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Frida Kahlo
di Maddalena Galli

 

Nata nel 1907 nella Casa Azul de Coyoacán, un sobborgo di città del Messico, Frida Kahlo rimase a lungo sconosciuta al grande pubblico, seminascosta dall’ombra del suo celebre marito, il pittore muralista Diego Rivera. Il riconoscimento che fin da subito le venne attribuito da artisti di fama internazionale non fu infatti sufficiente a far esplodere la “bomba Frida”, fenomeno (se così si può definire) per cui dovremo attendere gli anni ’90.

Tra i primi ammiratori di Frida Kahlo va ricordato Rivera stesso che, nel periodo della loro separazione (tra il 1935 e il 1940), dichiarò necessaria la rottura della coppia poiché a suo parere Frida era un’artista ormai completa che non aveva più bisogno del suo maestro-marito (il quale, con orgoglio, era solito mostrare una lettera in cui Picasso esprimeva la sua personale ammirazione per la pittrice e rivolgendosi a Rivera scriveva di lei: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quelle di Frida Kahlo”).

Diego Rivera e Frida Kahlo

Altro celebre ammiratore di Frida fu André Breton, personaggio di spicco dell’avanguardia surrealista francese, che durante una visita in Messico fu letteralmente stregato dall’opera della Kahlo, tanto da convincerla ad allestire una mostra negli Stati Uniti nel 1938 ed una l’anno seguente a Parigi.

André Breton

Frida non si mostrò entusiasta di questo sodalizio con il gruppo surrealista francese, che con il linguaggio colorito e un po’ volgare che la contraddistingueva era solita chiamare “questo mucchio di pazzi figli di puttana di surrealisti”. L’avversione nei confronti del gruppo avanguardista nasceva anche da un’incomprensione di fondo: Breton, non privo di una certa fascinazione per l’esotismo della pittrice, considerava Frida Kahlo una “surrealista naturale”, che pur non seguendo i metodi del manifesto surrealista (non perché non li conoscesse), era giunta a risultati simili a quelli dei pittori d’oltreoceano a lei contemporanei; ma nell’arte di Frida Kahlo non c’è nulla della dimensione onirica e dei simboli freudiani del surrealismo: “surrealismo diceva Frida “è la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove eri “sicuro” di trovare le camicie. (…) Uso il surrealismo come strumento per farmi gioco degli altri senza che loro se ne accorgano e per diventare amica di quelli che se ne rendono conto”, “pensavano che fossi una surrealista, ma non lo ero. Non ho mai dipinto sogni. Ho dipinto la mia realtà”.
Nulla di più vero. Ed è forse la realtà autobiografica che “trasuda” da ogni suo dipinto ad averla resa quasi oggetto di culto negli ultimi anni: per le strade di New York compaiono manifesti che riproducono le sue opere; ad Hollywood si girano film, per altro ben riusciti, sulla sua vita; i suoi quadri iniziano a fare il giro del mondo e ad essere esposti in mostre sempre visitatissime.

L’arte di Frida, con la sua carica di femminilità, di sensualità ed per il suo carattere fortemente personale, ha avvicinato soprattutto il pubblico femminile che più facilmente può ritrovarsi nelle sensazioni che l’artista ha tanto abilmente racchiuso nella tela. Per una donna, stare di fronte ad un’opera di Frida Kahlo equivale a ritrovarsi in intimità con se stessa, immersa nell’essenza più vera della femminilità.

Frida - Autoritratto

 

Rapporto con il Messico (sua terra natale) e autobiografia sono due elementi da cui non si può prescindere per conoscere ed apprezzare le opere di Frida Kahlo. La sua vita fu infatti un susseguirsi di sofferenze che ebbero inizio, se non con la poliomielite avuta all’età di sei anni, quanto meno con il tragico incidente del 1925: lo scontro tra un tram e l’autobus su cui Frida viaggiava, che oltre a romperle la spina dorsale in tre punti, creò una cesura nella sua esistenza. Fu durante la lunga e dolorosa convalescenza, peraltro mai conclusa poiché le lesioni procuratesi nell’incidente le causarono gravi problemi per tutta la vita, che Frida iniziò a dipingere, trovando uno sfogo alla sua personale sensibilità.

La sofferenza ed il dolore sono elementi sempre presenti nella sua arte, ma sono affrontati con grandissimo coraggio ed associati ad una incontenibile “alegría”, creando una contraddizione che diventa punto di forza del fascino della Kahlo. Negli ultimi tempi, sul suo diario personale, accanto a frasi di giustificato sconforto come: “attendo la mia dipartita…e spero di non tornare mai più” ne compaiono altre sintetizzanti una gran forza d’animo: “piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?”.

Ma se Frida, grazie alle sue ali dell’immaginazione (e ad una energia smisurata) riuscì a volare oltre i limiti del dolore fisico, si abbandonò invece in maniera totalizzante ed esasperatamente femminile al “mal d’amore”. Nei suoi dipinti infatti, la figura dell’amato Rivera, protagonista insieme a lei di una complicata storia d’amore e tradimenti, fa spesso la sua comparsa.

