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Il Rosa e il Nero - Gomorra
di Chiara Bianchi

“…l’aria è più pesante che mai
quando un fantasma ci ruba l’ossigeno
quando il futuro è solo piombo su queste città
sotto una cupola che sembra la normalità…”

Piombo. Subsonica. L’eclissi. 2007

Del libro di Roberto Saviano conosciamo ormai a memoria la splendida copertina, la versione più acida di Knives (pink and black), opera di Andy Warhol, lo stesso nero e fucsia sgargiante scelto per l’essenziale locandina dell’omonimo film di Matteo Garrone, vincitore del Grand Prix al festival di Cannes conclusosi recentemente.
Per quanto riguarda ciò che segue per le successive 330 pagine si può parlare a ragione di epicità, l’opera di Saviano è uno straordinario ibrido, a metà fra l’inchiesta giornalistica più precisa, più esauriente, più documentata e il romanzo sociale che segue naturalmente le regole dello stomaco e dell’indignazione, dell’urgenza raccontata con stile maturo e punte di vero lirismo.
Matteo Garrone, dovendo partire da questo ponderoso materiale, ha dovuto agire per sottrazione, estrapolando cinque storie emblematiche e creando una struttura di chiaro stampo altmaniano (America oggi), i personaggi che agiscono sulla schermo si intersecano, si toccano e condividono, pur senza davvero influenzarsi, lo stesso territorio, i medesimi luoghi e combattono (o appoggiano) lo stesso fantasma, il sistema che grava pesante sulle spalle e sui destini di tutti.
Garrone è forse il regista più raffinato della sua generazione, colui che riesce a creare senso su senso, le sue immagini non sono solo empiriche e narrative ma diventano simboli, allegorie, concetti, una parte per il tutto, esemplificazioni.
I luoghi si rivelano nella loro staticità, negli spazi falsamente ampi ma in realtà oppressivi ed angusti, è il buio da cui si entra e non si esce, molte inquadrature fisse “da cartolina” rimandano ad un domani incerto, ad una reale impossibilità di movimento, la fotografia congelata fa il resto, è il caldo, l’arsura di Napoli che si appiccica ai vestiti, che si spande a macchia d’olio e ingloba tutto e tutti, che non lascia tregua.
Nessun tappeto sonoro extradiegetico, il suono è tutto dentro al film, reale, la musica arriva dalle radio in scena, si tratta di canzoni neo melodiche che nel contesto vengono svuotate da ogni possibile romanticismo, che sono bagnate nel sangue, che sottolineano l’incertezza della sopravvivenza.
La scena che apre il film è agghiacciante come la luce fantascientifica del solarium in cui si svolge ed è emblema di un modo di procedere che sarà una costante nel film e nella realtà - chi è con chi, di chi ci si può fidare, in ogni momento le “liste” possono cambiare, nessuna fuoriuscita, anche solo la vicinanza o il sospetto rende colpevoli, non esiste il “vedremo”, la scelta è solo apparente, l’incertezza è l’imperativo categorico, la vita decisamente sacrificabile sull’altare del profitto -  la scena che lo chiude è un silenzioso e straziante requiem della pietà, il finale più significativo, sicuramente il più ingiusto.
Ampio l’utilizzo della camera a mano, parecchi i piani sequenza che rendono l’idea dell’urgenza del movimento, un movimento solo apparente perché nelle gabbie di cemento delle Vele di Secondigliano lo spazio è asfissiante e anche i muri sono trasparenti.
Espressionisti e quasi pittorici i primi piani mentre il resto della scena è fuori fuoco, ciò garantisce la vicinanza col personaggio quasi intima mentre la percezione dell’ambiente risulta sfocata, irreale, ovattata, estranea, sotterranea, rimossa, fornendo una sensazione generale di smarrimento.
Garrone ha attinto dallo stile dell’inchiesta, del reportage mescolando tutto con la sua estetica inconfondibile, Saviano ha messo cuore, viscere ed indignazione, è come se l’uno avesse adottato lo stile che normalmente appartiene al medium dell’altro rendendo il tutto ancora più efficace, ancora più sfaccettato.
Ci si muove entro scenari post bellici, post industrali, post tutto che sono la fine di ogni cosa e l’inizio di nulla, dove si procede a tentoni, ciechi, anzi accecati dalla paura, dalla sete di potere, dall‘esaltazione, dalla disperazione, a seconda dei casi. Il più delle volte si cade.

Unico neo l’assoluta omissione della vicenda di Don Peppino Diana, ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994, ispiratore del titolo del libro, cui Saviano dedica un intero capitolo. Garrone temeva di non riuscire a rendere al meglio la sua tragica vicenda, di banalizzarla, di risultare inefficace, poi un barlume, a film finito, troppo tardi.


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008