LiberaMENTE MAGAZINE

Luoghi e "nonluoghi"
la nuova dimensione dell'esperienza nella società contemporanea

di Ilaria Pitocchi

 “I non luoghi sono in effetti i nostri luoghi, nel senso che sono i luoghi in cui la società lascia il suo imprint (…) un nuovo tipo di spazio pubblico che è mercificato, ma è anche eterogeneo, democratico, accessibile a tutti.”  (Martinotti, 2007) 

La definizione classica di nonluoghi li identifica come spazi quasi liminali dove gli individui si muovono senza identità, trasformati da soggetti sociali attivi in meri consumatori, passanti, entità anonime in uno spazio delocalizzato. Eppure in questi nuovi luoghi l’individuo moderno, lungi dall’essere totalmente spersonalizzato, costruisce un nuovo tipo di socialità che trova nelle pratiche del consumo la sua espressione primaria.

Il sociologo Zygmunt Baumann individua due categorie di luoghi pubblici: la piazza, che stimola l’interazione ma non lascia molto spazio all’azione degli individui, ed i luoghi di consumo, che si aprono all’azione ma non favoriscono certo l’incontro tra i soggetti sociali. A queste due categorie l’autore aggiunge anche una terza dimensione, tipica della società contemporanea, quella dei nonluoghi: zone franche di mero attraversamento, prive di significato sociale, nelle quali l’incontro con l’altro perde profondità e valore, diventando solo un incrocio.

Marc Augè, che per primo ha definito il concetto di nonluogo, pensa per esempio alle stazioni ferroviarie e agli aeroporti, alle autostrade ed ai mezzi di trasporto, alle catene alberghiere ed ai centri commerciali, ai parchi di divertimento e alla massa di reti cablate senza fili che popolano lo spazio. Egli, di fatto, si interroga sulla possibilità che la nostra società stia distruggendo il concetto tradizionale di “luogo”, privandolo delle sue caratteristiche primarie e trasformandolo in un grande palcoscenico teatrale, nel quale storia e memoria diventano vuote: acquista valore solo l’hic et nunc del ruolo che siamo chiamati ad interpretare, del semplice consumo o del passaggio.

La città contemporanea per i teorici più apocalittici è il primo, ed il più grande, nonluogo: si trasforma in un contenitore delle strutture anonime che la società oggi costruisce per il commercio, il trasporto ed il tempo libero.

Un luogo è tale quando è identitario, relazionale e storico: contribuisce alla costruzione dell’identità di chi lo abita, definisce i rapporti tra gli individui sulla base della loro comune appartenenza, custodisce e ricorda ai suoi abitanti le proprie radici. I nonluoghi, privi di storia e memoria, non hanno identità, estranei ad ogni contesto o limitazione, eppure profondamente democratici.

Questi nuovi luoghi, espressione di una società aperta, non pongono limiti all’accesso, è sufficiente che gli individui rispettino alcune semplici regole per poter utilizzare le strutture disponibili. Ci si mette diligentemente in coda, si seguono le istruzioni, si sceglie un prodotto e si paga: in questi spazi si realizza perfettamente il concetto di confort tecnologico e l’identificazione avviene tramite il passaporto, la carta di credito, il denaro, anziché attraverso la conoscenza individuale ed il riconoscimento del gruppo.

Analizzando attentamente le nuove dinamiche della società liquida nella quale viviamo, però, è necessario spogliarsi dei pregiudizi dei teorici apocalittici ed abbracciare una mentalità più aperta e dinamica, uno schema di pensiero “liquido”, per dirla con le parole di Baumann. In questi nuovi luoghi numerosi confini vengono abbattuti e quegli elementi, che per molti sono dimostrazione della loro impersonalità e freddezza, diventano, in realtà, nuovi codici identitari per l’individuo contemporaneo.

Nonluoghi non sono solo aeroporti o centri commerciali, ma anche gli spazi simbolici delle relazioni mediatizzate, costruite dalla televisione e dagli altri mezzi di comunicazione di massa, dove è ancor più chiaro che questi territori sono relazionali, identitari e storici proprio come i luoghi tradizionali, ma in un modo diverso e del tutto nuovo.

Aeroporti, centri commerciali, parchi di divertimento sono luoghi vissuti ed usati: individui, merci e simboli sociali sono caricati di significati profondi, rinegoziati individualmente ed intersoggettivamente. La loro storicità è sì ridotta, ma negli ultimi anni la loro diffusione gli ha imposti non più solo come semplici spazi fisici, bensì come spazi mentali e simbolici, parte integrante della nostra quotidianità.

Pensiamo ai grandi shopping center che stanno invadendo le nostre città: da semplici agglomerati di negozi e ristoranti, queste strutture tutte uguali fanno della loro architettura in serie il proprio tratto di riconoscibilità e diventano luoghi di socialità prima ancora che di acquisto. Il consumatore oggi costruisce la propria identità in senso nomadico, senza ancorarla ad un luogo specifico, ma affezionandosi addirittura ad alcune supermerci, trasformandole in luoghi di ritrovo.

Il sabato pomeriggio adolescenti ed intere famiglie popolano queste grandi strutture passeggiando, sorseggiando una bibita, mangiando qualcosa, trasformando questi luoghi in punti di incontro e relazione ancor più che in luoghi di acquisto.

C’è poi un nuovo senso di comunità che si delinea nella società del consumo: la scelta di acquisto diventa dichiarazione di appartenenza ad un gruppo che, seppur unito dalla medesima marca, fornisce all’individuo sicurezza e strumenti per costruire la propria identità.

