolutamente moderno. Traduce oltretutto le opere di Edgar Allan Poe.

Dandy “artificiale”

Con la sua opera "Il Pittore della Vita Moderna" abbozza elegantemente la figura del dandy, e delle sue regole di vita: teorizza per primo l'innaturalità come fattore principale dell'essere dandy, l'odio per il convenzionale, l'indifferenza verso la morale, la politica, la sorte dell'umanità. Egli è "l'ammalato di spleen" per eccellenza, e sotto il peso di questa malattia, scrive poesie intense e allo stesso tempo fredde, tipiche di un dandy, insomma.

Se fosse solo per il lungo abito nero, il largo colletto bianco, un grosso papillon di seta (fattosi tagliare appositamente di sbieco), il guanto rosa pastello, i capelli tinti di biondo e raccolti a boccoli dietro le orecchie, scambieremmo Baudelaire più per un pederasta che per un dandy, ma il suo sguardo freddo e intenso e la sua andatura altera ci rivelano il suo intenso desiderio d'apparire il più artificiale possibile, il più innaturale possibile, perché la natura è opera di Dio, e Charles odia Dio con tutte le sue forze;

“Dio è l'unico essere che, per regnare, non ha nemmeno bisogno di esistere.

Baudelaire odia anche la folla: la folla che guarda, che osserva, che giudica, che ride, che attira e respinge sempre il dandy; non bisogna dimenticare che per il dandy

"Sarebbe dolce essere contemporaneamente vittima e carnefice"

La poetica

Le opere di Baudelaire sono come un avvertimento della crisi che avrebbe avvolto la società del suo tempo. Sono opere sublimi in grado di affascinare e scandalizzare allo stesso tempo.
La sua poesia è incentrata su una perfezione musicale dello stile, da lui definita “matematica”.
Baudelaire non appartiene a nessuna scuola, è indipendente. A ispirarlo sono i sentimenti di stampo puramente romantico, ma nonostante ciò non possiamo accostarlo al romanticismo perché le sue emozioni vengono espresse in una forma nuova e innovativa.
Baudelaire è una persona che si apprezza solo dopo aver gustato l’amarezza della vita, è il poeta pervertito, dei vizi, del desiderio e della paura della morte, ma anche la ricerca ansiosa dell'ideale, il desiderio e la paura della morte, la fuga dalla vita monotona e normale, la complessità e le contraddizioni dell'uomo, furono temi ricorrenti della sua poesia.

Egli è l'espressione più veritiera degli istinti umani, per questo viene criticato e accettato soltanto da pochi, gli appartenenti al gruppo anticonformista della società.

 Viene ostacolato ed etichettato come “poeta maledetto” perché è l'unico a mettere a nudo l'essere umano per quel che è, e ciò provoca molto fastidio nella classe perbenista del tempo.
La negazione della morale collettiva e la rappresentazione del male, del grottesco sono le colonne portanti della vita e del pensiero di Charles.

I fiori del Male

Dal 1845, Baudelaire pensa a una raccolta di poesie, ma il titolo I Fiori del male apparirà solo nel 1855. Questa raccolta diede parecchio scandalo, e costò al poeta un lungo processo e una altrettanto importante condanna psicologica ma, nonostante questo, continuò a pubblicare clandestinamente le poesie accusate di immoralità. Dopo l'edizione del 1857 con cento poemi, quella del 1861 presenta centoventisette poemi. Il titolo sorprende per l'unione di due termini contraddittori: il fiore, simbolo di purezza e bellezza, e il male che evoca un'idea di peccato. Baudelaire stesso spiega di aver tentato di "estrarre la bellezza del male". I poemi che costituiscono la raccolta sono organizzati secondo un'architettura ben precisa. Scrive il poeta:

"Il solo elogio che faccio a questo libro e che si riconosce che non è un album ma ha un inizio e una fine,"

In questa raccolta si trova tutto: amore, morte, male di vivere e peccato. Essa divisa in sei parti che rappresentano le tappe di un viaggio immaginario del poeta verso la morte, per fuggire dallo spleen, dall'angoscia esistenziale. Nella prima poesia che funge da prologo, il poeta invita "l'ipocrita lettore" a non chiudere gli occhi sulla sua condizione e a seguirlo in questo viaggio che ripercorre le tappe del viaggio reale verso l'Inferno che è la vita.

