| L'Ultima Partita a
Carte |
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| di Bruna
Taravello |
| Le immagini
in grado di risvegliare un’emozione, nelle nostre vite indaffarate e rese sterili
dai troppi stimoli, sono poche: oppure siamo noi che non siamo in grado di fermarci
ad ascoltare l’effetto che ci fanno. Il 15 Giugno è morto Mario Rigoni Stern, che di immagini
ha riempito le pagine dei suoi romanzi, ma che non ne ha voluto lasciare della
sua fine: annuncio a funerali avvenuti, come da sua espressa volontà: “non voglio
pagliacciate” ha ripetuto agli amici più cari. Era malato da tempo, a quanto dicevano i dottori
non avrebbe visto febbraio, e invece se ne è andato proprio nel mese che gli avrebbe
permesso di ammirare i camosci al pascolo e indovinare dove si erano appartate
le femmine a partorire. A
chi non lo conosceva, e di lui non ha mai letto niente, non è semplice spiegare
chi era, che cos’era, questo personaggio leggendario nell’Altipiano di Asiago. Anni
fa, animata da entusiasmo letterario e coraggiosa timidezza, andai a cercare quest’autore
che dai tempi della scuola riempiva la mia testa di immagini belle, feroci, remote.
Insieme ad un amico altrettanto devoto ci studiammo la piantina delle contrade,
sfogliando l’elenco telefonico: i Rigoni erano più di uno, ma
decidemmo di iniziare proprio da quello che in contrada Rigoni ci abitava pure:
dopo alcune curve su di una strada bagnata dalla neve in disfacimento, decidemmo
di arrivare a piedi, per renderci conto di quello che lui, ogni giorno, vedeva,
di quello che guardava dalla finestra: del suo mondo insomma. Era una bella giornata
di aprile, e lo vedemmo subito fuori casa che si dava da fare a trasportar legna,
ed era un vecchio austero che ci intimidiva, con quello sguardo da montanaro vero,
che non ha mai bisogno di dare una seconda occhiata. Un’immagine che non dimenticheremo
mai: lui in piedi, il secchio in una mano, un cane che gironzolava lì attorno,
e il suo sguardo interrogativo. Poi un fugace sorriso, la nostra aria colpevole,
il suo capire, qui non c’è niente
di speciale, le mie risate dopo, la felicità nel ritornare, gran pacche sulle
spalle, saltellando felici con in testa l’idea di aver fatto qualcosa di epico.
Ora possiamo
solo ripensarlo, rileggere i suoi libri, cercare gli articoli che scriveva per
La Stampa sempre più raramente. Saggi, meditati, e mai banali:
come quando fu intervistato da Fazio e fece ammutolire il pubblico per la calma
passione, la lucidità con cui trattava qualsiasi argomento: schermendosi quasi
per il momento di celebrità che stava vivendo. Quando raccontò delle passeggiate
nella Liguria di estremo ponente insieme all’amico Francesco Biamonti, che fumava troppo e non sapeva più distinguere i
diversi fischi del tordo. E di come gli insegnò che i liguri
sono gente di montagna: non molli come quelli della pianura padana, aggiunse,
ma veri alpini: e che montagne hanno, montagne insospettabili. Crediamo
che il suo lavoro non verrà dimenticato:
e negli anni sarà sempre più significativo aprire le pagine e leggere di uomini
dei quali non è rimasta che l’ombra: ombra
e polvere, per riprendere il gioco delle citazioni. Di certo c’è che quelli come
lui stanno finendo, e non servirà metterli sott’aceto, per conservarne l’immagine. Fonti: |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008 |