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Gioventu' Bruciata
di Elena Refraschini

Titolo Originale: Rebel Without a Cause
Paese: USA
Anno: 1955
Genere: Drammatico
Regia: Nicholas Ray
Soggetto: NIcholas Ray
Sceneggiatura: Stewart Stern
Casa di Produzione: Warner Bros.
Interpreti principali: James Dean (Jim Stark), Natalie Wood (Judy), Sal Mineo (John “Plato” Crawford).
Fotografia: Ernest Haller
Montaggio: William H. Ziegler
Scenografia: Malcom G. Bert

Gli Stati Uniti erano usciti dalla Seconda Guerra Mondiale in condizioni di prosperità. In quanto super-potenza mondiale, aiuta sia ex-alleati che nemici nella ricostruzione sia delle infrastrutture che dei sistemi industriali grazie al Piano Marshall, varato nel 1947. La natalità è alle stelle, i reduci e i lavoratori consumano come non era mai successo prima: gli incassi delle sale cinematografiche raggiunsero la quota record nel 1946. Nasce anche un nuovo pubblico da conquistare: quello dei teenagers delle classi medie, cresciuti nelle zone suburbane popolate a velocità record proprio in quegli anni. E’ proprio a loro che questo film si rivolge, ed è di loro che parla: o meglio, del loro disagio nel sentirsi incompresi dalla generazione dei genitori, distante molto più che una manciata di anni.

Il titolo originale della pellicola è preso dal libro che descrive uno studio realmente realizzato da parte dello psicologo Dott. Robert Lindner su di un adolescente psicopatico e delinquente nel Dopoguerra; inoltre, fa riferimento alla ricerca da parte del ribelle protagonista di un “ideale”, di una “causa”.

Il film doveva essere molto attraente presso i giovani dell’epoca: era infatti presentato in Cinemascope, un nuovo formato cinematografico nato per battere la concorrenza (ritenuta allora molto pericolosa) della televisione, la cui immagine era ancora piccola, confusa e in bianco e nero; la prematura morte dell’attore principale in circostanze tragiche il 30 settembre del 1955, solo un mese prima della proiezione del film nelle sale, aumentò sicuramente il fascino della pellicola e la fama del nuovo “eroe maledetto” di una generazione.

La narrazione è incentrata su tre adolescenti che, con caratteristiche individuali, hanno un rapporto problematico con i genitori (specie a causa dell’assenza di una figura paterna) e per questo hanno difficoltà nel trovare una propria identità, un posto nel loro (ancora per poco) piccolo mondo, nel raggiungere la maturità.

Strutturato come una tragedia classica, il film procede presentando il rapporto disfunzionale figli/genitori e l’avvicinamento dei tre adolescenti; mostra poi la sfida della “chickie run”, climax emotivo e tematico, seguito da un parziale svelamento del carattere dei personaggi (che riconoscono pienamente la reciproca appartenenza al gruppo di “outsiders”); la pellicola si conclude con l’atto tragico finale, in cui chi sopravvive si riconcilia con il padre ed entra nel mondo dell’età adulta.

