Giovani per Sempre
di Giulio Paolicchi

Per parlare dei giovani nel “divenire” della storia sociale potremmo ben ripartire dal “Grande Cambiamento” di cui è stato scritto nel numero precedente, per dire che quando pensiamo alle mutazioni che intervengono nel corso dell’esistenza, anche senza particolare concentrazione, facendo mente locale giusto per qualche secondo, si scatena un profluvio di ricordi che ne fa riemergere con gran vividezza decine, vissute più o meno direttamente ma che invariabilmente hanno modificato in maniera irreversibile qualcosa così che la nostra vita di “dopo” non è stata più la stessa; penso, per fare alcuni esempi, a chi ha vissuto durante la seconda guerra mondiale ma anche ad un grande amore finito, alla morte di persone amate profondamente e con le quali abbiamo vissuto momenti o periodi straordinari: insomma, che si tratti di un avvenimento di portata planetaria che ha definitivamente modificato le esistenze di milioni di persone o di un evento minimo nella piccola storia di qualcuno, il “Grande Cambiamento” incide indipendentemente dalla “scala” di riferimento, perciò propendiamo decisamente per una accezione dell’aggettivo “Grande” che faccia riferimento non tanto all’ampiezza di propagazione quanto alla profondità, alla permanenza, del cambiamento: perché ci interesserebbe, soprattutto, avvicinarci -ed a maggior ragione parlando dei “giovani nella storia” in quanto sono la rappresentazione paradigmatica dei grandi cambiamenti- al rapporto fra “la Storia” e “le storie”, alla possibilità che la sfera individuale e quella “universale” interagiscano e si influenzino reciprocamente, certo coscienti di cimentarci con una delle moltissime aporìe dell’esistenza umana.

Un po’ di tempo fa sentii una ragazzina, poco più che ventenne, censurare sconsolata il comportamento dei quindici-sedicenni: lo reputava del tutto contrario alle buone regole del vivere civile se non deprecabile tout-court ma si capiva perfettamente che, in buona sostanza, non lo comprendeva, non ne comprendeva minimamente le motivazioni, l’emotività, i bisogni intimi; in altre parole quella ragazzina, dopo solo qualche anno, aveva completamente dimenticato la “dimensione” della primissima adolescenza che pure aveva vissuto. Abbiamo dunque qualche primo importante elemento di riflessione: un “Grande Cambiamento” (che nel nostro caso è quello dato dal normale sviluppo psicofisico, quantitativo e qualitativo, dell’individuo) incide in maniera talmente radicale da spazzare via ogni residuo dei precedenti elementi motivazionali e questo è il motivo più evidente del “conflitto generazionale” ovvero della scarsa comprensione-comunicazione reciproca fra diverse generazioni, ciò che rende assai difficile per chiunque produrre osservazioni minimamente “obiettive” nell’ambito di tale confronto: “ai miei tempi…”, “eh, i giovani di oggi… mentre noi alla loro età…” sono acquisizioni linguistiche che indicano senza equivoci tutte quelle difficoltà.

Potremmo ricavarne che, in fondo, una data fascia di età è sempre uguale a se stessa nel corso del tempo e ciò che cambia è soltanto la sua percezione da parte di soggetti di età diversa? Penso proprio di no: è indispensabile osservare -in più- che, per quanto la crescita tenda a “ricoprire” atteggiamenti passati, c’è comunque un ulteriore -e forse decisivo- margine di differenza dato dai contesti storici (intesi come progressivi mutamenti socio-culturali) nei quali si colloca via via una “generazione”; intendo dire che i giovani sono anche e soprattutto l’espressione diretta, lo specchio, del periodo storico nel quale vivono ed è proprio questo il “nodo” sul quale si addensano le maggiori incomprensioni del confronto intergenerazionale: in fondo non si tratta che di un meccanismo adattivo, anche se un po’ perverso poiché -tramite l’acquisizione di solidi riferimenti identitari e conoscitivi- permette all’individuo di “aderire” al divenire storico-culturale ma al contempo, inevitabilmente, lo rende meno partecipe, flessibile e dialogante.

