“Da quaggiù, quando ci sei nel mezzo, vedi
che non c’è un luogo della città che sia una cosa sola. Una cosa sola da vedere,
una cosa sola da essere.” (M. Maggiani)
Era il
II sec. A. C. quando l’Oppidum Genuate
divenne, sotto l’ala protettrice dei Romani, sede del primo insediamento costiero,
che si estendeva fino alla collina di Castelletto, e tentava di sopravvivere alle
continue sferzate di libeccio.
Invasa
e saccheggiata da Longobardi prima e dagli arabi poi, divisa tra possedimenti
vescovili e nobiliari, Genova fin dall’inizio fu sede e teatro di faziosità, ancora
oggi, duemila anni dopo, all’ordine del giorno. Nel nome della divinità comune, la tanto cercata
ricchezza, i genovesi seppero tuttavia fare fronte comune e costruire, grazie
alle abilità economiche ed all’intuito imprenditoriale della nuova nobiltà, una
vera potenza commerciale.
Nel 1528
infatti Andrea Doria si insediò al governo della città, e favorì lo sviluppo
di una nuova classe dirigente, composta sia dalla vecchia che dalla nuova nobiltà;
banchieri ed armatori genovesi, con l’appoggio degli spagnoli, seppero traghettare
la città verso un secolo di crescente prosperità, dando inizio ad una vera e propria
attività economica di stampo capitalistico, basata sul cambio e sul prestito di
denaro.
Con tante
e tali premesse, ci si aspetterebbe di ritrovarsi oggi, nell’era dell’economia
globale, di fronte ad una Genova metropoli del mare, ad un fiorente centro commerciale,
ad una potenza economica di livello internazionale.
Niente
di tutto questo.
Genova
appare arenata di fronte alle sfide del futuro; arroccata nella sua splendida
cornice naturale, stretta nel soffocante abbraccio che unisce il mare ai monti,
la città sembra da tempo sopravvivere in un’atmosfera di quieta apatia. Le cause?
Tante e nessuna, a cominciare dallo sviluppo di porti antagonisti, come Marsiglia
e Barcellona, per non parlare della crisi delle materie prime, della chiusura
delle grandi acciaierie, della difficoltà che la città ha incontrato nel ridisegnare
il suo volto ed assumere connotati differenti, più consoni all’era della new
economy.
Del resto,
si sa, il genovese non vede di buon occhio tutto ciò che è nuovo, diverso, tecnologicamente
avanzato. Un esempio su tutti è rappresentato dalle alterne vicende attraversate
dal progetto per la costruzione di una rete metropolitana.
Premesso
che la metropolitana a Genova è ancora oggi un cantiere aperto, non va dimenticato
che alcuni recenti studi hanno identificato un’ ipotetica
data di inizio dei lavori: il 1927.
In ottant’anni
tutto quello che si è riuscito a produrre è stata una rete metropolitana con tre
fermate ed altrettante stazioni.
Ma l’atavica
resistenza a qualsivoglia novità non ha potuto nulla di fronte alla vera e propria
invasione di immigrati, cui la città ha dovuto far fronte negli ultimi anni. Il
Centro storico genovese (il più grande d’Europa), assomiglia oggi ad un Suk colorato,
ad un ibrido difficile da definire, dove trovano posto, accanto agli studi di
avvocati e professionisti, zone caratterizzate dal forte degrado sociale, quelle
che Palumbo definisce “fabbriche della devianza”.
Il 1992,
con l’inizio delle celebrazioni colombiane, sembrò coincidere con un’ingente opera
di ammodernamento dell’intera zona, che tuttavia non fece che aumentare la “differenziazione
sociale interna, esponendo le fasce più deboli e marginali a conseguenze rischiose
sul piano dell’esclusione sociale, garantendo residui effetti benefici solo alla
parte più abbiente”.