Spleen come raggiungimento dei “paradisi artificiali”

All’interno della raccolta di poesie, il poeta spesso riporta al concesso di “Spleen”, inteso come tedio, accidia, o meglio male di vivere. Come diceva Woody Allen: "non si è mai così soli come a New York all'ora di punta".

Ecco cos'è lo spleen, lo spleen è il non vivere, il "galleggiare" sopra alle metropoli, trovarsi in una capitale guardarsi attorno e non sapere cosa fare, il dover ricorrere alle droghe e all’alcool per sfuggire alla realtà dell'indifferenza della gente e raggiungere così un rifugio all’interno dei “paradisi artificiali”.

Attraverso l'esperienza sessuale, gli amori proibiti e i paradisi artificiali, l'uomo cerca di conoscere la sua vera natura, senza raggiungerla mai. Non resta che la rivolta contro Dio, che ha voluto l'uomo nella sua condizione, e l'invocazione a Satana. Satana sembra il cardine della sua filosofia e del suo modo di scrivere ma tutto ciò è errato. Satana fra i poeti dell'epoca era di moda, per citare due autori che invocano il signore delle tenebre: Leopardi con le odi ad Arimanne e Carducci con gli inni a Satana. Insomma era di moda uscire dagli schemi cristiani.

Alla fine della raccolta, il conflitto tra spleen e ideale, salvezza e dannazione, non trova soluzione. Resta, potente e disperata, la speranza del poeta di un viaggio che lo conduca fuori dell'Universo in uno spazio sconosciuto, liberato definitivamente dal Tempo. "La sete insaziabile di tutto ciò che è al di là, e che rivela la vita, è la prova più viva della nostra immortalità. È dunque con la poesia e attraverso la poesia, con la musica e attraverso la musica, che l'anima intravede gli splendori situati dietro la tomba", scrive il poeta nelle sue note. Grazie alla creazione poetica, il poeta sopporta la situazione reale e giunge alla conoscenza del mondo.

Oscar Wilde and Aesthetic Movement

The Aesthetic Movement developed in the universities and intellectual circles in the last decades of the 19th century. Originating in France with Thèophile Gautier (1811-1872), it reflected the sense of frustration and uncertainty of the artist, his reaction against the materialism and the restrictive moral code of the bourgeoisie, his need to re-define the role of art. As a result, the French artists withdrew from the political and social scene andArt for Art’s Sake’. The bohemian embodied his protest against the monotony and vulgarity of bourgeois life leading an unconventional existence, pursuing sensation and excess, cultivating art and beauty.

This doctrine was imported into England by James McNeill Whistler, an American painter who worked in England though the origins of the English Aesthetic Movement can be traced back to the Romantic poet John Keats, as well as to D. G. Rossetti, who was a strong and disturbing example of an artist dedicated wholly to his art. Also the writer John Ruskin in his search for beauty in life and art, even while insisting upon moral values, made way for the woks of Walter Pater who is regarded as theorist of the Aesthetic Movement in England.

Pater’s message to the young generation was subversive and potentially “demoralising”. He rejected religious faith and said that art was the only means to stop time, the only certainty.

Life should be lived in the spirit of art, namely “as a work of art”, filling each passing moment with intense experience, feeling all kinds of sensations. The task of the artist was to feel sensations, not to describe the world; the main implication of his new aesthetic position was that art had no reference to life, and therefore it had nothing to do with morality, and need not be didactic.

Pater’s works had a deep influence on the poets and writers of the 1890s, especially Oscar Wilde.

Features of Aestheticism and Decadence

Evocative use of the language of the senses.

Excessive attention to the self.

Hedonistic attitude.

Perversity in subject matter.

 Absence of didactic aim.

