Mexico City Blues
di Silvia Carena

Da San Francisco a Mexico City, alla ricerca di una musicalità perduta, di un significato nascosto, di un “refrain” da ripetere, di una nota diversa e più vera.

C’è tutta l’ansia di vivere e di raccontare un viaggio, e nel viaggio un’intera vita, in questo “Mexico City Blues”, raccolta di versi e frammenti poetici scritta da Jack Kerouac nel 1934.

Città del Messico è solo una tappa del lungo viaggio di Kerouac attraverso l’America e le sue contraddizioni, ma è anche il punto di arrivo, il Sud, il “mezzogiorno rossastro” dove lo scrittore trova l’avventura, l’estasi della droga, la pace.

Così scrive all’inizio del suo viaggio il poeta “beat”:

“Non ho né piani
appuntamenti
puntelli con qualcuno.
Così esploro tranquillo cuori e città (…)
Nessuna direzione possibile.
Nessuna direzione nel vuoto (…)”

Ed è proprio il senso di vuoto a permeare quest’opera, come se il poeta-viaggiatore volesse riempire lo spazio di suoni e parole, per non dover ascoltare il pericoloso silenzio della sua anima. Un’anima inquieta, che vaga tra le promesse delle religioni orientali come a volerne smascherarne l’inconsistenza:

“Risvegliatevi (…)
E capirete che non c’è proprio niente da raggiungere. Questo è
Il vero Buddha (…)
Accettate ogni cosa, vedete ogni cosa
È vuota.”
Il ritmo del viaggio è veloce, instabile, irrequieto, si muove tra assurdi progetti:
“Voglio andare a vivere nel deserto
Con i capelli lunghi incolti, a mangiare
Al fuoco del campo,coperto di sabbia (…)
Preferisco stare nella sabbia del deserto
Accoccolato a gambe incrociate, nel mezzogiorno (…)”

e malinconici flash-back che fanno trasparire una visione mitica di un’infanzia irrimediabilmente perduta:

“ E’ lì che imparai a dire porta
Mentre migliaia di cose accadevano (…)
Le selvagge mille e una e  mille cose
Da fare e da farsi
Quando sei un bimbolo
Di due o quattr’anni
Nel cerchio chiaro
Dentro la mente
Di gioia donata dal cielo”.

Ed è alla ricerca di quella pura gioia, di quella felicità infantile che Kerouac continuerà a viaggiare, pur rendendosi conto che questa non esiste più, e che ogni ricerca è vana.

La fine della raccolta denota questo pessimismo, questa vena cupa che prevale sulle altre, sui colori vivaci del viaggio trascorso:

“Allora cosa devo fare
Oltre scrivere quest’istruttiva
Poesia, o cavalcare un tappeto magico
D’auto – estasi, o aspettare
La morte, come i bambini (…)
Io impazzisco qualche volta
Non riesco a continuare la mia storia
A metterla in versi.
Peggio.
Non ho una storia, solo versi.”

Se Kerouac può essere considerato la voce più autentica della beat - generation, questo libro rappresenta sicuramente la sua opera più genuina, spontanea, immediata nell’espressione di un’irrequietezza indomabile, che rappresenta il filo conduttore di un genere letterario,  ma in fondo anche di un’intera epoca.


© LiberaMENTE MAGAZINE 02 Giugno 2007