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Osservazioni Intorno alla Melanconia
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di Giulio Paolicchi
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Premessa Questa riflessione non ha lo scopo di generalizzare i tratti della melanconia né di descriverla in maniera dettagliata e sistematica, come sarà ben presto evidente, bensì di riassumerne e sottolinearne alcune caratteristiche secondo una prospettiva centrata sulla notevole potenza e persistenza degli elementi originari della vita su talune esperienze successive. Ha pertanto un carattere evidentemente circoscritto, limitato e parziale che necessariamente richiederà ulteriori spiegazioni ed approfondimenti. La prima parte (in ordine di scrittura) è costituita dal tentativo di individuare il “campo” di una particolare esperienza o configurazione melanconica: inteso come ambito delimitato dall’esercizio delle “forze” che alimentano il disagio. Sicché abbiamo proceduto cercando, innanzitutto, di identificare tali forze, o pulsioni, entro il cui circolo d’azione la melanconia ha luogo e si sviluppa fino a far vacillare pericolosamente l’Io. Anche la configurazione qui considerata, non diversamente dalle svariatissime altre, è determinata da una profonda ferita narcisistica capace di rendere il soggetto del tutto disprezzabile e “povero” ai suoi stessi occhi: la assoluta centralità della componente narcisistica nella personalità è fondata sull’assunzione che il soggetto umano, dinanzi alla originaria ancorché impronunciabile –in quanto terrificante e perciò relegata nell’inconscio- consapevolezza di una vita “a termine”, aspiri a costituirsi e riconoscersi come unitario ed integro, senza falle, attraverso la progressiva costruzione di un “sistema” di rappresentazioni interiori (elementi immaginari e simbolici, proiezioni ed introiezioni) a difesa dell’Io che, nel caso della melanconia, è invaso da una sofferenza così estesa da esserne distrutto o neutralizzato (nella misura in cui vengono distrutte o neutralizzate tutte le capacità immaginarie e simboliche) ed è proprio tale dissoluzione che, in ultimo, rende del tutto inconsistente, per il soggetto medesimo, la percezione di sé. Entra così prepotentemente in gioco l’irriducibile, il terrificante: dalle rovine dei baluardi crollati, riemerge l’eterno immateriale, il silenzioso “niente”, l’indicibile, il “non rappresentabile”; la sofferenza ha spazzato via ogni, pur illusorio, fondamento e restano operanti, ormai, soltanto le forze primordiali della vita e della morte, le opposte facce della duplice (in quanto costitutivamente scissa) esistenza umana, impastata dell’una e dell’altra. Se prevarrà la prima si leverà, forse, un grido d’aiuto altrimenti il cammino sarà inesorabilmente verso la pace originaria, verso il vuoto, il caos; ma tutto ciò non esclude affatto, anzi, implica che il disagio melanconico possa anche arrestarsi in un qualsiasi punto del “continuum” che va dalla sua insorgenza alla estrema biforcazione in cui vita e morte si combattono: mi riferisco agli innumerevoli casi in cui il sintomo, sostanzialmente inteso come insistenza della pulsione di morte negli anfratti della vita quotidiana, cioè come compromesso difensivo straordinariamente efficace, costituisca l’unico argine possibile alla precarietà, se non alla disgregazione, dell’Io. Infine, la nostra riflessione si rivolge alla essenza della “ferita narcisistica”, cioè agli elementi che incrina o distrugge nonché alle modalità e, ancora prima, alle ragioni per le quali il fondamento narcisistico si costituisce e, nel corso del tempo, diventa centrale: anche in questo caso, date la unicità e la irripetibilità del soggetto in quanto tale, non si prospetta alcuna generalizzazione ed a maggior ragione in quanto il discorso sul narcisismo è, nel nostro caso, ulteriormente circoscritto alla sfera della relazione affettiva (amorosa) diadica. Il campo della melanconia Avvicinandosi alla “melanconia” (diamo qui per scontato che ne siano note le manifestazioni) si impongono