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Saturno Contro
di Silvia Severino

Pieno di buoni propositi, “Saturno contro” si pone  come film corale e ricco di spunti, che purtroppo però spesso si perdono nella narrazione.
La storia piena di personaggi poco presenti, si concentra su un avvenimento che sconvolge le vite di un gruppo di amici che si trova per una cena a casa di una coppia omosessuale (il tema del “diverso”, soprattutto se riferito ai gusti sessuali, e la conseguente integrazione, è frequente nei film di Ozpetek): Davide, scrittore di fiabe riconosciuto, e Lorenzo, giovane pubblicitario in carriera.
A questa cena partecipano: Angelica, psicologa e moglie di Antonio, un bancario totalmente assente nella vita di famiglia e di coppia; Roberta, ragazza contro ogni limite imposto e predisposta ad ogni vizio, che ha come passione l’astrologia; Paolo, amico di Lorenzo,  scrittore dilettante e ammiratore di Davide, capitato alla cena per una “casuale fortuna”; Sergio, ex fidanzato di Davide, che non si vuole definire gay ma preferisce rimanere fedele alle tradizioni e definirsi “frocio”, comprensivo e presente a distanza nella vita di quell’amore che ormai non gli appartiene più; Neval, la traduttrice turca che dona consigli e appoggio in modo piuttosto brutale e sfacciato; Roberto, marito devoto di Neval, emotivamente disturbato.

La malattia improvvisa di Lorenzo, e il successivo coma, sembra unirli e metterli a confronto diretto; poco reale però il percorso che segue questo gruppo di icone di una generazione ormai adulta e non ancora totalmente disillusa dalla vita.
Da questa vicenda vediamo diramarsi le vite dei protagonisti e siamo spettatori di come ognuno abbia nella sua vita atteggiamenti diversi di fronte ai problemi. Si intervalleranno nello scorrere della pellicola le diverse vite dei personaggi, rimanendo però solo delle bozze mai approfondite, come una sinfonia senza accenti, ma con forti stonature.
Il gruppo di amici vuole mostrarsi unito in ogni difficoltà: ad esempio all’inizio del film, tutti stanno cercando di smettere di fumare. Si presentano in questa occasione due elementi opposti: Angelica che tiene il corso anti-fumo, e Roberta che proprio non riesce ad affrontare il vizio, così come tutte le difficoltà che le si presentano nella vita, fin al punto che non vuole mai vedere l’amico soffrire: passa ore nel corridoio dell’ospedale ma non entra mai nella stanza dell’amico.
Nel procedere delle vicende si scopre il tradimento del marito di Angelica, che risulta essere un uomo molto debole e fragile, mentre lei, psicologa di lavoro e anche nella vita, è una donna gelidamente comprensiva.
Nonostante il tradimento del marito, al quale reagisce in modo follemente razionale, Angelica dimostra il suo essere prima amica e poi moglie, mantiene con Antonio un rapporto irrealmente solidale, “separasi senza allontanarsi” sembra essere il loro motto.
I figli della coppia fanno parte di quella nuova generazione di bambini saputelli e comprensivi, più maturi e spietati degli adulti; forse a colmare la fiabesca bontà dei genitori, vengono inseriti come il grillo parlante della situazione.

Avvicinandoci alla fine del film vediamo l’amante e Angelica creare al loro incontro un’imbarazzata (e imbarazzante) complicità.
L’amicizia deve continuare e superare ogni ostacolo, soprattutto in un momento di difficoltà.
Gli amici si ritroveranno sempre riuniti, come una famiglia, sulla panca nel corridoio dell’ospedale dove viene ricoverato Lorenzo. Forte il messaggio: la vera famiglia non è quella in cui nasciamo ma quella che ci creiamo durante la vita, gli amici sono i veri fratelli e genitori.
Il padre di Lorenzo quando appare sembra un estraneo e, inizialmente, non vuole capire l’omosessualità del figlio.
Interessante, ma forzato, il concetto che viene esposto da Sergio alla moglie del padre: non si deve accettare l’omosessualità del proprio figlio, ma condividerla.
Di nuovo la bilancia di Ozpetek arriva a perdere l’equilibrio: le uniche posizioni possibili sono o essere contro i gay o talmente comprensivi da condividere; non lasciando spazio ad opinioni differenti, sorge il dubbio che volesse dire qualcos’altro ma che non abbia trovato le parole giuste, provocando così una forzatura sul tema.
L’eutanasia è un tema non semplice da affrontare, nel film infatti viene solo accennato: sembra quasi che il regista voglia togliersi ogni responsabilità d’opinione. Questo atteggiamento potrebbe essere visto come una mancanza d’attenzione verso un tema tanto profondo e delicato, ma d’altronde a volte è meglio evitare inutili parentesi se poi non le si possono affrontare con l’attenzione che meritano.
Il film si conclude con una corale solidarietà verso la sofferenza di Davide, anche se per tutto il film sembra essere lui a dover sostenere gli altri; finalmente lascia esplodere il suo dolore, quasi una soluzione facile e sbrigativa da parte di Ozpetek - anche se ci sono immagini popolarmente poetiche in queste ultime sequenze narrative.

Ozpetek sembra non comprenda bene in che direzione “guidare” il film. Rimane, comunque, un buon regista: carica lo spettatore a livello emotivo, ma nonostante il film sia sulla scia de “Le fate ignoranti”, purtroppo spesso perde rotta.


© LiberaMENTE MAGAZINE 13 gennaio 2008