Mi vengono in mente, per esempio, le numerose revisioni subite dal concetto di bellezza nel corso dei tempi: pochi giorni fa, in treno, ascoltando dei ragazzini che parlavano di programmi televisivi, rimasi un po’ perplesso quando uno di loro, schifato, definì "cicciona" l'attrice spagnola Vanessa Incontrada che era apparsa in televisione con il pancione da gestante e l’espressione della sua faccia era molto più eloquente della parola ma innumerevoli altri segnali indicano come il sovrappeso, non importa il “quanto”, sia divenuto un tratto fisico irrimediabilmente insopportabile. La cosiddetta bellezza mediterranea, data soprattutto da abbondanti curve e rotondità, sembra definitivamente tramontata: l’ideale estetico corrente non prevede alcun eccesso lipidico per quanto modesto o fisiologicamente necessario, al contrario, un corpo quasi scarnificato. “Primo Canale” segnala che a Genova ( http://www.primocanale.it/news.php?id=38961 ) già ad oggi si sono registrati 76 casi di anoressia in più rispetto all’anno scorso e la tendenza, come segnalano molti osservatori, sembra generalizzata a livello nazionale: il precedente governo, dopo alcune morti eclatanti di ragazze giovanissime per anoressia, pensò addirittura ad interventi normativi.

Dunque “la bellezza”, in quanto ideale estetico e -inevitabile conseguenza- stile di vita o “concetto praticato”, può ben essere un punto di notevole frizione nel dialogo intergenerazionale: immaginiamo come e quanto possano essere estenuanti le relazioni familiari quotidiane dominate dalle ossessioni di un adolescente che si vede irrimediabilmente troppo grasso (anche contro l’obiettività dello specchio) e, al contempo, dal senso di impotenza di genitori psicologicamente “sordomuti” pur nei loro intensi e dignitosi tentativi di stabilire una qualche comunicazione con i figli. Tuttavia non avremmo prodotto un buon ragionamento se, insieme alle influenze socio-culturali, non considerassimo anche la loro “declinazione” a livello soggettivo individuale ossia l’intreccio fra “la Storia” e “le storie” di cui abbiamo detto ma, a scanso di possibili equivoci, premettiamo che questa intersezione è del tutto illeggibile (se l’intenzione è “leggere”) proprio perché le sue determinanti sono fattori strettamente personali che, in quanto tali, affondano sostanzialmente nel profondo mondo pulsionale del soggetto ossia in un ulteriore intreccio di desideri manifesti e inconsci, risolti ed irrisolti, di tracce simboliche e di memoria, più o meno isolate.

Vista così, la difficoltà del confronto intergenerazionale inevitabilmente si inasprisce ancora di più dando l’impressione che potrebbe essere sciolta (semmai) solo su un lettino da psicanalista; nondimeno, se provassimo a deporre -anche provvisoriamente- le nostre velleità di “comprensione/risoluzione a tutti i costi”, forse ce la faremmo a intuire che, molto spesso, è la nostra stessa “coazione a comprendere” (variante della “coazione a ripetere”) a rappresentare il più irriducibile motivo di divisione dagli altri, ivi incluse le altre generazioni: molto spesso, per non dire sempre, “capire” non è così importante quanto “liberare” cioè quanto permettere a qualcun altro di “esprimere” in qualche modo il suo proprio mondo interiore (contemplandolo) con la certezza di essere solo e semplicemente ascoltato. La necessità di esprimersi (che ritengo sia a pieno titolo un “universale culturale”, forse anche il più importante) non implica affatto quella di essere pure compreso: specie se si considera che oltretutto la comprensione, in qualche modo, snatura un significato attraverso la sua integrazione in un sistema preesistente di significati, non è dunque neppure detto che sia sempre un’operazione di puro accoglimento e non violenta, insomma, un’operazione rispettosa dell’altro.

Ma è altrettanto certo, come straordinariamente ci insegna il “mito della caverna” di Platone, che solo una persona libera può aiutare un’altra a liberarsi


© LiberaMENTE MAGAZINE 16 novembre 2008