Rania di Giordania |
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| di Katia
Olivieri |
| Sono tante le interviste rilasciate da Rania,
pur essendo una donna per molti aspetti riservata, come si conviene a una donna
sposata a un re, Abdallah, re di Giordania, re di un paese musulmano. Rania nasce
in Kuwait, nel 1970, da genitori palestinesi.
Frequenta nel Kuwait Un amore meraviglioso
è in attesa di Rania che incontra per la prima volta il re di Giordania ‘Abd Allāh
bin (variante orientale di "Ibn") al-Husayn, quando era ancora principe,
a una cena, nel gennaio del 1993. La vita dei due si scandisce come quella di
due ragazzi qualunque. Il principe la corteggia, non mollerà mai la presa, finché
riuscirà a sposarla, e un grande destino si prepara. In barba a quello che si
è soliti immaginare e credere, la loro è inizialmente una vita semplice. Vanno a vivere in America presso l’accademia militare
di Montery, in un’appartamento di solo tre stanze. Lei cucina e lui lava i piatti.
Vanno al cinema e si divertono come matti. Quando tornano in Giordania li si vede
spesso passare su di una rombante motocicletta giapponese. Talvolta in discoteca,
più seri al ristorante, finché nel 1999, alla morte di re Hussein, diventano re
e regina. I reali di Giordania hanno quattro figli: Husayn, Īmān, Salma e Hāshim.
Rania di Giordania
è figlia dei suoi tempi, e ha tutte le carte in regola per poter ripensare al
ruolo della donna d’oggi, fuori da ogni schema e pregiudizio. La sovrana hashemita, da sempre impegnata in un dialogo
pieno di fermenti tra l’Oriente e l’Occidente, è il chiaro esempio di una terra dove il vento
fresco è portatore di innumerevoli cambiamenti. Ammirate questa donna, si osservi
la donna, innanzitutto, e non Introduzione alla poesia "Tante favole abbiamo
ascoltato" di Katia Olivieri Nel lontano dicembre 2001, la mia amica poetessa
Novella Torre, mi rigirò una e-mail di Amnesty International
che chiedeva firme da tutte il mondo, per salvare Amina, una donna afghana, di
29 anni. Successivamente un’altra donna riuscì a scampare alla feroce uccisione,
anche lei di nome Amina, una donna nigeriana che, grazie alla mobilitazione internazionale,
si salvò. Pensavo fosse Si legge nei comunicati stampa: Lapidata.
Trascinata nella strada, picchiata, tramortita, poi finita a
sassate, con agonia lenta, terrificante. La tradizione è dura a morire.
A tirare la prima pietra sarebbe stato proprio il marito, che poi avrebbe aizzato
gli uomini della sua famiglia e di tutto il villaggio. Un piccolo centro abitato
nel distretto di Argo, a ovest di Faizabad, il capoluogo della provincia settentrionale
del Badakhshan. Sembra che il marito fosse rimasto all'estero 5 anni. Al ritorno,
avrebbe scoperto che la giovane moglie aveva instaurato una relazione con un vicino. «La condanna
per lapidazione è stata eseguita giovedì. La sentenza
era stata voluta dal leader religioso locale, mullah
Mohammed Yussuf», ha dichiarato con linguaggio burocratico il capo della polizia
regionale, generale Shah Jahan Noori. Il quale ha anche aggiunto che è stata aperta
un'inchiesta e promette di punire gli eventuali
responsabili. «Abbiamo inviato una delegazione sul posto
per verificare le informazioni. Se fossero confermate, sarebbero puniti i colpevoli.
Perché questo tipo di decisioni stanno alla magistratura e non ai dignitari locali»,
specifica. Secondo alcune fonti legate alla Commissione afghana per i diritti dell'uomo, però non vi sarebbe stata lapidazione,
ma la donna sarebbe stata assassinata in altro modo dalla famiglia del marito.
Pare, inoltre, che la famiglia del marito tradito si sia limitata a «punire l'amante
con 100 frustate in pubblico». L. Cremonesi Nessuno al mondo può tollerare questa
barbarie, e Rānia, la Regina di Giordania, è il chiaro esempio, che una donna
va rispettata in ogni luogo, in ogni circostanza, in ogni momento. Tante Favole Abbiamo Ascoltatoad Amina Lasciami dire di quel velo azzurro rinnegato dentro un sonno di nuvole
grigie. [Tante favole abbiamo ascoltato.] I giardini giulivi dove s’involano mute piume bianche di gioia, e i lunghi corridoi d’acqua dove corrono a perdifiato i
nostri baci. Il silenzio dell’alba che ancora sovrasta i grandi pini marittimi scoperchiati in un gemito d’aria fresca [e libera. E il profumo delle zagare
e dei limoni, l’impronta divertita di una
stella marina […] sotto lo sguardo miope
della torre. E poi milioni, milioni, milioni
[di
chiese, e un gomitolo di case rappreso
sopra la collina. Le voci piccole dei bambini che giocano - anche di notte - nascosti sotto il letto. Lasciami finire, sì, le favole belle dei nostri mari e delle nostre terre prima che il buio cada sopra gli alberi che non conosci, gli alberi troppo nudi, a cui tentiamo invano d’aggiustare una foglia. E qualche brandello di
casa resiste una candela indifesa galleggia,
ora, dentro una palude d’inganni. Là. Dove camminano - settimane intere - file nere di donne, devi sapere, come tante formiche; pur di riuscire
a votare. Lasciami allora dire di chi sotto il cielo non può restare e nascoste sotto il velo nessun diritto. Forse anche lei, tanto a lungo giovane pianta coraggiosa dentro una voragine, col suo fiore attaccato al
seno, sognava l’amore. E di quel suo paese di steppe e deserti salati di quel suo paese, AFGHANISTAN,
sulla cartina neppure una croce. Quel sasso sempre in bilico sopra le eliche del vento. Oh il vento, il vento, il
vento che soffia violento e impreca centinaia di giorni l’anno. Il vento, laggiù, che ha
fermato i carovanieri ma non le donne; [le donne che hanno osato
amare!] Lasciami allora dire di
chi mai un giorno
è
stata bambina
ed
il sole
è un sogno sbiadito. Sotto un velo spesso di
rabbia tanto, troppo a lungo trattenuto. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 15 novembre 2009 |