| Nuove
Consapevolezze |
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| di Giulio
Paolicchi |
| E’
opinione comune che la distruzione delle Twin Towers, dell’11 settembre 2001,
abbia segnato il confine fra due epoche diverse e certamente nell’immaginario
collettivo degli americani è stato proprio così: dalla guerra di secessione, gli
Stati Uniti hanno sempre operato militarmente a distanza di massima sicurezza
dai loro confini, a partire dalle due guerre mondiali del ‘900 fino alla prima
guerra del Golfo del 1990, hanno sostenuto conflitti militari (ad eccezione dell’invasione
lampo di Panama per cacciare “Faccia d’ananas-Noriega”
a dicembre 1989) ad almeno 7- Tuttavia
resta ancora assai improbabile che gli americani possano mai trovarsi una guerra
alle porte di casa ed in quanto agli attentati, nonostante
quello dell’11 settembre 2001 resti un fatto materialmente ed emotivamente devastante
(soprattutto per le proporzioni: dalle modalità al numero delle vittime alla entità
della distruzione), ritengo che nessuna nazione possa, oggi, ragionevolmente sentirsi
al sicuro da questo tipo di eventi dato l’immenso numero degli spostamenti di
persone -possibili ed effettivi- attraverso il globo (anche se è evidente che
gli americani, fino a quella tragica data, non avessero mai neppure lontanamente
immaginato che il loro paese potesse subire una violazione di quel genere). I
numeri dei “movimenti” e degli scambi umani nel mondo contemporaneo sono talmente
grandi rispetto alle capacità di controllo da parte delle autorità statali, che
appare arduo mantenere con una minima ragione, in queste condizioni, un sufficiente
senso di sicurezza ed a maggior ragione se consideriamo, come hanno indicato assai
chiaramente numerose cronache approfondite dell’attentato
alle Torri Gemelle, le molte domande sulla efficacia dei sistemi di sicurezza
rimaste senza risposta: il riferimento è alle numerose falle che sono state riscontrate
nei servizi di controllo e di intelligence riguardo ai movimenti dei terroristi. E
questo non per insinuare in maniera eccessivamente “dietrologica”,
come abbiamo letto, che gli evidenti segnali di pericolo sarebbero stati in qualche
modo “ignorati” dai servizi americani così che un evento eclatante avrebbe potuto
ben giustificare l’inasprimento delle misure “repressive”, ma più semplicemente
per dire quanto il diffuso e solido senso di sicurezza degli americani, che l’attentato
alle torri gemelle ha definitivamente ed irrimediabilmente infranto, poggiasse
-alla luce dei fatti- su presupposti scarsamente giustificati, poco inconsistenti,
eppure anche così radicati nella convinzione generale da avere prodotto una fatale
sottovalutazione dei rischi reali che il paese stava correndo. Inoltre gli USA
sono sempre stati assai esposti in varie zone del mondo, nel senso che hanno copiscui
interessi o sono impegnati direttamente in maniera massiccia ma non sempre “pacifica”
e questo, evidentemente, fa spesso di loro un soggetto molto odiato se non proprio
un nemico da distruggere. Così,
se consideriamo l’eccesso di sicurezza e l’eccesso di insicurezza
presenti, rispettivamente, prima e dopo l’attentato, possiamo affermare
che l’11 settembre del 2001 sia stato un vero e proprio spartiacque nella coscienza
collettiva degli americani: ora sanno qualcosa di più sui rischi che corre una
superpotenza imperiale ma, soprattutto, c’è da augurarsi che abbiano anche almeno
intuito che la difesa del proprio tenore di vita (perché, alla fine, è di questo
che si tratta: di soldi), in sostanza fondato sullo “squilibrio” nel consumo di
risorse e dunque nell’approvvigionamento delle stesse, oltre un certo limite non
è più sostenibile, in quanto impossibile, se non per le categorie sociali che
detengono il potere. Non è un caso che i morti sotto le macerie delle torri siano
stati per lo più lavoratori la gran parte dei quali immigrati |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 7 settembre 2008 |