Oscar Wilde and his out of common life

“We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars.

Oscar Wilde (1854-1900) is known for his particular aspects: he was a nonconformist, a dandy (he places particular importance upon physical appearance), a wonderful entertainer and a brilliant talker; his conversation is a provocative combination of satire, paradox and epigram through which every Victorian institution and value is criticized and ridiculed.

He has an eccentric way of dressing and behaviour: he wears an aesthetic costume of velvet jacket, knee breeches, black silk stockings, strange tie and exotic flowers in the buttonhole, and he uses to walk up and down Piccadilly with a sunflower in his hands.

In constant need of money to live up to his worldly life, Wilde accepts an invitation to lecture in the United States and Canada in 1882,pronuncing on his arrival in New York his famous sentence: "I have nothing to declare except my genius!" , in reply to the Customs officer’s routine question.

The life for him has to be similar to an art-work and so his same life is an example of it in its reckless pursuit of pleasure. In addition, he has a homosexual relationship with Lord Alfred Douglas, which infuriated the Marques of Queensberry, Douglas’ father. He accused Wilde of being a sodomite. Unfortunately the accusations are proved true, and Wilde is arrested, tried and sentenced to two years’ hard labour. In this period he wrote “The Ballad of Reading Gaol”. After the prison, which provokes him many sufferings, because of public opinion against him and the impediment to read and write.

The Author’s conceptions

Wilde did not want to be serious or write seriously because he believed that seriousness was boring and was only an attitude adopted by people who had little imagination. He felt that a writer could not communicate important ideas as they are but had to suggest them by comedy and paradox. When he spoke or wrote he tried to make people laugh, but also think, using things that were surprising and provocative.

He rejects Victorian idea that art should have a moral purpose. In Wilde's opinion, the artist should not worry about what was “true” or “false”, “right” or “wrong”, he has to think only about what made good or bad art. It was not the artist's duty that instruct people, but to create beauty for its own. Wilde believed that art was superior to life because it could be controlled and made perfect and so could satisfy man’s needs perfectly in a way that nature never could do it.

“Life imitates art.”

The artist should not imitate life but should create a different, more beautiful reality which life could copy. The artist is an isolated figure. According to Wilde, the real artist was an isolated figure, different from the rest of society and in advance of his times.

His own homosexuality increased this feeling and helps him to see crimes as an understandable response to a society which he considered vulgar and inhuman.

Because of their common opposition to society, criminals and the artists were, in Wilde's opinion, similar and in his eulogy of socialism “The Soul of Man Under Socialism”, he didn’t want to change society. He thought that if he starts to be interested in social problems, he may become a bad artist.

"I put my talent into my work, but my genius into my life"

This sentence stands as an ironic statement concerning the writer's attitude to his life and work. According to: his mind, his life and art, they were inextricably bound together, both had to be produced by individual effort; life like art amounted to a creative process. In order to create them, Wilde maintains that a mask had to be put on, and such the individual, during his life, such the artist in his work were never as true as when they were wearing a mask.

The Picture of Dorian Gray

“The only way to get rid of a temptation is to yield to it.

It is the only novel written by Wilde. When it is first published in 1890, it is fiercely attacked by critics who judge it immoral, in fact the novel challenges all the fundamental values and beliefs of Victorian society.

This story is a 19th century’s versus of the myth of Faust.

The story is told by a third-person omniscient narrator. It is unobtrusive and the characters introduce themselves. He describes their feeling and thoughts from inside their minds.

The Plot

The novel is the story of Dorian Gray, a typical dandy, that’s to say a heroic figure, created by Wilde, that is the living protest against this democratic levelling, he is at his ease everywhere and in every situation. He is against any social convention. Nothing can surprise him. He is never vulgar. He presents all the canons of the classical beauty: handsome, young, aristocratic, refined. His sex is ambiguous: he unites the feminine grace and the male virility. When his friend painter Basil Hallward paints his picture he can translate on it even the soul of Dorian, the young is enchanted by it and together Hanry Watton, an elegant and cynic man, whose principles have corrupted him, makes a reflection on the fugacity of the time and desires intensely to transfer the passing of the time on the picture and to remain always beautiful and young. His desire is so strong that it really happens. So he lives a dissolute life, in search of the most unrestrained pleasures: he despises the love of Sybil Vane, a kind actress because an evening her performance, for a bodily discomfort, isn’t perfect as always. It will conduce her to suicide.

