I Giovani?
di Walter Troielli

È che non so. Oggi proprio non lo so se me la sento di parlare dei giovani.
E pensare che avrebbe dovuto essere così facile, visto che con i giovani ci lavoro. Quasi tutti i giorni. E che quando non sono con “i giovani” sono con quelli che sono rimasti troppo giovani. O che non sono mai riusciti a essere davvero giovani, fino in fondo. Purtroppo per loro. 
È che oggi proprio non mi va. E non mi va perché penso che a questi poveri giovani, ammesso che esistano davvero, stanno togliendo tutto. Troppo. O tanto, nella migliore delle ipotesi.
A quelli di oggi, intendo.
E sono i giovani di ieri che lo stanno facendo, quelli che comandano, quelli che (doverosamente ahimè) governano. E poi ci sono i giovani di mezzo, tra i giovani-di-ieri e i-giovani-di-oggi, e mi chiedo se si accorgono davvero di quello che sta succedendo, degli spazi che stanno togliendo ai loro figli, dei vuoti sempre più grandi che li stanno ingoiando e circondando. 
Perché se già gli hanno tolto le “risse terrose di campi, cortili e di strade”, sottraendogli così la possibilità di scoprire l’amaro “sapore dell’uva rubata a un filare” , sostituendo tutto questo con i sapori e le risse virtuali da play station, ho il sentore terribile, (che a tratti è chiaramente puzza), che adesso li si stia spingendo, lentamente ma inesorabilmente, in casa.

Così prima gli si toglie il cortile, lo si impoverisce un po’, in maniera che chi ci giocava inizi a guardare un po’ più spesso verso i muri di casa; poi, mentre “il giovane” è li che appunto fa questa cosa, gli si dà un colpetto alle spalle, lo si butta dentro, gli si piazza un bel video gioco, una televisione luminescente, si chiude la porta e si butta via la chiave.
Non ci vuole molto. È facile. Basta pensarci bene, prima. Poi, dopo, diventa una passeggiata.
Basta fare leva su uno dei sentimenti più antichi del mondo. La paura. E su sua cugina. La noia. Basta iniziare a far passare, lentamente, neanche troppo implicitamente, l’idea che certe cose “nonono non si fanno, bimbi miei”. Che se insomma “proprio proprio vuoi portare quei capelli lì, mettere quelle magliette li e frequentare quella gente lì, poi, magari, succede che ti fai male, che ti trovi nei casini, che qualcuno perde il controllo e le prendi, e che, insomma, diciamocelo, se stai a casa è meglio”.

“Se hai qualcosa da dire, ecco, fallo in silenzio, a casa tua, con gli amici nella tua stanza, al massimo al bar, ma senza esagerare, che se poi vai per strada, a manifestare, a dire quello che pensi, addirittura ad urlarlo, allora, beh, caro mio, me le stai proprio tirando fuori”.

“Insomma stai rompendo i cosiddetti a tutta quella maggioranza silenziosa che non perde tempo come te a fare manifestazioni, ma che lavora, che si i fatti suoi, non rompe e, soprattutto, non dà fastidio”.

“Perché si, caro mio ragazzo, caro mio “giovane”, anzi, “giovanotto”, a casa propria ognuno fa quel che gli pare, basta non disturbare il vicino, che magari sta menando la moglie. Perché vedi, se tu inizi a dire la tua, a  dire quello che pensi, poi forse anche qualcun altro, penserà di poter fare lo stesso. E se lo fa anche qualcun altro, poi magari succede che un po’ tutti piano piano iniziano a pensare di avere delle idee. E di essere, oddio, indipendenti”.

“E io caro il mio ragazzo, ops perdona , “giovane”, oh, che sbadato che sono, “giovanotto- io dicevo- che in Italia sono il Vecchio, non posso mica permettere tutto questo. Sai che fatica a controllare tutto e  tutti?” 

Per  questo “i giovani” non esistono. “I giovani” in realtà sono uno e molti, un tutt’uno con chi è venuto prima, durante e con chi verrà dopo, simbolo costante dell’eterno fluire delle cose, prima ancora che del tempo.

“I giovani” sono un concetto, un’astrazione, un’impossibilità da afferrare finché la si rincorrerà con le idee dei grandi. “I giovani” sono quello che siamo stati, che sono stati i nostri padri, che saremo noi domani e, soprattutto, quello che avremmo potuto essere e quello che avremmo potuto fare. E forse per questo, a tanti, fanno un po’ troppa paura. E per questo, pensando a tutti quelli che “i giovani” vogliono metterli in un barattolo, in una cornice, in una mostra, viene in mente la dolorante richiesta di un poeta, così, di qualche tempo fa…

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato 
l’animo nostro informe. Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, 
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo”.

Ecco. Facciamo lo stesso.

Prendiamo un pezzettino, una parte, una piccola parte del tutto. Senza  il  bisogno parossistico di capire, di prendere, di fagocitare, di ingoiare questo “tutto”. Di squadrarlo. Di inquadrarlo.
Ecco. Partiamo ad esempio da una piccola, banale, semplice parola: IO.
Mettetevi davanti ad uno specchio. Scegliete il coraggio di ricordare quale tipo tra “i giovani” siete stati. E piazzatevi in quel continuo che va da ieri, dal vostro ieri, ad oggi, il loro oggi. Questo oggi.
L’oggi di chi questo presente se lo vive fino in fondo, sulla propria pelle. Anche a costo delle manganellate.
Sorpresa. È cambiato tutto. Da allora.
O meglio. Non è cambiato niente. È solo un po’ di tempo che è passato.
In realtà.

E forse, questo tempo passato inesorabile e silente, ha chiuso gli occhi di qualcuno, che si è dimenticato, invidiosamente colpevole, di essere stato anche lui, una volta, una vita fa, un Giovane. 

 

Riferimenti non-bibliografici per l’occasione e per sopravvivere in generale… 
Guccini F. un po’ tutto quello che trovate ma, a tema, Signora Bovary, 1987 – EMI Records.
Moore A.- Lloyd D., V- for Vendetta,  1982/85, valgono tutte le edizioni.
Orwell G., 1984, idem come sopra.
Medeiros- Neruda, Ode alla Vita 


© LiberaMENTE MAGAZINE 16 novembre 2008