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Massimo Gramellini, un Giornalista allo Specchio
Intervista di Bruna Taravello e Silvia Carena

Curioso mestiere, quello dell’intervistatore (mestiere?....mah). Puoi avere l’occasione di rivolgere alcune domande ad un soggetto per alcuni famoso, e per altri, spesso molti, sconosciuto: ti documenti, studi, se é un attore rivedi film, spezzoni e interviste; se si tratta di un cantante analizzi, sezioni, spulci briciole di parole, significati  nascosti di frasi, ti inventi carriere là dove ci sono solo exploit. E poi, basta un niente: una cena saltata, il tecnico delle luci, del suono o di chissà che altro, forse solo il cuoco dell’autogrill che ha sbagliato piadina: salta tutto, mister (o miss) è nervoso, stanco, non può, è arrivato tardi... E tu rimani con le tue domande che ti eri studiato nei minimi particolari, immaginando una due dieci risposte possibili. Anche se il tipo non ti interessava granché, a questo punto le domande ti sembrano urgenti, inizi a seguirlo, a braccarlo, insistendo per un minuto, due parole, solo via mail, solo al telefono!
Bene, con Massimo Gramellini non è certo andata così.
Ci aspetta sereno e paziente ai Tre Merli, locale del centro storico dove evidentemente hanno fatto la loro parte nel disporlo favorevolmente nei nostri confronti, debuttanti assolute nel tentativo di rivolgersi professionalmente verso quello che, per noi in particolare, è un maestro.

LM: Noi siamo di Liberamente Magazine, una rivista online che ci permette di scrivere e di fare esperienza. Ci scusiamo in anticipo se non saremo esperte e anzi, magari impacciate: ma stiamo imparando.

MG: Intanto è importante che ci siano, le riviste online: perché danno spazio e permettono, appunto, di scrivere e di fare esperienza preziosa. Abbiamo iniziato tutti da qualche parte, ma adesso le vie di accesso sono sempre più chiuse ai giovani e a chi ha voglia di fare qualcosa di diverso.

LM: Tu sei a Genova per presentare il tuo ultimo libro, Cuori allo Specchio: una raccolta di dieci anni di posta del cuore con i tuoi lettori, iniziata prima su Specchio, il supplemento della Stampa, e ora alla domenica, sul quotidiano di cui sei vicedirettore.
Proprio nella prefazione del libro, tu racconti di come la tua rubrica sia decollata proprio quando tu, con una coraggiosa, e dolorosa, scelta, pubblicasti una lettera in cui raccontavi ai lettori del brutto momento che stavi vivendo: era appena mancato tuo padre, il dolore era forte, trovare spiegazioni quasi impossibile. Sei davvero una persona così anche nella vita di ogni giorno, riesci a metterti in gioco e ad aprire te stesso anche quando fa male? E non temi che questo possa esporti nei confronti degli altri, dandogli la possibilità di usare le tue debolezze per farti del male, volendo?

MG: Io credo profondamente alla parola scritta. Molto di più alla parola scritta che a quella parlata. L’effetto che ottieni è diverso, quello che dici, in qualche modo, è diverso. Io scrivendo a volte ho fatto una specie di terapia, come la prima volta che sono riuscito a dire che mia madre era morta quando ero un bambino: per me un dolore così forte da non poterne parlare, ma per spiegare ad un lettore che passava attraverso la stessa esperienza, che potevo capirlo, riuscii  a farlo: e quasi non sapevo se schiacciare il tasto invio, al termine del pezzo. Ma alla fine sì,  invio, e da allora riesco almeno a parlarne. D’altra parte oggi la parola è svalutata dal troppo uso: avete visto che persino ai funerali, persino nel minuto di silenzio si deve applaudire, per non restare soli con i propri pensieri, è un gesto senza senso.

E poi, sempre per parlare della supremazia della parola scritta, avete letto questa cosa delle intercettazioni? Che umanità esce da quelle parole? Che mondi, che persone possono essere quelle che si esprimono così? Sono sicuro, sono fermamente convinto che, se si fossero scambiati degli sms invece che parole, la sostanza non sarebbe cambiata, ma  non avrebbero così brutalmente mostrato il loro squallore interiore. La scrittura li avrebbe mitigati, in qualche modo. Quindi no, non mi apro sempre così: anzi nella vita privata sono abbastanza riservato e non amo parlare di me.

