Pieno di buoni propositi,
“Saturno contro” si pone
come film corale e ricco di spunti, che purtroppo
però spesso si perdono nella narrazione.
La storia piena di personaggi poco presenti, si concentra su un
avvenimento che sconvolge le vite di un gruppo di amici che si
trova per una cena a casa di una coppia omosessuale (il tema del
“diverso”, soprattutto se riferito ai gusti sessuali, e la conseguente
integrazione, è frequente nei film di Ozpetek): Davide, scrittore di fiabe riconosciuto, e Lorenzo, giovane pubblicitario
in carriera.
A questa cena partecipano: Angelica, psicologa e moglie
di Antonio, un bancario totalmente assente nella vita di famiglia
e di coppia; Roberta, ragazza contro ogni limite imposto e predisposta
ad ogni vizio, che ha come passione l’astrologia; Paolo, amico
di Lorenzo,
scrittore dilettante e ammiratore di Davide, capitato
alla cena per una “casuale fortuna”; Sergio, ex fidanzato di Davide,
che non si vuole definire gay ma preferisce rimanere fedele alle
tradizioni e definirsi “frocio”, comprensivo e presente a distanza
nella vita di quell’amore che ormai non gli appartiene più; Neval,
la traduttrice turca che dona consigli e appoggio in modo piuttosto
brutale e sfacciato; Roberto, marito devoto di Neval, emotivamente
disturbato.
La malattia improvvisa
di Lorenzo, e il successivo coma, sembra unirli e metterli a confronto
diretto; poco reale però il percorso che segue questo gruppo di
icone di una generazione ormai adulta e non ancora totalmente
disillusa dalla vita.
Da questa vicenda vediamo diramarsi le vite dei protagonisti e
siamo spettatori di come ognuno abbia nella sua vita atteggiamenti
diversi di fronte ai problemi. Si intervalleranno nello scorrere
della pellicola le diverse vite dei personaggi, rimanendo però
solo delle bozze mai approfondite, come una sinfonia senza accenti,
ma con forti stonature.
Il gruppo di amici vuole mostrarsi unito in ogni difficoltà: ad
esempio all’inizio del film, tutti stanno cercando di smettere
di fumare. Si presentano in questa occasione due elementi opposti:
Angelica che tiene il corso anti-fumo, e Roberta che proprio non
riesce ad affrontare il vizio, così come tutte le difficoltà che
le si presentano nella vita, fin al punto che non vuole mai
vedere l’amico soffrire: passa ore nel corridoio dell’ospedale
ma non entra mai nella stanza dell’amico.
Nel procedere delle vicende si scopre il tradimento del marito
di Angelica, che risulta essere un uomo molto debole e fragile,
mentre lei, psicologa di lavoro e anche nella vita, è una donna
gelidamente comprensiva.
Nonostante il tradimento del marito, al quale reagisce in modo
follemente razionale, Angelica dimostra il suo essere prima amica
e poi moglie, mantiene con Antonio un rapporto irrealmente solidale,
“separasi senza allontanarsi” sembra essere il loro motto.
I figli
della coppia fanno parte di quella nuova generazione di bambini
saputelli e comprensivi, più maturi e spietati degli adulti; forse
a colmare la fiabesca bontà dei genitori, vengono inseriti come il grillo parlante della situazione.
Avvicinandoci alla
fine del film vediamo l’amante e Angelica creare al loro incontro
un’imbarazzata (e imbarazzante) complicità.
L’amicizia deve continuare e superare ogni ostacolo, soprattutto
in un momento di difficoltà.
Gli amici si ritroveranno sempre riuniti, come una famiglia, sulla
panca nel corridoio dell’ospedale dove viene ricoverato Lorenzo. Forte il messaggio: la vera famiglia
non è quella in cui nasciamo ma quella
che ci creiamo durante la vita, gli amici sono i veri fratelli
e genitori.
Il padre di Lorenzo quando appare sembra un estraneo e, inizialmente,
non vuole capire l’omosessualità del figlio.
Interessante,
ma forzato, il concetto che viene esposto da Sergio alla
moglie del padre: non si deve accettare l’omosessualità del proprio
figlio, ma condividerla.
Di nuovo la bilancia di Ozpetek arriva a perdere l’equilibrio:
le uniche posizioni possibili sono o essere contro i gay o talmente
comprensivi da condividere; non lasciando spazio ad opinioni differenti,
sorge il dubbio che volesse dire qualcos’altro ma che non abbia
trovato le parole giuste, provocando così una forzatura sul tema.
L’eutanasia è un tema non semplice da affrontare, nel film
infatti viene solo accennato: sembra quasi che il regista
voglia togliersi ogni responsabilità d’opinione. Questo atteggiamento
potrebbe essere visto come una mancanza d’attenzione verso un
tema tanto profondo e delicato, ma d’altronde a volte è meglio
evitare inutili parentesi se poi non le si possono
affrontare con l’attenzione che meritano.
Il film si conclude con una corale solidarietà verso la sofferenza
di Davide, anche se per tutto il film sembra essere lui a dover
sostenere gli altri; finalmente lascia esplodere il suo dolore,
quasi una soluzione facile e sbrigativa da parte di Ozpetek - anche se ci sono immagini popolarmente poetiche
in queste ultime sequenze narrative.
Ozpetek sembra non
comprenda bene in che direzione “guidare” il film. Rimane, comunque,
un buon regista: carica lo spettatore a livello emotivo, ma nonostante
il film sia sulla scia de “Le fate ignoranti”, purtroppo spesso
perde rotta.