| Harriet Tubman |
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| di
Elena Refraschini |
| Harriet Tubman è una delle figure centrali della storia degli Stati Uniti prima della guerra civile; più precisamente, di quella porzione di storia che va dal 1820 al 1850 circa, un periodo pieno di fermenti e lotte sociali. L’età di Jackson, di grande partecipazione popolare alla politica (si stava stabilizzando il mezzo di raccolta del consenso per eccellenza che è la stampa di massa), della formazione di quei due partiti, Repubblicano e Democratico, che ancora oggi dominano la scena americana.
All’età di cinque anni, Harriet doveva prendersi cura del neonato di una certa “Miss Susan”, per la quale lavorava. Se il piccolo si svegliava e piangeva la notte, Harriet veniva frustata. Portò per sempre le cicatrici di quel sopruso, anche se nulla la ferì, fisicamente e mentalmente, più di un episodio successole durante l’adolescenza: andata in un negozio per conto dei padroni, lì incontrò uno schiavo di proprietà di un’altra famiglia, scappato senza permesso dal lavoro nei campi; il guardiano dell’uomo chiese a Harriet di aiutarlo nel costringerlo a tornare al lavoro, ma Harriet si rifiutò. Mentre lo schiavo scappava, il guardiano infuriato lanciò un peso contro di lui ma lo manco e colpì invece la ragazza alla testa. Perse i sensi, e quando si risvegliò tornò dai suoi padroni senza ricevere cure per due giorni, nonostante continuasse a sanguinare alla testa. Vedendola così debole e perciò inutile, venne rimandata dai precedenti padroni, i Brodess, i quali tentarono a loro volta di rivenderla, mentre continuava periodicamente a perdere i sensi. Nonostante si sia pensato, più tardi, che soffrisse di epilessia lobare temporale, Harriet, che era diventata profondamente religiosa, si convinse che era Dio a parlarle, offrendole visioni e sogni potentissimi – inoltre, visto che non aveva ricevuto una vera e propria educazione, era cresciuta con i racconti della madre presi dal Vecchio Testamento, intessuti della caratteristica forza speranzosa del popolo schiavo che si vedeva come il popolo di Israele, aspettante il suo Mosè liberatore. Nel 1844 si sposa con John Tubman, un ex schiavo nero liberato (i matrimoni così “misti” erano comuni nel Maryland, dove la maggior parte delle famiglie possedeva sia schiavi sia liberi lavoratori stipendiati neri). Fu ora che Aramitha cambiò il suo nome in Harriet, anche se non è chiaro il motivo. Nel
1849 si ammalò ulteriormente; il vecchio padrone Edward Brodess tentò così di
venderla, ma morì prima di riuscirci. La vedova, così, si assunse il compito…ma
Harriet aveva capito che c’era solo una cosa che voleva per sé: la libertà. Nel settembre del 1849 Harriet scappa insieme ai suoi due fratelli Ben e Henry, ma questi ebbero paura e alla fine tornarono indietro. La ragazza fuggì così una seconda volta da sola, utilizzando un sotterfugio chiamato “Underground railroad” (“ferrovia sotterranea”) – un sistema formato da neri liberi, abolizionisti bianchi e attivisti cristiani (contrari alla schiavitù in quando grave peccato) che rischiavano la pelle ospitando nelle loro case fuggiaschi verso il Nord abolizionista o verso il Canada. Harriet era costretta a viaggiare soltanto di notte, per sfuggire agli “acchiappa schiavi”: mestiere, quello, molto remunerativo, se si considera che il premio per aver riportato uno schiavo fuggiasco era di solito intorno ai 100 dollari, e una piccola fattoria ne costava, al tempo, 400. i membri della “rete di salvataggio” usavano diversi sotterfugi per non farsi scoprire, tra cui ordinare alla ragazza di pulire il giardino per far sembrare che lei fosse alle loro dipendenze. Siccome quello era un percorso utilizzato da molti altri fuggiaschi come lei, Harriet si rifiutò per molto tempo di parlarne nel dettaglio; si sa comunque che raggiunse la Pennsylvania, dove si impegnò in diversi lavori per mettere assieme qualche soldo per salvare anche la sua famiglia e i suoi amici. Infatti, decise volontariamente di ritornare nella terra della sua schiavitù per portare in salvo le persone a lei care e chiunque avesse il coraggio di volere la propria libertà. In uno di questi viaggi andò a cercare il marito, che intanto si era risposato; ignorando la sua rabbia, prese con sé alcuni schiavi e li riportò a Filadelfia. In questo periodo conobbe uno dei grandi attivisti per la liberazione del neri dell’epoca, Frederick Douglass, il quale aveva fondato il giornale abolizionista “The north star” di grande successo presso le comunità di neri liberi; i due conservarono un mutuo profondo rispetto; Douglass ammirava le imprese della donna, imprese non pubblicizzate, imprese conosciute a pochissimi e riconosciute da nessuno. Per undici anni, infatti, Tubman tornò diciannove volte in Maryland, da cui salvò circa settanta schiavi. Arrivava di notte, di solito in inverno (quando le notti sono più lunghe e le persone tendono a stare in casa), e faceva scappare le persone di Sabato notte, perché gli avvisi di cattura sarebbero stati stampati nei giornali soltanto il lunedì successivo. Ciascuno di questi viaggi era pericolosissimo, Tubman infatti girava sempre con una revolver nascosta: probabilmente per sparare, nel caso, agli “acchiappa schiavi”, ma lei racconta che la usò anche per intimare i compagni di viaggio di continuare a camminare, perché c’era pericolo che se questi fossero tornati indietro, avrebbero confessato tutto ai padroni; Tubman andò fiera del fatto che “non aveva mai lasciato nessuno indietro”, tanto che questa frase fu anche posta sulla suo tomba nel Fort Hill Cemetery a Auburn. Nel 1858 le fu presentato John Brown, un attivista che sosteneva l’uso della violenza per eliminare la schiavitù negli Stati Uniti; altri abolizionisti del tempo, come Garrison (forse il più celebre, fondatore di un quotidiano e aspro critico della Costituzione) e il già citato Douglass, non erano d’accordo con i suoi metodi violenti; Brown voleva, inoltre, creare uno stato per gli schiavi liberati. Sì preparò, così, all’azione militare. Contò proprio su Tubman, che era un’esperta dell’area Pennsylvania-Maryland-Delaware, per trovare sostenitori e risorse. Organizzò un attacco ad Harpers Ferry, in West Virginia, che fallì. Brown fu condannato e impiccato in dicembre. Le sue azioni furono elogiate per il loro coraggio anche da Tubman stessa, che però non era presente il giorno dell’attacco. Nel
1861, quando scoppiò la guerra civile, Tubman vide che la vittoria dell’Unione
avrebbe potuto essere un grande passo avanti per la conquista della libertà. Fonti:
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