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Genova per Noi
di Silvia Carena

“Da quaggiù, quando ci sei nel mezzo, vedi che non c’è un luogo della città che sia una cosa sola. Una cosa sola da vedere, una cosa sola da essere. (M. Maggiani)

Era il II sec. A. C. quando l’Oppidum Genuate divenne, sotto l’ala protettrice dei Romani, sede del primo insediamento costiero, che si estendeva fino alla collina di Castelletto, e tentava di sopravvivere alle continue sferzate di libeccio.
Invasa e saccheggiata da Longobardi prima e dagli arabi poi, divisa tra possedimenti vescovili e nobiliari, Genova fin dall’inizio fu sede e teatro di faziosità, ancora oggi, duemila anni dopo, all’ordine del giorno.  Nel nome della divinità comune, la tanto cercata ricchezza, i genovesi seppero tuttavia fare fronte comune e costruire, grazie alle abilità economiche ed all’intuito imprenditoriale della nuova nobiltà, una vera potenza commerciale.

Nel 1528 infatti Andrea Doria si insediò al governo della città, e favorì lo sviluppo di una nuova classe dirigente, composta sia dalla vecchia che dalla nuova nobiltà; banchieri ed armatori genovesi, con l’appoggio degli spagnoli, seppero traghettare la città verso un secolo di crescente prosperità, dando inizio ad una vera e propria attività economica di stampo capitalistico, basata sul cambio e sul prestito di denaro.
Con tante e tali premesse, ci si aspetterebbe di ritrovarsi oggi, nell’era dell’economia globale, di fronte ad una Genova metropoli del mare, ad un fiorente centro commerciale, ad una potenza economica di livello internazionale.

Niente di tutto questo.

Genova appare arenata di fronte alle sfide del futuro; arroccata nella sua splendida cornice naturale, stretta nel soffocante abbraccio che unisce il mare ai monti, la città sembra da tempo sopravvivere in un’atmosfera di quieta apatia. Le cause? Tante e nessuna, a cominciare dallo sviluppo di porti antagonisti, come Marsiglia e Barcellona, per non parlare della crisi delle materie prime, della chiusura delle grandi acciaierie, della difficoltà che la città ha incontrato nel ridisegnare il suo volto ed assumere connotati differenti, più consoni all’era della new economy.
Del resto, si sa, il genovese non vede di buon occhio tutto ciò che è nuovo, diverso, tecnologicamente avanzato. Un esempio su tutti è rappresentato dalle alterne vicende attraversate dal progetto per la costruzione di una rete metropolitana.
Premesso che la metropolitana a Genova è ancora oggi un cantiere aperto, non va dimenticato che alcuni recenti studi hanno identificato un’ ipotetica data di inizio dei lavori: il 1927.
In ottant’anni tutto quello che si è riuscito a produrre è stata una rete metropolitana con tre fermate ed altrettante stazioni.

Ma l’atavica resistenza a qualsivoglia novità non ha potuto nulla di fronte alla vera e propria invasione di immigrati, cui la città ha dovuto far fronte negli ultimi anni. Il Centro storico genovese (il più grande d’Europa), assomiglia oggi ad un Suk colorato, ad un ibrido difficile da definire, dove trovano posto, accanto agli studi di avvocati e professionisti, zone caratterizzate dal forte degrado sociale, quelle che Palumbo definisce “fabbriche della devianza”.

