E’
difficile parlare di dialogo interculturale in un’Italia dove buona parte del
nuovo esecutivo proviene dalle file di un partito che ha fatto e fa della “linea
dura” e della sicurezza il proprio cavallo di battaglia; si rischia di venire
immediatamente bollati come “di sinistra”, esponenti di una “filosofia” più tollerante
e conciliante con il “diverso” che si è rivelata sotto certi aspetti fallimentare
(basta guardare gli ultimi risultati elettorali) e che sicuramente non sta andando
di moda in questi ultimi giorni.
Basta
guardare quello che è avvenuto a Napoli il 13 Maggio e nei giorni seguenti. Il
sospetto che un’adolescente rom avesse rapito una bambina
di sei mesi ha fatto scattare l’ira degli abitanti, che si sono scagliati nel
pomeriggio e nella notte contro vari accampamenti nomadi; l’attacco del rione
Ponticelli da parte di donne furiose urlanti insulti e slogan, quello dell’ex
centro per disabili Tropeano, e altri in vari punti
della città. La condanna delle aggressioni è arrivata subito dall’Unione Europea
tramite il portavoce dell’agenzia per i rifugiati Laura Boldrini. Il Ministro per le Politiche Europee Ronchi dovrà
far capire ai membri l’importanza dei problemi italiani in questo frangente, senza
cadere nelle accuse generalizzate ad un’etnia. Rincuorano, da questo punto di
vista, le dichiarazioni del Presidente Berlusconi e del Ministro Maroni: il primo ha affermato che nelle scelte del governo
si rispetteranno i diritti umani, mentre il secondo ha ricordato che la responsabilità
dell’atto criminale o comunque illegale ricade sempre sull’individuo, non sulle
etnie o sulle nazionalità.
Ma
non è facile far sbollire la rabbia di chi vive sulla propria pelle il confronto
con l’immigrato (specie se illegale) in ogni campo essenziale della vita, dall’assegnazione
degli alloggi al posto di lavoro: sono le fasce più economicamente deboli della
popolazione a provare frustrazione, le stesse che preferiscono urlare insulti
e agire con le proprie mani e braccia (e armi improvvisate) piuttosto che passare
per vie istituzionali.
Anche questa è un’istantanea della società italiana,
piegata da un forte aumento generale dei prezzi e da scarse opportunità di lavoro
(anche nei settori più umili, occupati ora da immigrati).
La
conoscenza, a questo punto, è forse il mezzo più efficace per decostruire pregiudizi
e incomprensioni, e da qui odio e razzismo.
In Italia vengono
chiamati, con accezione dispregiativa, “zingari”: termine che deriva dal greco
Athinganoi, che
designava una setta eretica che praticava la magia nera. Il termine inglese è
“gipsy”, che deriva da “Egypt”, Egitto. Il termine con
cui loro stessi si definiscono è rom, che significa uomo o marito.
Essendo
inesistente una tradizione storica scritta, si può soltanto ipotizzare che i
rom siano discendenti di un popolo dell’India del Nord, partito da lì verso
l’anno Mille per arrivare in Asia Minore un secolo dopo. Su cosa si basa questa
supposizione? Nella metà degli individui di sesso maschile rom è presente il cromosoma
Y tipo H-M82, che è raro fuori dalle popolazioni del
subcontinente indiano; altro indizio è costituito dalla lingua, che presenta somiglianze
con alcuni dialetti indiani. Alcune testimonianze dimostrano che i primi nomadi
arrivarono in Europa orientale verso il 1400.
L’unità
di base è la famiglia; l’uomo si dedica a vari mestieri, tra cui quello del ramaio
o dell’allevatore e commerciante di cavalli; la donna si dedica alla crescita
dei figli, o alla danza, o all’arte del predire il futuro. Accanto all’unità
famigliare ci sono diversi raggruppamenti, che vanno dall’unione con i parenti
causa affari o interessi in comune, alla “kumpània”,
cioè l’unione di diverse famiglie resa salda dall’appartenenza allo stesso gruppo
o sottogruppo.
Si
sente parlare poco, inoltre, del fatto che anche i rom
abbiano avuto la loro “Shoah”: furono cioè sterminati a migliaia dal regime nazista
– crimine che loro chiamano “porjamos”. È difficile
dire in quanti perirono: soprattutto perché furono imprigionati sia cittadini
tedeschi (e di Stati vicini) di origine rom, che persone senza cittadinanza. Il
genocidio di questo popolo è stato sempre taciuto, addirittura nella sentenza
del processo di Norimberga vi è dedicato soltanto un capitolo. Ian Hancock,
direttore del programma di studi Rom presso l’Università del Texas, pensa che
la cifra vada da 500 mila e un milione e mezzo di vittime. Ma mentre il popolo
ebraico ha conosciuto commemorazioni e riconoscimenti politici e culturali, nulla
è stato riservato ai diversi popoli Rom, che popolano ora le nostre strade e i
nostri disastrati campi senza potersi dedicare alle loro tradizionali professioni.
Non c’è da stupirsi, allora, se la piccola delinquenza aumenta
nelle zone in cui vi sono i loro insediamenti: il tasso di scolarizzazione dei
bambini e ragazzi è appena al 3%: cosa possono fare i ragazzi, tutto il giorno?
tra pochi anni diventeranno uomini, e continueranno a mendicare
o rubare per poter vivere.
Non
è un problema che si risolve facilmente, ed è probabilmente per questo che, nel
succedersi dei vari governi, una soluzione non si è mai effettivamente trovata.
Si può soltanto auspicare che nel nuovo “pacchetto sicurezza” vengano
rispettate le parole della Costituzione (art. 6: “La Repubblica tutela con apposite
norme le minoranze”) e non si proceda alla cacciata indiscriminata dell’intera
etnia, che andrebbe invece studiata e divulgata, per frenare episodi di violenza
come quelli a cui abbiamo da poco assistito e per i quali siamo stati (a torto
o a ragione) tanto criticati dai vicini spagnoli.
Fonti:
-
il Corriere della sera, 11-14-15-16-17-19-20-21-30 Maggio
2008
- http://it.wikipedia.org/wiki/Rom_(popolo)
-
http://www.gfbv.it/3dossier/sinti-rom/it/rom-it.html