Autore: Giampaolo Pansa
Info: 2009, 482 p., rilegato
Editore: Rizzoli, collana Rizzoli Best
Giampaolo Pansa è un bravissimo giornalista, un uomo onesto, schietto,
sobrio e diretto. Figlio della sua terra, il Monferrato, e delle sue origini contadine.
Giampaolo Pansa è anche un bravissimo scrittore e ha
conservato nel tempo un vizio molto poco comune nel mondo
della comunicazione di massa e, a onor del vero, anche di quella interpersonale:
l’amore per i fatti, per la minuziosa Ricerca scevra da qualsiasi pregiudizio ideologico
o convenienza di natura personale. E’ molto complicato tentare di recensire “Il
Revisionista”, ultimo lavoro di Pansa, senza allargare
la visuale su tutta l’opera storiografica del giornalista di Casale Monferrato.
Il tema centrale del “Revisionista”
è la Resistenza ma il volume è un vero e proprio racconto della storia recente
del nostro paese filtrato attraverso gli occhi e le esperienze giornalistiche
dell’autore. Già da qualche anno Pansa si è prodigato
in una complessa e puntigliosa ricerca storica sul periodo della Resistenza attraverso
la raccolta di documentazione e delle testimonianze di coloro che hanno vissuto
in uno dei periodi più drammatici della storia d’Italia. L’unico intento dell’autore
è quello di fare chiarezza su una vicenda che ha vissuto per troppi anni nella
campana ideologica della sinistra italiana, in particolare di quella comunista.
Una campana ideologica, non sempre aderente alla realtà dei fatti, che purtroppo
nel tempo ha assunto una sacralità che non consentiva alcuna attività di revisione
storica. Pansa, da sempre antifascista e uomo di sinistra,
ha avuto il coraggio di farlo, attirandosi le antipatie di molti. Specialmente
di chi ancora oggi orbita nell’area dell’estrema sinistra e che pensa alla Resistenza
come patrimonio esclusivo. Come un fatto di unicità e di esistenza o meglio, a
mio parere, di sopravvivenza. Quest’anno, proprio in concomitanza con la pubblicazione
del “Revisionista”, è accaduto un fatto
che ha definitivamente messo in crisi questo schema facendo emergere le contraddizioni
e la pura natura ideologica di questa posizione. Il Presidente del Consiglio,
rappresentante della parte opposta dello schieramento politico, con una decisione
che non collima certo con la pochezza politica del personaggio, ha deciso di aderire
pienamente alle celebrazioni del 25 aprile testimoniando, invero con parecchio
ritardo, la piena condivisione dei valori della Resistenza come elementi fondanti
della patria e della costituzione. Dopo anni di sacrosante sollecitazioni provenienti
soprattutto dall’universo di sinistra, proprio da quell’area sono piovute considerazioni
molto eterogenee su questo atto di riconciliazione nazionale. In alcuni casi sorprendenti.
Ricordo al proposito una famosa trasmissione televisiva dove un’autorevole rappresentante
dell’area comunista, peraltro già inopinatamente ministro
della Repubblica, testimoniava, come sempre con estrema supponenza, la sua riluttanza
all’evento sottintendendo che non a tutti era concesso di condividere i valori
della Resistenza. Non tutti avevano il diritto di riconoscere il valore della
Resistenza. Le conclusioni, di cartesiana memoria, sono molto facili da trarre.
Resistenza dunque esisto. Pansa,
già con “Il Sangue dei Vinti”, aveva messo in luce
le nefandezze dei partigiani “rossi”, le divergenze interne alla diverse Brigate e, soprattutto, la militanza “politica”
estremamente eterogenea (e assolutamente non esclusiva come tramandata dalla propaganda
di sinistra) dello schieramento avverso agli occupanti nazisti e alla RSI (comunisti,
socialisti, cattolici, anarchici e indipendenti). In particolare, in tema di crimini
partigiani, le esperienze vissute in prima persona e le testimonianze raccolte
nella sua terra dopo l’armistizio collimano in modo sorprendente con i racconti
dei miei nonni materni, al tempo sfollati nel Monferrato. Vicende spaventose di
esecuzioni sommarie, sepolture di massa e di vere e proprie “caccia all’uomo”
motivate da tutto fuorché da contrapposizione politica
o militare. Le pagine sulle esecuzioni nel Reggiano, spesso regolamenti di conti
tra partigiani comunisti poi attribuiti dalla propaganda ad ex-fascisti,
sono semplicemente agghiaccianti. Pansa non mette mai
in discussione quale fosse stata la parte giusta dove schierarsi ma, documenti
alla mano, riesce a far emergere quei vuoti storiografici che l’ideologia ha sempre
tenuto nascosti. Lo scrittore mette a fuoco anche le diverse anime che orbitavano
nel mondo comunista nel periodo “costituente” facendo emergere in modo netto,
anche e soprattutto ai vertici del partito, una non piena condivisione del percorso
“democratico” in atto. Altra pagina molto interessante del volume è quella dedicata
ai ragazzi di Salò, argomento già trattato nei precedenti “I giorni dell’aquila” e “La grande bugia”. Pansa
tenta di andare oltre alla monolitica condanna storica della “scelta sbagliata”
ricostruendo le cause ed i motivi di una decisione, restituendo un po’ di dignità
a migliaia di ragazzi che scelsero, a volte con coscienza ma spesso in modo inconsapevole,
la causa sbagliata, infrangendo finalmente la dicotomia “angeli contro demoni”. “Il Revisionista” affronta
anche altri temi, tenendo però sempre sullo sfondo due costanti: il desiderio
di rappresentare la realtà oggettiva e l’atavica intolleranza della sinistra italiana
a rappresentazioni della storia difformi da quelle da essa stessa imposte come verità assolute, dogmatiche. Storie di
redazioni dei più importanti giornali italiani, interviste a personaggi politici
come Berlinguer e Almirante che aiutano il lettore a capirne meglio i tratti spesso
involgariti dalla contrapposta militanza politica. L’incontro con Junio
Valerio Borghese e le successive riflessioni sul presunto golpe
sono tanto ironiche quanto grottesche e consegnano alla storia una vicenda quasi
fantascientifica. Le pagine di Pansa arrivano sino ai
nostri giorni soffermandosi sulla politica, sulla società e sul mondo della comunicazione.
Un gran bel libro, come tutta la produzione saggistica del giornalista di Casale
Monferrato. Produzione che, ovviamente, ha scatenato non poche polemiche nel mondo
della gauche, specie quella estrema.
In alcune circostanze l’apparato militare della sinistra estrema, patria della tolleranza,
gli ha anche impedito la pura e semplice presentazione pubblica del suo lavoro.
Pansa è stato messo alla gogna, minacciato, immediatamente
classificato come traditore, fascista e pure repubblichino. In buona compagnia
però. Come il partigiano Fenoglio quando pubblicò “I
ventitré giorni della città di Alba”, come Luciano Violante quando scoperchiò
le Foibe. Come Giorgio Napolitano, che nel suo primo messaggio al Parlamento come
Presidente della Repubblica disse: “Ci si
può ormai ritrovare, superando vecchie laceranti divisioni, nel significato e
nel decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi
e aberrazioni”. Boia chi molla!