Il giocattolo si è rotto. E’ la
vendetta del risparmiatore angariato da anni di tassi in salita per i mutui e
in discesa per gli investimenti, alle prese con prodotti finanziari talmente strutturati
da risultare misteriosi persino agli esperti, bombardato da messaggi accattivanti,
come sirene dai nomi impronunciabili.
Ebbene sì,
la crisi finanziaria americana che sta scuotendo il mondo può essere letta anche
così: il frutto di anni di insensate politiche di espansione del credito e di
rastrellamento feroce del risparmio.
Proviamo a capire innanzitutto
che cosa era il sistema finanziario statunitense, ed in generale quello anglosassone,
fino a qualche settimana fa: colossi finanziari che gestivano sia il risparmio
raccolto che i finanziamenti di capitale, realizzando il traguardo della “Banca
Universale” agognato da finanzieri e manager affetti dalla sindrome del gigantismo.
Un gigantismo che, oggi lo si può dire a ragion veduta, non è affatto sinonimo
di economicità, ma solo di smisurato potere per chi si trova ai posti di comando.
Questo
è un concetto che oggi i grandi finanzieri si affrettano a spiegare, ansiosi di
salire sul carro di quelli che l’avevano detto.
E
invece no, non l’avevano detto, non così chiaramente almeno: e questo non è incomprensibile,
dal momento che in quell’ambiente ci vivono, ne guadagnano in bonus e stock options,
ricavano buonuscite, quando il rapporto si incrina,
calcolate in svariati milioni di dollari.
Il meccanismo, se vogliamo,
è semplice: io, manager della Banca xxx, sono pagato
con un fisso, un variabile in base al risultato del bilancio e gratificato con
grosse quantità di azioni dell’impresa che dirigo, cosicché dovrei essere interessato
a vederla prosperare, nell’interesse mio e degli azionisti tutti. Ora, non è affatto
detto che il momento sia sempre quello giusto: l’economia, com’è noto, ha andamenti
ciclici quasi ineluttabili, e un bravo manager, strapagato ed influente, non può
ammettere semplicemente che “la congiuntura non è stata favorevole”
; per bene che gli vada, se non viene cacciato sicuramente non riceve tutte
le prebende di cui sopra, oltre ad offuscare in qualche modo la propri immagine
di abile mago dei bilanci.
Scatta così la corsa
disperata all’aumento dei ricavi, dalla vendita esasperata all’invenzione di prodotti
strutturati a tal punto da sembrare scatole cinesi, al finanziamento da concedere
pur in presenza di deboli o nulli presupposti di corretta gestione delle risorse:
l’obiettivo è pubblicare un bilancio in crescita, mostrando le azioni che aumentano
perché cresce la fiducia degli investitori professionisti (che ne farciranno i
loro fondi comuni, proposti poi ai risparmiatori ignari), quindi guadagnare anche
in stock options: in definitiva portare a casa quanto
più denaro è possibile.
Tutto questo su scala sempre più
vasta, non solo continentale ma mondiale, in una sorta di perversa globalizzazione
dei rischi e non delle risorse; ma proprio la crisi in alcune aree geografiche,
l’aumentato costo delle materie prime e la domanda squilibrata da parte di alcuni
Paesi hanno minato un organismo già fragile.
Il gioco avrebbe avuto
comunque una fine e infatti nell’ultimo anno, nonostante
la liquidità immessa sul mercato dalle banche centrali per far fronte alle sempre
più frequenti cadute di Borsa, i nodi sono venuti al pettine. Lehman Brothers che annuncia il
prossimo fallimento, Merryl Linch acquistata dalla Bank of America (di fatto, un salvataggio),
AIG per il momento in salvo grazie ad un prestito ponte.
Quest’ultima,
una compagnia assicurativa, non si limitava a questa attività: aveva sviluppato
business speculativi sui debiti, cioè contratti basati proprio su crediti derivanti
da cartolarizzazioni di mutui o assicurazioni su possibili insolvenze: questo
inevitabilmente ha generato una sorta di speculazione sui fallimenti.
Se
la finanza è l’arte di far passare il denaro di mano in mano finché non scompare,
i top manager di queste aziende sono davvero dei maestri sul campo; il denaro
è effettivamente sparito nel nulla.
A Wall Street, mentre ci si
chiede chi sarà il prossimo, si trema per le ripercussioni, al momento difficilmente
ipotizzabili, che un tale crollo comporterebbe: le partecipazioni di una banca
nell’altra sono talmente incrociate che ci vorrà tempo per trarre previsioni attendibili.
Ma
le grandi crisi (e questa non è affatto detto sia giunta al punto più basso) servono
a fare pulizia delle infrastrutture inutili, a dare proporzione fra ciò che si
fa e ciò che si ha, a porsi traguardi, finalmente, di minima.
Il
gigantismo finanziario dovrà essere rivisto, le grandi concentrazioni inevitabilmente
si scomporranno in varie unità collegate dallo stesso “core
business”, le dimensioni torneranno entro i limiti se non di uno stato, almeno
di una stessa area: i rischi in questo modo saranno molto più noti e prevedibili,
e sicuramente alcune speculazioni finanziarie dovranno essere limitate se non
impedite.
Questo sarà un osso duro da far digerire agli Stati Uniti:
solo lo shock di queste ore potrebbe convincere il futuro Presidente, chiunque
sarà, ad adoperarsi per un maggiore controllo e maggiori ingerenze nell’arte americana
del business.
Rischi controllati da organismi internazionali o
rischi frazionati geograficamente, per gli esperti non ci sono altre scelte.
Resta
da vedere se uno dei due candidati avrà il fegato di dire agli americani che,
a volte, l’obiettivo non è arrivare al traguardo: il traguardo è il limite.
Fonti:
Repubblica 17/09/08
La Stampa 18/09/08
Il
sole 24 ore 17-18/09/08
G. Cloza
“La vendetta del risparmiatore” – Stampa Alternativa