| La Ricerca della Felicità |
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| di
Elena Refraschini |
| Il film “La ricerca della felicità” è uscito nel 2006 negli Stati Uniti. Il titolo originale è “The pursuit of happyness”. Questo
è il primo paragrafo della Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti dal
Regno Unito, firmata da Thomas Jefferson (tra gli altri) il
4 luglio 1776: "We hold these truths to be self-evident, that
all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain
unalienable Rights, that among these are Life, Liberty
and the pursuit of Happiness". "Reputiamo
queste verità evidenti, che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono stati
dotati dal Creatore di alcuni Diritti inalienabili, tra i quali ci sono il diritto
alla Vita, alla Libertà, e alla ricerca della Felicità". E questo
film parla in effetti della ricerca della felicità, in
una città dove il costo della vita aumenta ogni secondo e la classe media sta
scomparendo. Si tratta di una storia vera: quella di Chris Gardner, oggi multimilionario
ma cittadino ai margini della società soltanto negli anni Ottanta. Gardner oggi
è manager, motivational speaker ma soprattutto è CEO
della società di stockbrokerage Gardner Rich
& Co., con sede a Chicago. La figura di quest’uomo è molto importante perché
ha avuto un ruolo non secondario nella produzione del film tratto dalla propria
autobiografia. Questa reca un errore di spelling nel titolo: “happyness”
è scritto con una Y anziché una I, e l’autore afferma di avere visto la parola
felicità scritta in modo errato in un graffito su un muro durante il periodo trascorso
senza una dimora fissa, nella miseria più estrema (se non altro, quella più estrema
immaginabile in un Paese come gli Stati Uniti in un’epoca come quella degli anni
Ottanta, considerata economicamente positiva grazie alle politiche liberali di
Reagan). Gardner ritiene che la propria storia possa essere estremamente positiva
e motivazionale, tanto da organizzare proiezioni gratuite della pellicola per
i senzatetto di Chicago. La
storia è abbastanza semplice, come soltanto una spirale verso il basso può esserlo:
Chris si era trasferito nella costosissima e poetica San Francisco con la moglie,
intendendo fare affari come venditore di macchinari per la scansione della densità
ossea. Queste erano molto costose e quindi molto difficili da piazzare, perché
non estremamente necessarie. Mentre tenta di “piazzare” uno dei macchinari, incontra
un uomo mentre posteggia la sua macchina elegante e costosissima. Gli chiede che
lavoro fa e come si fa a farlo. Scopre che l’uomo è uno “stock brocker”,
e riesce ad entrare (grazie a capacità matematiche che aveva sin da bambino, oltre
ad una ammirabile capacità oratoria) ad uno stage insieme
ad altri 19: soltanto uno, alla fine dello stage semestrale, verrà assunto dall’azienda.
I mesi passano e non si può più contare su Chris perché porti a casa qualche soldo,
e la moglie Linda è costretta a fare i doppi turni per mantenere anche il loro
bambino, Chris Junior. Stremata dai continui sogni di successo mai diventati
realtà del marito, lo lascia. Inizierà
così un periodo terribile per l’uomo, che si impegna al 100% contro ogni avversità
sul lavoro, e intanto cerca di badare al figlio piccolo. Gli sfratti si susseguono
uno dopo l’altro, finchè si ritrova a dormire negli
alloggi organizzati per i senzatetto, oppure nei bagni della metropolitana. Nel
classico schema dell’american dream che si avvera, è
facile immaginare il finale: ma non ne parleremo qui. Il
film è stato criticato, nonostante la regia del “nostro” Gabriele Muccino, per
l’implicito significato che sembrava stare nel titolo: il raggiungimento della
felicità, sacrosanto diritto sancito anche nella Dichiarazione d’Indipendenza,
si ottiene soltanto ottenendo una buona posizione lavorativa, e – soprattutto
- ben remunerata. Ma
quello che, invece, è sottolineato nella pellicola, è lo sforzo: lo sforzo necessario
per resistere contro le avversità e continuare ad inseguire il proprio sogno.
Sembrerebbe una storiella facilmente utilizzabile specialmente dai tanti motivational
speaker che pullulano negli Stati Uniti e non solo. Ma il fatto che questa derivi
da un’esperienza di vita vissuta, ci costringe a prestarle più attenzione e più
sensibilità. Le due forze che sono sempre presenti in maniera intensa, in ogni
caso, non sono il “greed” americano (la brama di denaro) ma l’incrollabile amore
per il figlio e l’altrettanto incrollabile tenacia necessaria a non abbandonare
mai i propri sogni contro tutte le possibilità e gli ostacoli. Will
Smith, che interpreta il ruolo del protagonista, è riuscito a conquistarsi la
fiducia di Chris Gardner, nonostante i primi dubbi. Un ulteriore tocco di poesia
è dato dal fatto che il figlio Chris Jr. è interpretato dal figlio stesso di Smith,
e l’alchimia tra due è facilmente visibile sullo schermo. |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 9 settembre 2007 |