all’attenzione con una certa evidenza, due questioni che sottolineano un’apparente corposa contraddizione, perciò abbiamo avvertito la necessità di affrontare subito e direttamente la questione dei confini –se ve ne sono- del campo concettuale, oltre che dinamico, nel quale si inscrive il fenomeno. Nella prospettiva freudiana, citata in estrema sintesi, la melanconia condivide i propri tratti caratteristici e l’eziologia, in qualche modo, con il processo del lutto: si tratta del cupo “ritirarsi” da una vita impoverita, svilita, dalla perdita (mancanza) dell’oggetto amato (una reazione, dunque, che si direbbe normalmente e necessariamente dolorosa); l’unica differenza decisiva sta nel fatto che la melanconia non risulterebbe riconducibile ad una perdita materiale bensì ad una spirituale, ideale. Sappiamo inoltre che la melanconia può sorgere addirittura dalla semplice supposizione, se non dal solo timore, di una perdita della quale può essere ignoto perfino l’oggetto; perciò il dolore melanconico mostra un carattere indefinibile ed indefinito, in aperta contraddizione con gli eventi e pertanto inspiegabile: ciò che indurrebbe a giudicare la ferita, secondo il senso comune, più lieve in quanto libera dal senso oppressivo della “irrecuperabilità”, dalla scomparsa irrimediabile decretata dai fatti, dal verdetto inappellabile dell’esame di realtà. E’ forse per questo motivo che la psicologia cognitiva affronta la melanconia (depressione) prospettando azioni correttive condotte interamente sul piano dei comportamenti manifesti e delle rappresentazioni coscienti. Tuttavia è l’esperienza quotidiana a raccontarci come, molto spesso, le conseguenze di una perdita immateriale, talvolta solo supposta o temuta, siano eccezionalmente gravi; in più, nel caso della melanconia, non sempre operano sintomi capaci di garantire qualche “beneficio” in termini di “risparmio d’angoscia”, al contrario, si registra più spesso un continuo infierire del soggetto contro se stesso fino a rinunciare, in alcuni casi, alla vita. Tuttavia, a dispetto del profondo stato di prostrazione ed immobilità in cui versa il soggetto melanconico, delle offese che continuamente inferisce a se stesso, del massimo disprezzo della sua persona e dei costanti desideri di autopunizione/autoannientamento (talvolta spinti fino al sacrificio della sua stessa vita), può accadere che tutto ciò si riconverta, senza annuncio, improvvisamente, in una richiesta di aiuto che può indurre il soggetto perfino ad intraprendere un percorso psicanalitico, pur non avendone alcuna cognizione. Rispetto alla prima questione: riteniamo possa darsi per accertato ed accettato che operi nel soggetto umano, una insopprimibile tendenza a costituirsi come unità integra e senza vulnerabilità, verosimilmente determinata dalla costitutiva, inequivocabile, percezione della propria esistenza come “evento a termine” e perciò stesso senza fondamento (un nulla fondato sul nulla). Pertanto l’esistenza è precocemente segnata, nel profondo, da un livello “originario” di angoscia alla quale il soggetto non potrà che cercare, fin da subito, di opporsi e questo impegno diverrà il suo principale ed inevitabile cimento ogni volta che affiori un certo senso di insicurezza o malfermezza poiché è attraverso quest’ultimo che, ineluttabilmente, riemergerà anche l’angoscia “primaria”. Sicché è plausibile che la melanconia, dato il carattere “elementare e primitivo” della sua essenza (il continuo darsi-ritrarsi dello spirito vitale), sia provocata da una vera e propria rottura, improvvisa e non annunciata, di tutte le sovrastrutture costituitesi nel tempo a scopo di “contenimento” dell’angoscia originaria ossia a sostegno del sistema di autoidentificazione del soggetto (se lo scopo che lo conduce è la ricerca di fondamento, il prodotto finale non potrà che essere la costruzione di una salda e duratura identità). Una rottura molto profonda, una cesura, che investe e disgrega ogni livello di identità, dal più superficiale al meno accessibile: una ferita narcisistica di una gravità estrema, forse la più