I vicoli
genovesi però cambiarono volto, animandosi di nuova vitalità, ospitando locali
e ristoranti, mercati e bancarelle, finalmente accessibili
a tutti, anche in zone un tempo considerate tabù, come nel caso della storica
Via Pré. La metropoli inizia da qui, da questo labirinto di viuzze,
dove si vendono patate dolci e pesce fresco, peperoncino e basilico, dove si parla
arabo e spagnolo, con cadenza genovese, e dove un poeta dell’anima chiamato De
André trovava immagini e parole per descrivere il mondo dimenticato della città
vecchia.
Dalle
pietre vecchie e saline di Sottoripa alle cattedrale
il passo è breve, e da lì la città nuova si dipana, frenetica e imbellettata,
come tante altre metropoli, anche se solo qui nelle pause delle udienze, alla
chiusura degli sportelli o dopo aver timbrato il cartellino, si può correre da
Mario, e fare tutti insieme, impiegati, muratori ed avvocati, la stessa interminabile
coda per una striscia di fűgassa fumante.
La caratteristica
principale di una metropoli sui generis
come Genova sembra essere un’evidente “complessità sociale”, ovvero una compresenza
sullo stesso territorio di “differenti popolazioni urbane, come businessman e
studenti universitari, immigrati residenti e semplici turisti.”
Senza
contare che analizzando la diversità sociale interna alla popolazione genovese,
non si può non tener conto del crescente “divario generazionale tra i residenti
più anziani e quelli più giovani. Da un lato le statistiche indicano
il centro storico come la zona più giovane della città; dall’altro é sempre più
consolidata la presenza di residenti più vecchi, specialmente
anziani soli che, sebbene costituiscano la memoria storica del quartiere, sempre
più difficilmente si integrano con il crescente rinnovamento dell’area.”
Genova
metropoli in divenire, Città divisa, teatro di scontri e di contraddizioni, è
stata spesso oggetto di analisi sociologiche, proprio per le sue caratteristiche
“fratture, sia di tipo verticale, tra classi sociali, che orizzontali, tra aree
e popolazioni coinvolte nelle attività industriali (il Ponente e la
Val Polcevera)
e aree a vocazione terziaria”, non dimenticando le nuove tensioni tra etnie per
il controllo del mercato della droga e della prostituzione.
A Genova
e Provincia gli stranieri non in regola, che oggi rischiano di essere accusati
di immigrazione clandestina sono più di trentamila; secondo le organizzazioni
di categoria si tratta spesso di badanti, camerieri, collaboratrici domestiche, cuochi e manovali, che sono ormai
parte del tessuto sociale di una città che vive anche del loro lavoro.
I giornali
locali parlano di famiglie in crisi, di anziani preoccupati, di vere e proprie
forme di associazionismo spontaneo, sorte soprattutto in quartieri industriali
(come nella zona di Cornigliano, un tempo sede dell’impianto
siderurgico Italsider) dove la comunità locale ha saputo
accogliere marocchini ed ecuadoriani, albanesi ed iraniani, dimostrando come sia
possibile creare unità attraverso l’integrazione delle reciproche differenze.
Che lo
si voglia o no, qualsiasi metropoli del futuro sarà una
città multietnica, e questi immigrati che
affollano le strade genovesi sono ormai parte di un’unica realtà, complessa e
multiforme, così come lo sono i marinai in attesa di imbarcarsi dal Molo Vecchio
o le nigeriane in attesa di clienti, le donne invexendate tra i banchi del Mercato
orientale, e gli anziani che osservano il cielo passeggiando sul lungomare, maniman
il tempo si mettesse al brutto.
La diversità
può far nascere paura e violenza, ma una metropoli che si affaccia sul mare deve
poter accogliere il diverso, e dal movimento continuo di cose e persone, saper
trarre risorse e nuove energie per crescere.
“Gli altri. Ci sono parecchie altre persone a Genova, oltre il sottoscritto. Non fosse
così sarei disperatamente solo. E la città non esisterebbe neppure”
(M. Maggiani)
Fonti:
www.comune.genova.it
www.genova-2004.it
M. Maggiani, “Mi sono perso a Genova”, Ed.
Feltrinelli, 2007.