I centri commerciali acquisiscono, così, un valore etico ed estetico, diventando spazi nei quali si realizza la socialità, seppur declinata in tempi e modalità diverse rispetto al passato, ma non per questo meno solide.

Se nei centri commerciali si costruiscono identità attraverso i significati simbolici e sociali attribuiti alle pratiche di consumo, negli aeroporti è possibile fare questo ed altro: qui si instaurano relazioni e si costruiscono comunità dinamiche e forti, unite dalle stesse pratiche sociali e dal medesimo status.

Negli aeroporti, come nelle autostrade o nelle stazioni ferroviarie, si possono incrociare elementi di vita vissuta, si può entrare a far parte della quotidianità di altri individui in modo diretto ed empatico. Nel terminal di un aeroporto le persone sono unite dall’essere viaggiatori in transito: condividono l’attesa della partenza o l’impazienza per l’arrivo di qualcuno; spesso diventano solidali di fronte ai malfunzionamenti della burocrazia oppure si incontrano nei negozi o nei bar all’interno della struttura. Il continuo movimento dei viaggiatori rende questo nonluogo altamente significativo, perché ognuno porta con sé la propria memoria e l’esperienza e nella relazione con l’altro condivide e costruisce comunità basate su temporanei modelli di vita, di consumo e di interazione.

A volte questi luoghi si caricano di così tanta densità comunicativa da diventare ancor più significativi di quelli “tradizionali”, che oggi perdono il loro valore simbolico, trasformandosi in iperluoghi più reali degli altri, perché maggiormente vissuti. Proprio per questo, lo stesso Augé ha recentemente evitato di includere tra i nonluoghi quegli spazi così carichi di significati simbolici da essere considerati addirittura a rischio attentato: un esempio su tutti è il World Trade Center, e l’11 settembre 2001.

Dopo quel giorno una struttura così “impersonale” come le Torri Gemelle, simbolo per eccellenza della moderna economia dei consumi, è divenuta significativa, e con lei i grandi centri polifunzionali e gli aeroporti di tutto il mondo. Dopo l’attentato al World Trade Center l’aeroporto non è più stato il semplice luogo di transito per raggiungere la propria destinazione, è divenuto uno spazio simbolico denso di significati, paure, esperienze condivise dal forte impatto emotivo. Tutto questo non ha fatto altro che sottolineare quanto luoghi e nonluoghi siano concetti superati: esistono i luoghi della tradizione, che nella città e nella piazza hanno la loro forma più alta di espressione, ed i luoghi della moderna società liquida che, proprio come quest’ultima, non hanno confini definiti, sono dinamici ed aperti, tecnologicamente integrati e sempre più eterogenei.

Aeroporti e centri commerciali, oggi, sono luoghi in cui si consumano i rituali della modernità e, se all’inizio la diffusione della grandi catene in franchising aveva fatto gridare alla globalizzazione diffusa ed all’annullamento delle diversità locali, adesso molti trovano rassicurante riconoscere in ogni parte del mondo i segni distintivi delle marche globali e delle pratiche globali di fruizione dei nonluoghi.

E la nostalgia per il passato, per l’antica piazza del mercato, per il negozietto sotto casa come si coniuga con questi  superluoghi? Come possono globale e locale convivere tra loro senza che quest’ultimo non ne esca sconfitto?

I nonluoghi sono, in realtà, la massima espressione dei processi di glocalizzazione in atto: la dimensione globale ed impersonale di aeroporti, centri commerciali e comunità virtuali non viene semplicemente subita dalle società, bensì è vissuta in modo attivo. Il globale è rielaborato alla luce delle strutture locali e l’impersonalità, l’astoricità dei nonluoghi, si arricchisce di esperienze vissute, di individui che riempiono questi spazi vuoti di profondi significati sociali.

Ecco perché in una stazione ferroviaria ci sentiamo tutt’altro che isolati, ma sentiamo di far parte di un tessuto pulsante di soggetti che si incontrano e si contrano e che, seppur apparentemente distratti e distanti, condividono esperienze ugualmente significative.

In questi spazi nuovi e diversi, che non si sostituiscono ai luoghi tradizionali, ma si aggiungono a questi in un rapporto dialettico e complementare, si cerca di ricostruire la qualità dell’esperienza vissuta nelle piccole città e nelle piazze, nel bar sottocasa o nella drogheria di fiducia.

Negli spazi dei grandi centri commerciali o dei parchi di divertimento, si riproducono le città, l’atmosfera piacevole e rilassata del piccolo borgo, per offrire luoghi che siano realmente accoglienti. E del resto se i nonluoghi cercano di assomigliare sempre di più ai luoghi tradizionali, anche i luoghi, le città in primis, fanno altrettanto: le notti bianche, con i negozi aperti fino a tarda notte ed i ristoranti che invadono le strade ed i vicoli con i loro tavolini, sono un esempio della volontà di trasformare lo spazio urbano in un grande centro commerciale a cielo aperto, in un luogo di passaggio nel quale fare esperienza dell’altro, uniti dallo stesso desiderio di trascorrere qualche ora piacevole o fare acquisti in compagnia.

Lungi dall’essere categorie opposte ed in contraddizione, luoghi e nonlouoghi non sono altro che i nuovi spazi nei quali si articola l’esperienza della società contemporanea, i territori nei quali si costruiscono e si rafforzano identità e comunità.

Fonti:

E. Sassoli, Non solo shopping, usi sociali dei luoghi di consumo, LeLettere, Firenze 2008

M. Augè, Non luoghi, introduzione a una antropologia della sub modernità, 2009

Z. Bauman, Modernità liquida, 2006.

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© LiberaMENTE MAGAZINE 25 luglio 2010
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