“Genova
chiusa da sbarre,
Genova soffre come in prigione
Genova marcata a
vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici
uomini freddi discutono la strategia e uomini caldi esplodono un colpo secco,
morte e follia”.
(F. Guccini)
Sette
anni passano in fretta. Ma non sono abbastanza per dimenticare.
L’estate
a Genova è la stessa del 2001: un mese di luglio caldo e secco, che non lascia
spazio alla calura. Per chi ogni giorno attraversa a piedi Piazza Alimonda
sette anni sono un istante, un niente, un vuoto da riempire.
Al di là di ogni
accusa o recriminazione, oltre la giustizia e la vendetta, al di fuori dei colori
e delle ideologie, il ricordo è un obbligo morale, un imperativo etico.
Perché
a Genova, proprio qui tra le aiuole di questa piazza, o nei sampietrini divelti
di Via Tolemaide, la democrazia ha abbassato la testa, schiacciata dal peso di
un Terrore divenuto tremenda realtà.
Domenica
21 luglio 2001 sfilavo in uno dei cortei del G8.
Ricordo poco di quella giornata
convulsa, iniziata con il ritrovo alle 9 in Via Cavallotti, per affrontare la marcia
lungo Corso Italia, fino alla Foce. Ricordo che si cantava, senza pensieri, un
po’ infastiditi dalle barricate sul corso, dalle forze dell’ordine ovunque, dalle
parole cariche di tensione gettate come monetine nell’aria dalla gente tutt’intorno.
Il
mare una tavolozza blu cobalto, un arcobaleno di voci a dipingere il cielo.
Tutto
scorre regolare, nessuna mossa inconsueta. Fino all’incrocio
con Via Rimassa.
Qui ha inizio il delirio. Davanti
a noi un manipolo di polizia avanza senza motivo. Li osserviamo
mentre si avvicinano, qualcuno grida: “Ora si fermano”, sento la mano di mia madre
che mi stringe il braccio, e mia sorella che mi dice sottovoce: “E se non si fermano?”
Non
ho il tempo di darle alcuna risposta, i poliziotti ci caricano.
Una via di
fuga, devo trovarla, non è possibile, perché proprio noi…perché stanno correndo
gli scudi alzati? Destra, sinistra, correre, in fretta, più in fretta di loro.
Fuggiamo
come dei ladri, inseguiti come colpevoli per le strade della nostra città.
Come
se non bastasse dall’alto ci seguono gli elicotteri, sempre più bassi, assordanti;
svoltiamo in Corso Torino, corriamo mano nella mano io e mia madre, mia sorella
poco distante, corriamo come se non avessimo mai fatto altro, come animali impauriti,
corriamo per non pensare, e rinunciamo a capire. Solo sul treno che ci riporta
in Riviera ci diranno che in quella giornata di luglio un ragazzo di Genova è
morto in Piazza Alimonda a causa di un colpo sparato
da una camionetta dei carabinieri.
Ricordo il viso di mia sorella, che a diciannove
anni non aveva mai visto la morte così da vicino; ricordo la sua voce mentre gridava
nella carrozza di quell’affolatissimo treno: “Assassini”.
A
diciannove anni il significato di quella parola non lo aveva afferrato davvero,
ma la sua rabbia era così forte da fargliela dire e ripetere, con più veemenza,
per farla risuonare nell’aria:
“Assassini, assassini, assassini”.
Lunedì
22 luglio l’avevo accompagnata in Piazza Alimonda: avevamo
comprato un mazzo di fiori, per lasciarlo
accanto alla bancarella con le magliette di Che Guevara, vicino allo striscione
con la scritta: “CARLO E’ VIVO”.
Mia
sorella era rimasta in silenzio per tutto il viaggio di ritorno, e per noi il
G8 era finito così.
Per lei, anche l’adoloscenza con i suoi sogni e l’entusiasmo per un mondo migliore
erano destinati ad affievolirsi, per poi scomparire.
Ricordo
gli occhi di quella ragazzina, le sue lacrime senza parole, le sue condanne, la
sua paura.
Sette anni
dopo la bancarella di Piazza Alimonda è solo un ricordo,
e le scritte sul muro inneggianti a Carlo Giuliani sono sbiadite. I sampietrini
sono tornati nelle loro nicchie, così come i pensieri, le piccole e vane speranze
di un cambiamento.
Nel clima di spensieratezza di un’altra estate solo in pochi
si accorgono che del G8, per fortuna, si parla ancora. Se ne parla nelle aule
di giustizia, sui giornali, nelle strade.
Lunedì
14 luglio, dopo 11 ore e mezza di camera di
consiglio i giudici della terza sezione del tribunale di Genova hanno condannato
15 persone a 23 anni e nove mesi di reclusione, assolvendone 30. Si tratta degli
imputati per gli episodi di violenza e tortura avvenuti nella caserma di Bolzaneto nel 2001.
A questa sentenza è seguita la pubblicazione
del libro: “Inferno Bolzaneto”, scritto da Vittorio
Agnoletto, Nando dalla Chiesa e Massimo Rebotti, dove
si raccontano, attraverso la requisitoria dei pubblici ministeri, gli episodi
di minacce, insulti, manganellate e vessazioni dei quali
sono stati vittime 200 detenuti.
I magistrati genovesi parlano nei loro atti
di: “comportamenti deliberatamente inumani, crudeli e
degradanti”, e dichiarano che “non c’è emergenza che possa giustificare quello
che è accaduto. Non c’è giustificazione perché ormai si era lontani dagli scontri
di piazza e quella caserma, dove lavoravano pubblici ufficiali, doveva rappresentare
un luogo di sicurezza e di rispetto per ogni detenuto.”
Giovedì
17 luglio il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato
una lunga inchiesta sui fatti del G8 (gli inglesi sembrano possedere una memoria
migliore della nostra).
Nelle pagine dell’autorevole rivista inglese si leggono
le descrizioni dell’altro Inferno genovese, quello della scuola Diaz, in cui i
prigionieri presi a manganellate dai poliziotti con il volto coperto erano “obbligati
a urlare: VIVA IL DUCE”.
The Guardian accusa apertamente
la polizia italiana: “Al G8 polizia fascista” e chiama in causa persino l’on.
Gianfranco Fini, che “era presente nel quartier generale della polizia, e nulla
gli è stato chiesto in merito agli ordini impartiti.”
L’articolo
- inchiesta si conclude con la constatazione che, nonostante in Italia la dittatura
sia caduta 60 anni fa, “Genova insegna come la legge possa essere sospesa.
Ovunque”.
Il
processo per gli imputati accusati degli atti di violenza all’interno
della Diaz sta andando avanti, e proprio il 17 luglio si è chiusa la requisitoria
dei pm. La richiesta della Procura è stata di ventotto condanne e di un’assoluzione
nei confronti degli agenti e dei vertici della Polizia all’epoca dei fatti.
Tra
le accuse: falso ideologico, calunnia, arresto illegale.
La
sentenza è attesa per ottobre.