grave, nella misura in cui è capace di rendere vana l’esistenza stessa; in questo momento il soggetto depone ogni “strumento creativo” in attesa/cerca della pace, del volto muto della “non-realtà”, della quiete assoluta della materia, dalla quale proviene ed alla quale aspira a tornare. Forse solo per questa via si potrebbe spiegare, seppure in maniera non univoca, un’attrazione tanto terribile quanto imprecisabile, sfuggente, che rimanda direttamente all’origine del soggetto: un fenomeno fra il fisico e lo psichico che non è una “formazione” quanto, piuttosto, una sorta di tropismo psichico -proiezione di pura materialità nella psiche- inaggirabile, irriducibile e non interpretabile, semmai definibile in termini di “puro” godimento, che non ha a che fare col “bene” né con l’“utile” (categorie successive) bensì, forse, con quell’oscura “pulsione di morte” che è aldilà del principio di piacere (circostanziato soprattutto dal contatto del soggetto con il mondo esterno). E’ dunque plausibile ipotizzare che ove l’esistenza scompaia dal “campo visivo” dell’Io, sia lasciato spazio soltanto al senso di dissoluzione che ognuno ha codificato “dentro” di sé come elemento estraneo ad ogni costruzione psichica. Rispetto alla seconda questione: assunto che il soggetto umano sia originariamente segnato e poi tipicamente condotto dall’ambivalenza pulsionale dell’origine (la spinta creativa e vitale di Eros contro la pace assoluta promessa da Tanathos), nella “pulsione di morte” possiamo leggere anche il suo rovescio e pertanto, nel caso della melanconia, il crollo verticale dei fragili meccanismi di autoidentificazione e la dissoluzione delle strutture simboliche dell’inconscio su cui poggiano, fa sì che tale ambivalenza abbia campo sufficiente per esercitarsi fino alle sue estreme conseguenze ovvero in maniera risolutiva: distrutta ogni difesa, restano i componenti primordiali, la testa bifronte che ha su un lato la pura forza creatrice della vita (noto al corpo da prima della nascita, mai strutturato, mai domato, mai riducibile a nient’altro che a se stesso) e sull’altro il godimento totale, la pace, significata dall’assenza della vita. Crediamo non vi sia altro modo per delimitare il campo della melanconia se non supporre la scomparsa di ogni formazione psichica ed il conseguente ritorno del caos originario nella sua vorticosa circolarità, inclusiva di vita e morte e nient’altro. Prima di giungere all’ipotesi appena descritta, avevamo ritenuto che la richiesta di aiuto, inspiegabile per un soggetto giunto all’apice del disprezzo di sé, fosse dovuta ad una residua ma sufficiente consistenza di un Io non ancora del tutto distolto dalla realtà e perciò ancora capace di cogliere la sproporzione fra il disagio provato e la reale consistenza delle supposte cause, ma avendo ricavato come uno dei tratti più significativi del melanconico consista proprio nella incapacità di cogliere quella incongruenza, quello “scarto”, poiché la sua sofferenza senza più difese è sovrapposta alla realtà fino al punto che non vi è parte di essa che non provochi dolore, riteniamo che gli episodi melanconici nei quali l’Io rimanga più o meno consapevole della realtà, siano quelli tipicamente meno importanti, di minore intensità, transitori od occasionali. In questo desolato panorama operano invece soltanto le pulsioni, che trascinano il soggetto verso la vita o verso la morte, in quanto elementi sorti con la stessa nascita alla quale, anzi, preesistono: in questo senso possono essere considerate un “buco” che attraversa tutti gli ordini di rappresentazione trapassando ogni struttura. Per una ulteriore descrizione di questa “salto” corpo-mente potrebbero tornare utili alcune recenti osservazioni di tipo neurofisiologico che ipotizzano l’inconscio, contro la concezione psicanalitica classica, come un insieme di zone cerebrali (fra quelle interessate alla persistenza della memoria e del linguaggio) la cui evoluzione –come stabilito dal programma genetico dell’individuo- si è arrestata, dopo essere state attive solo nelle prime fasi dello sviluppo