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Il Papà di Giovanna
di Chiara Bianchi

Siamo a cavallo della seconda guerra mondiale, poco prima, poco dopo.

La Storia con la S maiuscola si insinua fra le pieghe (e le piaghe) di questa storia -minuscola- di famiglia in cui un padre (intenso Orlando, vincitore della Coppa Volpi, non senza qualche polemica, al festival del cinema di Venezia) culla, protegge, ama la figlia assassina, disturbata e fragile, infarcendo il suo amore di errori, dimostrandolo sopra ogni cosa, pur nell’assecondamento.

La messa in scena è dettagliata e puntuale, tutto attorno al microcosmo narrativo si sta sfaldando, lo dice la materia, lo dicono i colori; la fotografia gioca con i capelli rame e la pelle diafana di Giovanna/Alba Rohrwacher (tragicamente brava, sottile e sfuggente, richiusa nel corpo e nello sguardo) donando matericità alla polvere e ai detriti che i bombardamenti lasciano dietro di sé, a tutti i segni del tempo che scorre e che dà il ritmo frenato a questo lento decadimento.

Ezio Greggio è credibile nella parte di un solerte e furbo poliziotto, attento, umano, ma non sempre disinteressato. Francesca Neri è Delia, moglie di Orlando, antitesi della figlia Giovanna (“tua figlia”, “no, nostra figlia” banale ma illuminante scambio di battute) specchio riflesso e deformante, tanto piacente e conscia della propria avvenenza, della propria femminilità, quanto la figlia è chiusa e intimidita dalla vita e perciò eccessiva e psicotica nelle sue manifestazioni violente e fuori luogo fino al gesto estremo.

I rapporti umani e familiari vengono sviscerati di fronte ad un episodio tragico, alla concretizzazione, di fatto, del disagio e della malattia.

Il non detto, il non compreso, si rivelano e rompono gli equilibri, già precari, già infelici, eppure gentilmente, senza clamore, nei silenzi, lasciando uno spiraglio, una parvenza di respiro.

Così come l’Italia, faticosamente si ricostruisce, nella diplomazia, nel compromesso, anche il nucleo familiare, dopo la decostruzione, può essere rinsaldato.

Pupi Avati racconta tutto in punta di piedi, con mano leggera e toni rispettosi, con stile semplice ma efficace senza mai alzare la voce e scavalcare con eccessivi virtuosismi stilistici o eccessiva tragicità, il materiale narrativo che si può palesare in tutta la sua verosimiglianza. Unica pecca, forse, qualche passaggio frettoloso di sceneggiatura, qualche lungaggine di troppo, una ritmica non sempre fluida e con qualche discontinuità.


© LiberaMENTE MAGAZINE 21 settembre 2008