La prima immagine che vediamo (mentre ancora sono proiettati i titoli d’apertura) vede Jim (James Dean), visibilmente ubriaco, che “mette a letto” un peluche di scimmia (che potrebbe rappresentare l’infanzia, che Jim cerca di proteggere) persino rimboccandogli le coperte con un giornale. Viene conseguentemente arrestato e portato alla centrale di polizia locale: qui, grazie ad un abile uso della profondità di fuoco (fatta entrare nella storia del cinema da “Quarto Potere”, capolavoro del 1941 di Orson Welles), vediamo inclusi nella stessa inquadratura ma in stanze diverse i tre protagonisti (Jim, Judy e Plato), che ancora non si conoscono. Le cause per cui i tre sono alla stazione di polizia la notte di Pasqua sono tutte legate al rapporto coi genitori: Jim beve perché vuole alienarsi dal conformismo dei suoi rispettabili genitori; Judy vagava per le strade dopo il coprifuoco e viene scambiata per una prostituta – mentre lei si era vestita in modo così appariscente solo per essere notata da suo padre, il quale l’ha privata delle proprie dimostrazioni d’affetto da quando lei “ha compiuto sedici anni”; Plato, invece, che vive con una badante perché i genitori hanno divorziato e non volevano averlo con loro, è lì perché ha ucciso dei cuccioli con la pistola della madre (la violenza di Plato, che stupisce se si nota la pacatezza del ragazzo, può essere spiegata se si ricorda che le cucciolate di solito non riconoscono un padre, e vengono prima o poi abbandonate dalla madre).
Dal dialogo di Jim con l’agente Ray (forse l’unica figura adulta positiva del film) scopriamo che la famiglia si trasferisce spesso a causa dei problemi che Jim causa e dalla sua difficoltà a socializzare. Il problema (ed è Jim stesso ad articolarlo) è l’assenza di una figura paterna decente: il padre di Jim è debole, effeminato e sempre succube della dominante moglie – di questo Jim ha il terrore: non vuole crescere per diventare un adulto insignificante come suo padre.
E’ per questo che scatta in lui il meccanismo della ribellione quando viene chiamato “chicken”, pollo, dai compagni della nuova scuola (Jim si è appena trasferito, infatti, in un quartiere residenziale di Los Angeles): è questo insulto che scatena la prima rissa fuori dal Planetario (luogo denso di significati, in cui il Professore che tiene la lezione evidenzia quanto siano insignificanti le piccole vicende umane in confronto alla storia planetaria infinitamente più ampia nel tempo e nello spazio), ed è per questo che Jim accetterà la sfida della “chickie run” (lanciarsi a tutto gas in una macchina rubata verso un precipizio sul mare, e buttarsi fuori dalla macchina il più tardi possibile; chi si butta fuori per primo è un “chicken”, un pollo, un fifone) – dove vincerà, ma troverà la morte l’avversario Buzz, leader della gang di bulli della scuola e fidanzato di Julie.
Proprio la morte di Buzz, e la vendetta che la gang vuole prendersi nei confronti di Jim, spinge i tre a rifugiarsi in una grande villa abbandonata fuori città, dove questi ricreano una specie di “paradiso protetto”: Jim e Judy giocano a fare la coppia di neosposi, mentre Plato riesce a trovare in loro i genitori che nella “vita reale” non l’hanno voluto; Jim e Judy si accorgono di essersi innamorati, e in un momento di intimità si scambiano un bacio appassionato.
Si è fatta sera, e la gang  arriva aggredendo Plato, che da quel momento si sentirà tradito dai “genitori” che avevano osato abbandonarlo; si rifugia in posizione fetale nell’oscurità del Planetario, dove erano stati solo poche ore prima e in circostanze totalmente differenti. Jim lo raggiunge, tentando di convincerlo ad uscire; nel frattempo è arrivata la polizia, attirata dai colpi di pistola (avvenuti durante l’inseguimento di Plato da parte della gang – Plato è infatti ancora in possesso della pistola della madre). Jim lo convince ad uscire, scaricando di nascosto l’arma dai suoi proiettili. La polizia vede Plato uscire, ma temendo che la pistola sia carica, gli spara – e muore sul colpo.
La disperazione di Jim e Judy per la morte dell’amico rende anche evidente la difficoltà di crescere un altro essere umano – consentendoci di “perdonare”, in un certo senso, le figure dei genitori; i quali qui si riscattano: il padre di Jim lo rassicura dicendogli che può contare su di lui: qualsiasi conseguenza ci sarà da affrontare, l’affronteranno insieme; così anche Jim, ritrovato il rispetto per i suoi genitori, e quindi anche il suo equilibrio in quanto figlio in fase di crescita, può orgogliosamente presentare loro Judy, semplimente abbracciandola e dicendo: “Lei è mia amica”.
In un finale giudicato troppo semplice e “happy”, Jim ritrova la sua dimensione come figlio e come adulto, sopravvissuto alle ribellioni adolescenziali e pronto ad intraprendere una relazione in ogni caso convenzionale. Importante è sottolineare che la vicenda, in linea con i dettami aristotelici, si svolge in un arco di ventiquattro ore: la scena finale, infatti, è accarezzata dalla debole luce dell’alba.


© LiberaMENTE MAGAZINE 27 gennaio 2008