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Metropoli(s)
di Giulio Paolicchi

 “Metropolis” come film, il famosissimo film di Fritz Lang: straordinaria premonizione su ciò che sarebbe diventato il nostro mondo, la nostra “civiltà”, ove la massima libertà e sicurezza delle ristrettissime elites globali, delocalizzate, sono garantite dall’assoluta provvisorietà ed incertezza di tutti gli altri. Tuttavia il profetico Lang si ferma alla prima rivoluzione industriale dove, comunque, gli sradicati -in qualche modo- formano ancora, all’interno della fabbrica, un “corpo sociale solido” e lo formano, beninteso, con la collaborazione (pur obbligata) dei “padroni”, che ancora conservano l’idea di costruire un loro “ordine” e creano con la classe operaia un profondo legame reciproco giacché le fabbriche senza quest’ultima non vivrebbero un attimo: una situazione frastagliata, certo, denotata da una gran varietà di esperienze, dall’Henry Ford che raddoppia di sua sponte il salario agli operai al clima “penitenziario” delle ferriere e tuttavia ancora in grado di offrire alla classe operaia dei “percorsi” che non sono più quelli delle comunità locali ma possono continuare a dar vita a solidi legami solidaristici ed a rivestire il lavoro di dignità.

Il seguito di “Metropolis” invece non è un film, è roba del nostro tempo: la proprietà viene separata dalla “gestione” delle fabbriche, affidata ai manager. La “rivoluzione manageriale” (Zygmunt Baumann, Voglia di comunità, Laterza Bari, 2007): che non avrebbe avuto, di per sé, così gran valore se non fosse che ha segnato la “sparizione della controparte” dei lavoratori; i manager cambiano, non si sa più chi sia il vero interlocutore, soprattutto non si sa più neppure quali saranno le scelte NEPPURE a breve termine (lo dimostrano le cronache del risiko economico-finanziario globale che leggiamo sui quotidiani), mentre le elites globali fondano su questa definitiva liquefazione dei corpi sociali il loro capolavoro: diventando, da “cittadini de iure”, “cittadini de facto”, realizzando cioè quanto per tutti gli altri comuni mortali (la “libertà di scelta”) è riconosciuto solo formalmente, teoricamente, giacché la “libertà di scelta” giuridicamente riconosciuta, se non accompagnata dalla sicurezza e dal diritto al benessere ed alla redistribuzione, è un puro artificio intellettualistico, una finzione.

Così com’è pura finzione, bieco escamotage della sinistra “pastorizzata” dei paesi occidentali (il “labour” inglese, i “democratici” americani, le sinistre riformiste europee, che fanno parte a pieno titolo delle elites globali, “emancipate” da qualunque vincolo con l’esistenza quotidiana), il concetto di “multiculturalismo”, distintivo delle numerose diversità che compongono la metropoli contemporanea, del quale si parla soltanto per eludere il problema (volutamente irrisolto) della redistribuzione, del diritto al benessere, dell’equità sociale. Parlare di “multiculturalismo” a proposito delle masse di disperati che si ammassano nelle metropoli dei paesi “sviluppati” è una dichiarazione di riconoscimento che nasconde però la precisa intenzione di non risolvere il problema chiave che si “mostra” come richiesta di riconoscimento ma che passa obbligatoriamente attraverso l’adozione di adeguate (drastiche) politiche di perequazione socio-economica, che nessuno, evidentemente, vuole attuare: non lo vogliono le elites globali che sui disperati ingrassano perché forniscono mano d’opera a costi irrisori e soprattutto perché sono il “nome pronunciabile” dell’insicurezza (quello “impronunciabile” è la profonda incertezza, provvisorietà, dell’esistenza) che attanaglia le comunità locali e nazionali “prese d’assalto” dagli immigrati e alla fine non lo vogliono neppure gli immigrati poiché, sebbene del tutto involontariamente, le loro richieste di riconoscimento sono essenzialmente “individuali”, non si giovano di legami solidi e vera prossimità (non basta la similarità o un pugno di interessi comuni a fare una comunità); in altre parole la loro richiesta di riconoscimento è separata da una reale volontà di partecipazione ad un nuovo ordine sociale e perciò l’opposizione è così radicale ed il settarismo tanto accentuato (ad onta di intenzioni dichiaratamente opposte).

Come la “Metropolis” del film, la società occidentale contemporanea si avvia ad essere sempre meno “costituzionale e dialogante” e sempre più, nei fatti, collezione di “ghetti”: quelli “volontari”, circondati da mura altissime, creati dall’estrema insicurezza dei cittadini (ma quanto più un gruppo si isola, tanto più nascono “mostri” al suo esterno) e quelli in cui vengono costretti i disperati (le periferie metropolitane degradate, le prigioni, le baraccopoli...), ambedue a garanzia della esclusione di qualunque tipo di emancipazione socio-economica in quanto irrinunciabile presupposto della “distante estraneità” delle elites globali, libere e sicure nella loro dimensione senza luogo.


© LiberaMENTE MAGAZINE 15 giugno 2008