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L'Ultima Partita a Carte
di Bruna Taravello

Le immagini in grado di risvegliare un’emozione, nelle nostre vite indaffarate e rese sterili dai troppi stimoli, sono poche: oppure siamo noi che non siamo in grado di fermarci ad ascoltare l’effetto che ci fanno. Il 15 Giugno  è morto Mario Rigoni Stern, che di immagini ha riempito le pagine dei suoi romanzi, ma che non ne ha voluto lasciare della sua fine: annuncio a funerali avvenuti, come da sua espressa volontà: “non voglio pagliacciate” ha ripetuto agli amici più cari.  Era malato da tempo, a quanto dicevano i dottori non avrebbe visto febbraio, e invece se ne è andato proprio nel mese che gli avrebbe permesso di ammirare i camosci al pascolo e indovinare dove si erano appartate le femmine a partorire.

A chi non lo conosceva, e di lui non ha mai letto niente, non è semplice spiegare chi era, che cos’era, questo personaggio leggendario nell’Altipiano di Asiago.
Nell’enciclopedia Garzanti gli sono riservate solo poche righe, eppure bisognerà riparlarne, di questo autore: Mondadori gli ha dedicato un volume dei Meridiani intitolato “Storie dall’Altipiano”dove sono raccolti tutti i romanzi, dal primo e più famoso “Il sergente nella neve” del 1953, dal quale Marco Paolini ha tratto uno dei suoi monologhi più coinvolgenti, al recente “L’ultima partita a carte”. Pur trattando sempre il tema della montagna, della casa intesa proprio come posto in cui si sceglie di vivere, e di tornare, la sua modernità sta nel non essere in contrasto con la tendenza “liquida” odierna: perché casa è dove abita la tua famiglia da mille anni, ma casa è anche dove vivi, ami e lavori in serenità. Non c’è contraddizione in questo, il forestiero potrà essere osservato con distanza e con diffidenza, ma sempre gli sarà lasciata la possibilità di scegliere la propria vita, e di essere giudicato per le sue scelte e i suoi comportamenti, senza altri pregiudizi: e bene lo racconta in “Breve vita felice”.
Nel suo articolo comparso su Il Secolo XIX, Giorgio Bertone ricorda come sarebbe ingiusto ridurre lo spessore di questo scrittore ad un semplice narratore di immagini bucoliche, di nostalgia del buon tempo andato. Fu condottiero in Russia, e riportò a casa i suoi soldati con un’azione tattica che lui considerava il vero capolavoro della sua vita: altro che i romanzi, diceva. Fu poi in grado di trasmettere la sua esperienza, poiché era un narratore come se ne trovano pochi: capace di farsi ascoltare con il suo tono piano anche in tempi di strombazzanti memoriali. La sua abilità nel raccontare lo rendeva un testimone veritiero anche di ciò che aveva solo ascoltato: in Storia di Tonle, forse il più efficace  e affascinante tra i suoi romanzi, sembrava aver vissuto sulla propria pelle la grande guerra, lui che era nato nel ’21.
Paolo Rumiz su Repubblica ricorda che ad Asiago  bastava chiedere “dov’è la casa del Mario” per farsela indicare, e che negli ultimi tempi tutti lo nominavano abbassando la voce, in segno di rispetto per quel grande uomo che stava tornando al bosco, cioè stava morendo. 

Anni fa, animata da entusiasmo letterario e coraggiosa timidezza, andai a cercare quest’autore che dai tempi della scuola riempiva la mia testa di immagini belle, feroci, remote. Insieme ad un amico altrettanto devoto ci studiammo la piantina delle contrade, sfogliando l’elenco telefonico: i Rigoni erano più di uno, ma decidemmo di iniziare proprio da quello che in contrada Rigoni ci abitava pure: dopo alcune curve su di una strada bagnata dalla neve in disfacimento, decidemmo di arrivare a piedi, per renderci conto di quello che lui, ogni giorno, vedeva, di quello che guardava dalla finestra: del suo mondo insomma. Era una bella giornata di aprile, e lo vedemmo subito fuori casa che si dava da fare a trasportar legna, ed era un vecchio austero che ci intimidiva, con quello sguardo da montanaro vero, che non ha mai bisogno di dare una seconda occhiata. Un’immagine che non dimenticheremo mai: lui in piedi, il secchio in una mano, un cane che gironzolava lì attorno, e il suo sguardo interrogativo. Poi un fugace sorriso, la nostra aria colpevole, il suo capire,  qui non c’è niente di speciale, le mie risate dopo, la felicità nel ritornare, gran pacche sulle spalle, saltellando felici con in testa l’idea di aver fatto qualcosa di epico.

Ora possiamo solo ripensarlo, rileggere i suoi libri, cercare gli articoli che scriveva per La Stampa sempre più raramente. Saggi, meditati, e mai banali: come quando fu intervistato da Fazio e fece ammutolire il pubblico per la calma passione, la lucidità con cui trattava qualsiasi argomento: schermendosi quasi per il momento di celebrità che stava vivendo. Quando raccontò delle passeggiate nella Liguria di estremo ponente insieme all’amico Francesco Biamonti, che fumava troppo e non sapeva più distinguere i diversi fischi del tordo. E di come gli insegnò che i liguri sono gente di montagna: non molli come quelli della pianura padana, aggiunse, ma veri alpini: e che montagne hanno, montagne insospettabili.
Lo scorso anno, ritirando a Genova la laurea honoris causa, semplicemente disse: innamoratevi, giocate e innamoratevi anche se avete ottant’anni: ne vale la pena.

Crediamo che il suo lavoro non  verrà dimenticato: e negli anni sarà sempre più significativo aprire le pagine e leggere di uomini dei quali non  è rimasta che l’ombra: ombra e polvere, per riprendere il gioco delle citazioni. Di certo c’è che quelli come lui stanno finendo, e non servirà metterli sott’aceto, per conservarne l’immagine.

 

Fonti:
Giorgio Bertone -Il Secolo XIX 17/6/08
Paolo Rumiz –La Repubblica 17/6/08
Mario Rigoni Stern  -  Stagioni Ed Einaudi 2006
Mario Rigoni Stern  - L’ultima partita a carte Ed Einaudi 2002
Costantino Malatto – La Repubblica 14/3/0


© LiberaMENTE MAGAZINE 29 giugno 2008