cerebrale, ad un livello piuttosto elementare così che il loro contenuto, per quanto disponibile, risulterebbe non accessibile a tutte le altre funzioni in quanto “scritto” con una codifica primitiva, in altre parole, l’inconscio non sarebbe per i neurofisiologi la sede delle pulsioni (sorgenti e/o rimosse) bensì un insieme di regioni cerebrali pressoché inutilizzate in quanto difficilmente decodificabili. Questo argomento, tuttavia, non smentisce affatto la nozione di inconscio che dobbiamo alla psicanalisi, al contrario, finisce per confermare l’esistenza di quei componenti psichici grossolanamente strutturati (proprio per il carattere primitivo e “grezzo” delle pulsioni che vi si sono depositate) che abbiamo individuato. Dunque non resta ora che cercare di affrontare le origini, le cause, della melanconia ed i suoi successivi sviluppi fino alle conseguenze che abbiamo visto. Il primo passo: rispecchiamento e completamento Abbiamo visto (ciò sembrerebbe fuor di dubbio) come la melanconia sorga dalla perdita, vera o supposta, di un oggetto amato cioè dell’oggetto di un investimento libidico straordinario. Ma una perdita implica un precedente “possesso”, dunque bisognerà soffermarci su talune condizioni che, come vedremo, possono essere considerate come veri e propri prodromi dello stato melanconico nella misura in cui, già nel “possedere” l’oggetto amato, sia presente un “vizio” che prefigura la possibilità che da una eventuale perdita nasca un disagio “melanconico”. La relazione che abbiamo preso a riferimento, come dichiarato in premessa, è quella affettiva diadica. Vi sono pochi dubbi che un investimento libidico venga “deciso” dopo un vaglio più o meno complesso dell’oggetto prescelto che in qualche modo “si impone” al soggetto in forza dei tratti di “similarità” (secondo un principio che definiremmo di “rispecchiamento”) e di “diversità” (secondo un principio di “completamento” od “integrazione”); si tratta invero di un procedimento di analisi che garantisce al soggetto un soddisfacimento completo: la rassicurazione per i tratti condivisi e la forte attrazione per la possibilità di colmare una mancanza (supposta o reale che sia). Si sottolinea, in particolare, come l’intensità della ricerca indotta dal “difetto” cresca esponenzialmente ove quest’ultimo sia riferito a proprietà che, secondo il soggetto, sono cruciali per la edificazione del suo fondamento (identitario). In ogni relazione affettiva ha luogo pertanto un processo di incorporazione dell’oggetto amato che, pur con portata e conseguenze estremamente variabili e multiformi, rappresenta talvolta un determinante incremento della saldezza individuale e perciò sarà difeso in maniera ostinata addirittura fino al punto che (nel caso della melanconia, accogliendo interamente le ipotesi freudiane) l’immagine dell’oggetto amato, introiettata dal soggetto, potrebbe oscurare completamente l’Io: una specie di “travaso” dell’oggetto nel soggetto, per scongiurare un “abbandono” che farebbe certamente riemergere la mancanza che a suo tempo ha determinato un investimento libidico così cospicuo. Dunque una “traduzione psichica” del desiderio in esercizio di proprietà a seguito del quale il soggetto avrà, finalmente, l’elemento che manca per la totale “certificazione di completezza”, naturalmente rilasciata da lui stesso: poter essere, ora, anche “oggetto del desiderio di qualcun altro” potrà nitidamente (rap)presentare il soggetto a se medesimo provandogli nei fatti di essere quel “soggetto ideale” che vorrebbe e ha sempre voluto, consentendogli di (ri)conoscersi e cioè, in altre parole, di sentirsi integro e stabile.