At this point the decadence of Dorian’s soul begins, he becomes a criminal, his physical aspect remains beautiful, but inside he becomes cruel and cruel.

The signs of the time and of his decadence appear on the picture, where his face becomes evil and it is furrowed with wrinkles, so, to appease his conscience he puts the picture in the attic even if every evening he goes to look it: every day the signs of the decline increases. The picture remembers to Dorian the deception of his double life, showing him his real face, unknown to everyone in its own cruel eloquence up to, overcome by unhappiness, he brakes the picture with a knife and he immediately falls down dead, as if he has stabbed himself. The servitude rush to the place and they look a wonderful picture of their master and on the floor a dead man with an evening dress, with a knife in the heart, with an old and cruel face. They understand that he is their master only for his rings.

Allegorical Meaning

This novel is profoundly allegoric; beautiful people at that time were considered moral people, instead ugly people were considered immoral. The novel highlights the Wilde’s aesthetic creed, like the cult of beauty making the life a work of art. The novel has also been interpreted as a symbol of the fall of man from a state of innocence to a state of corruption.

The picture isn’t an indipendent self, it stands for the dark side of Dorian’s personality, which he tries to forget by locking it in a room. The moral of this novel is that every excess must be punished and reality cannot be escaped. When Dorian destroys the picture he cannot avoid the punishment for all his sins. The horrible picture is a symbol of immorality and bad conscience of the Victorian middle class, while Dorian and his innocent and pure appearance is a symbol of bourgeois hypocrisy. The picture restored to its original beauty, and this shows that art is eternal.

Particular features of the novel

The novel highlights some of the key ideas of Wilde’s aesthetic creed, like the cult of beauty and the principle of making one’s life a work of art.

Basil and Lord Henry are also aesthetes, since they pursue the love of beauty though in different way. Basil pursues artistic beauty, while Lord Henry pursues the beauty of youth, like Dorian. When Dorian keeps looking at the portrait is amazed at his own beauty and so he is pleased and proud, but then he understands that his beauty going to die with age.

While he is looking at his picture, he becomes aware of his beauty. He expresses the wish to remain young and beautiful and the complaint that he will age. The showing of the portrait marks a change in the consciousness Dorian has of himself.

The novel has also been interpreted as a symbol of the fall of man from a state of innocence to a state of corruption.

Dorian decides to destroy the picture as it is the only evidence of his sins, but he dies. Before reaching the final decision to destroy the picture, Dorian’s thought follows different steps:

nostalgia for his pure boyhood
awareness of his corruption
recollection of his pact to keep eternal youth
wish for repentance and purification
awareness that youth and beauty have caused his ruin
wish to free himself from the past
understanding that repentance was pure illusion
decision to destroy the picture.

In tabbing the picture which represents his soul, Dorian kills himself because man cannot be separated from his soul.

He thinks that wicked people are always very old and ugly. He realise that his parallelism is not true, because he himself is an example of this.

“Life is far too important to be taken seriously.

La Belle Epoque

Il periodo storico legato alla Belle Epoque è lo stesso in cui Oscar Wilde venne arrestato con l’accusa di omosessualità. Accusa che lo porterà a scontare due anni di lavori forzati. L’autore de Il Ritratto di Dorian Gray morirà il 30 Novembre 1900 a Parigi, assolutamente dimenticato, in un alberghetto delle Belle Arti.

Introduzione

La Belle époque è un periodo storico, culturale e artistico che va dalla fine dell'Ottocento e si conclude una trentina d'anni dopo con lo scoppio della prima guerra mondiale.

L'espressione Belle Époque (L'epoca bella, I bei tempi) nacque in Francia prima del