LM: Tu hai parlato delle tre qualità essenziali che occorrono per essere giornalisti: indipendenza dal potere, rispetto per il lettore, originalità di stile. Tu pensi di avercela fatta? E, soprattutto ad essere imparziali, come si fa?

MG: No, ovviamente non penso di avercela fatta, tutti siamo desiderosi di migliorare e di andare avanti. Quanto all’imparzialità, vedi, il problema non è questo; il problema é rimanere distaccati dai risultati che un tuo articolo può avere. Perché l’unico modo per fare del buon giornalismo è scrivere quello che si pensa, quello che si vede: e non stare a pensare a chi si potrebbe fare piacere, o dispiacere, scrivendo ciò: in Italia spesso si omette di dire una parte del discorso nel tentativo, anche onesto ma sbagliato, di non fare il gioco di chi non ci piace: ebbene questo non è buon giornalismo, essere tifosi è un’altra cosa e vale per le squadre di calcio: non scrivo questa notizia altrimenti i gobbi juventini esultano: ci sta, è un gioco. In politica no: non devo essere imparziale, ma devo guardare il più possibile dietro e dentro alle notizie.

LM: La tua rubrica “Buongiorno” è spesso un condensato di arguzia, ironia, critica politica anche feroce, e altrettanto feroce annotazione di pessimi vizi nazionali. Hai scelto tu, immagino, la forma “condensata” in 22 righe: ma non è più  difficile?

MG: Le rubriche che ho sì, ovviamente le ho scelte; riguardo al Buongiorno, io cerco di parlare di politica e di non essere banale, la scelta delle parole se ne hai poche a disposizione diventa strategica. In Italia poi il formato, e il tipo di scrittura, fanno sì che si venga subito catalogati come giornalisti “comici”: capita anche a Michele Serra, e ne parlavo proprio con lui qualche tempo fa: a volte si sentono e si leggono commenti del tipo “ ma loro sono scrittori satirici, non fanno vera critica politica”. Eh no, signori, si può far sorridere mentre si dicono cose tremende. Fanno finta di dimenticarsi che stile leggero non significa contenuto leggero.

Riguardo alla posta del cuore, se qualcuno per offendermi mi dice “ma se ne torni ad occuparsi di problemi di cuore, lei” io sono contento. Perché occupandomi dei problemi dei sentimenti, di tutti i sentimenti, riesco a parlare con le persone, riesco a conoscere davvero le persone. Quando sento dire che in Italia la cultura e la politica sono lontane dalle persone, è vero: ma l’unico modo per conoscere chi ti legge è farli parlare, spingerli ad aprirsi, e approfittare del varco che la sofferenza apre nelle persone per mostrare la loro vera essenza. Significa riconoscere quel varco e impedire che, una volta richiuso, si torni alla solita vita di sempre senza aver fatto tesoro di un’esperienza che ci poteva arricchire, e molto.

LM: Il giorno dopo la sconfitta della Sinistra, nella tua rubrica hai ospitato una lettera che parlava di questa Sinistra romana, la “Sinistra con il brillante”. Ma già avevano perso, dovevi proprio dargli anche l’ultima mazzata?

MG: Sì. Era davvero una lettera, non era mia: ma quello che diceva era talmente consono alla Sinistra da salotto che avevo conosciuto abitando a Roma, che ho voluto pubblicarla così com’  era:  una sinistra così non poteva che perdere,  remota snob e lontana da quello che le persone fanno e faticano tutti i giorni.

Accompagniamo Gramellini verso Palazzo Garibaldi, dove la presentazione del libro sarà un successo: pubblico attento, relatore capace di mettersi in sintonia, di strappare il sorriso e anche il riso in più di un’occasione. Anche senza la moglie Elisa, che di solito lo accompagna e fa da lettrice in queste serate, un risultato notevole, e mai che si metta in cattedra: un confronto, una capacità di dialogo non comuni.

E magari la cultura fosse sempre così, lieve ironica e divertente.

 

Bibliografia di Massimo Gramellini:

Cuori allo specchio, 2008
Ci salveranno gli ingenui, 2007
Granata da legare, 2006
Buongiorno. Il meglio o comunque il meno peggio, 2002
Compagni d'Italia, 1997
Colpo grosso, 1997

Bruna Taravello


© LiberaMENTE MAGAZINE 10 agosto 2008