Il 1992, con l’inizio delle celebrazioni colombiane, sembrò coincidere con un’ingente opera di ammodernamento dell’intera zona, che tuttavia non fece che aumentare la “differenziazione sociale interna, esponendo le fasce più deboli e marginali a conseguenze rischiose sul piano dell’esclusione sociale, garantendo residui effetti benefici solo alla parte più abbiente”.
I vicoli genovesi però cambiarono volto, animandosi di nuova vitalità, ospitando locali e ristoranti, mercati e bancarelle, finalmente accessibili a tutti, anche in zone un tempo considerate tabù, come nel caso della storica Via Pré. La metropoli inizia da qui, da questo labirinto di viuzze, dove si vendono patate dolci e pesce fresco, peperoncino e basilico, dove si parla arabo e spagnolo, con cadenza genovese, e dove un poeta dell’anima chiamato De André trovava immagini e parole per descrivere il mondo dimenticato della città vecchia.
Dalle pietre vecchie e saline di Sottoripa alle cattedrale il passo è breve, e da lì la città nuova si dipana, frenetica e imbellettata, come tante altre metropoli, anche se solo qui nelle pause delle udienze, alla chiusura degli sportelli o dopo aver timbrato il cartellino, si può correre da Mario, e fare tutti insieme, impiegati, muratori ed avvocati, la stessa interminabile coda per una striscia di fűgassa fumante.
La caratteristica principale di una metropoli sui generis come Genova sembra essere un’evidente “complessità sociale”, ovvero una compresenza sullo stesso territorio di “differenti popolazioni urbane, come businessman e studenti universitari, immigrati residenti e semplici turisti.”
Senza contare che analizzando la diversità sociale interna alla popolazione genovese, non si può non tener conto del crescente “divario generazionale tra i residenti più anziani e quelli più giovani. Da un lato le statistiche indicano il centro storico come la zona più giovane della città; dall’altro é sempre più consolidata la presenza di residenti più vecchi, specialmente anziani soli che, sebbene costituiscano la memoria storica del quartiere, sempre più difficilmente si integrano con il crescente rinnovamento dell’area.”

Genova metropoli in divenire, Città divisa, teatro di scontri e di contraddizioni, è stata spesso oggetto di analisi sociologiche, proprio per le sue caratteristiche “fratture, sia di tipo verticale, tra classi sociali, che orizzontali, tra aree e popolazioni coinvolte nelle attività industriali (il Ponente e la Val Polcevera) e aree a vocazione terziaria”, non dimenticando le nuove tensioni tra etnie per il controllo del mercato della droga e della prostituzione.
A Genova e Provincia gli stranieri non in regola, che oggi rischiano di essere accusati di immigrazione clandestina sono più di trentamila; secondo le organizzazioni di categoria si tratta spesso di badanti, camerieri, collaboratrici domestiche, cuochi e manovali, che sono ormai parte del tessuto sociale di una città che vive anche del loro lavoro.
I giornali locali parlano di famiglie in crisi, di anziani preoccupati, di vere e proprie forme di associazionismo spontaneo, sorte soprattutto in quartieri industriali (come nella zona di Cornigliano, un tempo sede dell’impianto siderurgico Italsider) dove la comunità locale ha saputo accogliere marocchini ed ecuadoriani, albanesi ed iraniani, dimostrando come sia possibile creare unità attraverso l’integrazione delle reciproche differenze.

Che lo si voglia o no, qualsiasi metropoli del futuro sarà una città multietnica,  e questi immigrati che affollano le strade genovesi sono ormai parte di un’unica realtà, complessa e multiforme, così come lo sono i marinai in attesa di imbarcarsi dal Molo Vecchio o le nigeriane in attesa di clienti, le donne invexendate tra i banchi del Mercato orientale, e gli anziani che osservano il cielo passeggiando sul lungomare, maniman il tempo si mettesse al brutto.
La diversità può far nascere paura e violenza, ma una metropoli che si affaccia sul mare deve poter accogliere il diverso, e dal movimento continuo di cose e persone, saper trarre risorse e nuove energie per crescere.

“Gli altri. Ci sono parecchie altre persone a Genova,  oltre il sottoscritto. Non fosse così sarei disperatamente solo. E la città non esisterebbe neppure” (M. Maggiani)

                     

Fonti:

www.comune.genova.it
www.genova-2004.it
M. Maggiani, “Mi sono perso a Genova”, Ed. Feltrinelli, 2007.


© LiberaMENTE MAGAZINE 15 giugno 2008