Ciò che abbiamo appena descritto, quel doppio desiderio, o meglio, quel desiderio che corre sul binario della ricerca del possesso di ciò che il soggetto suppone non possedere (per completare e stabilizzare, comunque provvisoriamente, un’identità che sarà sempre, inevitabilmente, incerta ed instabile) e dell’inseguimento della massima desiderabilità, che in apparenza riguarda il soggetto e gli altri ma nella sostanza solo il primo, è un passaggio molto complesso e cruciale, anche se inconcludente, che ha luogo fin dai tempi dell’infanzia. Fino a quando il bambino non riesce ad individuare l’immagine completa di se stesso, il suo mondo è costituito dalla sensazione innata del suo corpo e dall’immagine del seno della madre, in altre parole, la sua unica certezza (ancora, di natura esclusivamente intuitiva) è di essere al mondo, di “esserci”. Tutto il resto (compresa la coscienza unitaria del suo corpo e della sua mente) è percettivamente molto disorganizzato, almeno finché egli non otterrà dallo specchio (che assumiamo convenzionalmente per indicare tutte le situazioni che contribuiranno a costruire dentro di lui l’immagine del suo proprio corpo) la certezza di possedere una certa fisionomia: fino a quel momento la nozione del suo proprio corpo, strutturato, conformato e riconoscibile, non è che “pura sensazione”, sostenuta dagli organi correlati e da nient’altro, una informazione grezza ed istintiva. Solo lo specchio, intercettandone i contorni e la posizione spaziale, gli offrirà la certezza visiva immediata di sé e del suo esserci più completo in quanto occupante di una certa porzione di spazio modellata dalla sua propria forma. Ma è quella stessa visione che, parimenti, lo getterà in un caos permanente: giacché da ora in poi il bambino sarà al centro di uno specchio piazzato al centro del caos; la risposta dello specchio lo arricchirà della percezione di tre dimensioni nuove, visivamente e psichicamente, ma proietterà nel “suo mondo” un terzo incomodo che lo farà vacillare: il suo doppio, descritto da un’immagine piuttosto singolare che replica ogni suo movimento, che lo replica totalmente senza essere però, di fatto, lui stesso, già a partire dalla posizione nello spazio. Il caos in senso “proprio” (inteso, letteralmente, come il “vuoto” senza significato che stava oltre il seno della madre) è rimpiazzato ora dal caos in senso “improprio” (la confusione che è sorta intorno al bambino, il mondo esterno che si sta popolando a partire dalla sua immagine nello specchio) ed il groviglio cresce sempre di più, a dismisura, frastagliando i contorni del bambino stesso, bisogna essere attrezzati per affrontarlo e subentra un profondo senso di incertezza, di precarietà, di instabilità; il bambino, infranto il limite invalicabile del seno materno, si trova letteralmente disperso nel mondo e tale resterà per il resto dei suoi giorni. Vi è dunque, nella cosiddetta “fase dello specchio”, il riconoscimento formale di “un altro”, pur identico al soggetto: formale e giammai sostanziale poiché si tratta di una sagoma identica ma sospesa, incontaminata e perfetta, imprendibile per il suo meraviglioso ed incolmabile distacco dal mondo e dal soggetto stesso. Nelle tre dimensioni spaziali il bambino coglie qualcosa che è inequivocabilmente suo ma che non possiede (e mai possiederà): egli ha tutto tranne quelle tre imprendibili dimensioni, ricostruite nello specchio, dalle quali lo separa “solo” una insuperabile immaterialità. E’ già dall’infanzia che si mostra, dunque, il duplice andamento del desiderio -che abbiamo descritto nell’inseguire per un verso la rassicurazione offerta dal rispecchiamento e per l’altro il completamento di ciò che è ritenuto difettivo, al fine di costituire (del tutto illusoriamente) una identità salda ed integra ed è pertanto assai plausibile e probabile che tale dinamica sia il motore principale dei processi di fissazione libidica che prefigurano gli episodi melanconici: se il desiderio è placato, appagato, soltanto ove non si avvertano mancanze o difetti, non potrà che sorgere laddove mancanze o difetti siano avvertiti e con crescente intensità quanto più grave apparirà la supposta imperfezione o mancanza; è dunque certo che il soggetto più bisognoso di saldezza (in riferimento all’angoscia originaria) non potrà che cercare disperatamente di colmare i suoi propri “vuoti”, attaccandosi a qualunque figura possa anche solo minimamente offrirgli motivo di sollievo. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 11 Agosto 2007 |