È in occasione di uno dei reiterati tradimenti di Diego che Frida, dipingendo “autoritratto con i capelli tagliati” (1940) ci mostra la complessità e la varietà del suo essere donna: da moglie attenta nel compiacere il marito, proponendosi a lui al massimo della sua femminilità (istituzionalizzata nella lunga chioma e nell’abito tradizionale da tehuana), a donna che si proclama indipendente, che pur liberandosi dei simboli codificati del femminile ci fissa dalla tela con uno sguardo seducente invitandoci a guardarla come donna.

autoritratto con i capelli tagliati

Ecco come ribaltando l’ideale maschile di femminilità Frida ci appaia in tutto lo splendore del suo sé femminile. Anche nei rari casi in cui Frida si ritrae nuda rimane decisamente lontana dall’erotismo che permeerebbe un medesimo soggetto di mano maschile. In “Henry Ford Hospital” (1932), Frida giace scomposta in un letto di ospedale, devastata nel fisico e nell’animo dall’ennesimo aborto, circondata da simboli che ricordano e sottolineano come le ferite provocate dall’incidente abbiano aperto un’altrettanto grave ferita nella sua anima: la negazione della maternità. Soffermiamoci un istante su uno dei sei simboli che affollano il dipinto: la lumaca.

Oltre a fare la sua apparizione in un buon numero di opere di Frida, ci permette di osservare quanto stretto fosse il legame dell’artista con il Messico, simboleggiato dalla cultura precolombiana, e di avvicinarci ad un altro tema spesso ricorrente nelle sue opere: la sessualità.

Il significato primario della lumaca in quest’opera sappiamo essere, da una dichiarazione dell’artista stessa, la lentezza dell’aborto. Ma nella cultura india la lumaca, per il suo guscio protettivo, era simbolo di gravidanza, concepimento e nascita, mentre per il suo andamento fatto di sporsi e ritrarsi veniva associata alle fasi lunari e al ciclo mestruale, era insomma il simbolo per eccellenza della sessualità femminile. Non è l’unico dipinto in cui l’artista tratti il tema della sessualità e se qui la simbologia resta velata, non è raro imbattersi in nature morte dell’artista in cui fiori e frutta assumono forme inequivocabili, permettendole di tornare a cercare nella pittura un sollievo alla sua sofferenza per l’incapacità di avere un figlio, moltiplicando sulla tela immagini di concepimento e di indagare un tema denso di tabù, che Frida riesce comunque ad affrontare con serenità e grande modernità.

La libertà sessuale di Frida Kahlo non va ricercata esclusivamente nelle sue relazioni extra coniugali (sia omo che eterosessuali) che per altro si basavano su sentimenti di stima, ammirazione ed affetto reciproci, ma piuttosto ad un livello più profondo: nel suo saper godere della propria sessualità senza rimorsi e reticenze, diritto che spettava per tradizione agli uomini. La sua tendenza a ricalcare l’emblema di “donna emancipata”, che si fece strada in Messico nel periodo post-rivoluzionario, la avvicinò alla politica, in cui iniziavano ad avere un ruolo attivo le donne della generazione di Frida. Fu così che nel 1928 si iscrisse al partito comunista messicano. A convincerla in tal senso fu anche l’adesione dei più grandi artisti dell’epoca, tra cui Rivera, promotori ed esecutori di un’arte pubblica socialmente utile. Fu solo verso la fine della sua vita, quando la pennellata divenne più densa e meno particolareggiata per il forte consumo di antidolorifici, che Frida manifestò l’intenzione di fare “arte utile al partito”, come da sempre facevano i suoi colleghi muralisti. Il suo carattere le impediva di seguire rigidamente i dogmi imposti dal partito, per creare piuttosto una modalità personale di esprimere le proprie opinioni.

Frida, con il lavoro d’artista, con il ruolo attivo all’interno del partito e con la sua indipendenza, fu una delle prime donne ad allentare il legame con il ruolo tradizionale che spettava alla donna: moglie e madre di famiglia relegata all’ambiente domestico. A tenere Frida ancora legata al vecchio immaginario di donna, restava tuttavia ancora un vincolo riscontrabile nella cura ed attenzione che prestava alle attività domestiche e nella volontà di compiacere, come una moglie devota, il marito Diego, l’unico veramente amato, metro di paragone usato per ogni amante; come diceva Frida stessa in una dichiarazione di questo amore totalizzante:

“Diego. inizio
Diego. costruttore
Diego. mio ragazzo
Diego. mio sposo
Diego. pittore
Diego. mio amante
Diego. mio <marito>
Diego. mio amico
Diego. mio padre
Diego. mia madre
Diego. mio figlio
Diego. io
Diego. universo
Diversità nell’unità”.

Frida resta quindi sospesa tra questi due ideali di donna, assumendo una connotazione “protofemminista”. Oltre all’autobiografismo e alla forza emozionale dei suoi quadri, anche il suo tentativo di equilibrio come donna in bilico tra due immaginari opposti ha fortemente contribuito a miticizzare questa artista, rendendola negli anni ’90 una vera e propria icona.

Il fascino personale di “Frida-donna” non deve però occultarci il suo effettivo valore artistico: infatti, pur utilizzando uno stile diretto e coinvolgente, era senza ombra di dubbio molto meno ingenua e molto più preparata di come l’ha talvolta dipinta certa critica. Tenendo come punto fermo la sua grandezza come artista, ci si può anche abbandonare con un pizzico di ironia alla Frida-mania, che una personalità così eclettica e carismatica non smette di alimentare.
La forza d’animo che l’ha sempre spinta a lottare contro il dolore e la morte ci dona una speranza assoluta fissata nell’eternità dell’arte.
Ogni sua tela è un invito rivolto a tutti noi a reagire alle avversità della vita, con il fiero coraggio che ha contraddistinto questa grande artista, questa grande donna.

 

 Fonti:

Andrea Kettenmann, "Kahlo", 2005
Sarah M. Lowe, "Frida Kahlo, autoritratto in frammenti", Selene edizioni, 1999
Hayden Herrera, "Frida, vita di Frida Kahlo", La Tartaruga edizioni, 2001

 


© LiberaMENTE MAGAZINE 9 marzo 2008