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Leoni per Agnelli
di Silvia Severino

Non concordo con i giornali americani che hanno venduto questo film come qualcosa di sensazionale, forse vinti dal patriottismo o dal fatto che li riguarda in prima persona: hanno visto qualcosa che noi europei abbiamo avvertito meno, grazie alla nostra visione distaccata e più critica riguardo a fatti che ci influenzano ma non coinvolgono a livello decisionale.
Il film è composto da tre situazioni: a causa della apparente debolezza dei legami tra esse, potrebbero essere fraintese come occasioni di confronto fini a se stesse.

Abbiamo infatti il confronto alunno-professore, interpretato dallo stesso Redford, il Dr. Stephen Malley, che ha viva in lui la memoria dell’esperienza nel Vietnam: questo confronto trasmette allo spettatore “la morale” del film - si svolge in questa parte il dialogo più intenso, carico di significati e spinte alla riflessione politica, sulla partecipazione sociale, sulla guerra e sulle ragioni personali che motivano le nostre scelte.

Altro rapporto protagonista del film è quello giornalista-Senatore, dove vediamo Jasper Irving (Tom Cruise) cercare di fornire uno scoop a Janine Roth, (Maryl Streep), su una nuova strategia di attacco in Iraq, ricco di informazioni più o meno convincenti: Janine, corrispondente titubante, appassita a scrivere notizie di futile argomento, si riscatterà come personaggio solo quando si troverà a dover consegnare la notizia alla redazione, e verrà travolta dai sensi di colpa per aver lei stessa appoggiato anni prima un tale personaggio politico; questa parte potrebbe essere definita la “motivazione” all’”azione” propellente del film.
L’”azione” è invece costituita dai due volontari Ernest Rodriguez e Arian Finch, che fronteggiano il confronto con la società cercando un riscatto personale.
Queste sequenze toccanti ci mostrano una realtà da noi distante: il quotidiano di chi sceglie di partire volontario per una guerra che non gli appartiene, perché vuole dimostrare qualcosa e uscirne vincente - perché la società in cui si nasce non offre possibilità e non si vogliono debiti con essa.
Queste tre situazioni vengono alternate grazie ad un montaggio curato, anche se le sequenze nell’ufficio del senatore sembrano non aggiungere nulla al film, se non cercare di dare delle superficiali motivazioni e offrire un certo impegno politico, per non fare solo un film moralista e sentimentale ma con un riferimento (anche se poco sviluppato) alle vicende contemporanee.
Si riscatta la sceneggiatura nelle parti dei dialoghi tra professore e alunno: ci sono delle affermazioni scontate, ma che abbiamo comunque bisogno di sentire, per non rimanere indifferenti davanti alla realtà nonostante la perdita di fiducia: è proprio questo il messaggio che Redford vuole lanciare. Questo è uno dei fili conduttori delle vicende, che vengono ricollegate tra loro da flebili riferimenti interni: l’affermazione di RedfordRome is burning”, con un richiamo all’Impero Romano, può essere interpretata all’interno del film come  emblema e riferimento al Senatore - rappresentante di una politica scadente e ormai sconfitta su tutti i fronti; lo stesso personaggio viene visto anche come uno degli agnelli che vivono del coraggio dei leoni che mandano a morire in guerra.

Altro collegamento lo troviamo nell’affermazione del Senatore: “Io non mi candiderò alle elezioni”, che vuol essere una conferma dei dubbi e delle insinuazioni che lo studente argomenta all’inizio del film riguardo alla credibilità della politica.
Viene anche sottolineato il potere dei media come scatola di informazioni vuota, ormai ridotta a fornire solo scoop di basso taglio e articoletti “copri-verità”; persino il governo e la guerra godono di questa malata informazione e allo stesso tempo la subiscono.
Altro particolare importante ed essenziale a questo film siamo noi, gli spettatori: il messaggio cerca di non cadere nel vuoto, il regista pone degli interrogativi, ci costringe a metterci in discussione - non si può rimanere indifferenti di fronte a certe domande; il nostro alter ego è Todd Hayes, l’alunno di Malley, che vive le stesse perplessità e subisce lo stesso invito alla riflessione.
Forse è la stessa durata del film, 88 minuti, a farlo sembrare scontato, ma può darsi che sia proprio l’intenzione di Redford e dello sceneggiatore Matthew Michael Carnahan, quella di dare solo degli input superficiali per permettere allo spettatore di comporre personalmente la propria idea, anche se questo può essere percepito come la mancanza di un forte filo conduttore.

Personalmente da questo film mi aspettavo qualcosa di più, forse perché il regista è Robert Redford, che ha diretto pellicole come “L’uomo che sussurrava ai cavalli” o “Gente comune” (con cui vinse l’Oscar per la regia); si può dire che in questo lavoro si trovano nobili intenzioni, uno sguardo alla cultura americana, alla società contemporanea, ai problemi internazioni e alla sfiducia della gente nei confronti di chi governa lo stato più influente a livello mondiale – anche se in fondo la situazione descritta dal film non è così lontana dalla realtà di ogni Paese.


© LiberaMENTE MAGAZINE 13 gennaio 2008