| I
Giovani? |
![]() |
| di Walter
Troielli |
|
Così
prima gli si toglie il cortile, lo si impoverisce un po’, in maniera che chi ci
giocava inizi a guardare un po’ più spesso verso i muri di casa; poi, mentre “il
giovane” è li che appunto fa questa cosa, gli si dà un
colpetto alle spalle, lo si butta dentro, gli si piazza un bel video gioco, una
televisione luminescente, si chiude la porta e si butta via la chiave. “Se hai qualcosa da dire, ecco, fallo in silenzio, a casa tua, con gli amici nella tua stanza, al massimo al bar, ma senza esagerare, che se poi vai per strada, a manifestare, a dire quello che pensi, addirittura ad urlarlo, allora, beh, caro mio, me le stai proprio tirando fuori”. “Insomma stai rompendo i cosiddetti a tutta quella maggioranza silenziosa che non perde tempo come te a fare manifestazioni, ma che lavora, che si fà i fatti suoi, non rompe e, soprattutto, non dà fastidio”. “Perché
si, caro mio ragazzo, caro mio “giovane”, anzi, “giovanotto”,
a casa propria ognuno fa quel che gli pare, basta non disturbare il vicino, che
magari sta menando “E io caro il mio ragazzo, ops perdona , “giovane”, oh, che sbadato che sono, “giovanotto- io dicevo- che in Italia sono il Vecchio, non posso mica permettere tutto questo. Sai che fatica a controllare tutto e tutti?” Per questo “i giovani” non esistono. “I giovani” in realtà sono uno e molti, un tutt’uno con chi è venuto prima, durante e con chi verrà dopo, simbolo costante dell’eterno fluire delle cose, prima ancora che del tempo. “I giovani” sono un concetto, un’astrazione, un’impossibilità da afferrare finché la si rincorrerà con le idee dei grandi. “I giovani” sono quello che siamo stati, che sono stati i nostri padri, che saremo noi domani e, soprattutto, quello che avremmo potuto essere e quello che avremmo potuto fare. E forse per questo, a tanti, fanno un po’ troppa paura. E per questo, pensando a tutti quelli che “i giovani” vogliono metterli in un barattolo, in una cornice, in una mostra, viene in mente la dolorante richiesta di un poeta, così, di qualche tempo fa… “Non
chiederci la parola che squadri da ogni lato Ecco. Facciamo lo stesso. Prendiamo un pezzettino,
una parte, una piccola parte del tutto. Senza il
bisogno parossistico di capire, di prendere, di fagocitare, di ingoiare questo
“tutto”. Di squadrarlo. Di inquadrarlo. E forse, questo tempo passato inesorabile e silente, ha chiuso gli occhi di qualcuno, che si è dimenticato, invidiosamente colpevole, di essere stato anche lui, una volta, una vita fa, un Giovane. Riferimenti
non-bibliografici per l’occasione e per sopravvivere in generale… |
|
© LiberaMENTE MAGAZINE 16 novembre 2008 |