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Sorella, mio unico amore
di Elena Refraschini

Titolo: Sorella, mio unico amore
Autore: Joyce Carol Oates
Edizioni: Mondadori
Data uscita: maggio 2009

Una necessaria nota introduttiva: no, questo libro non parla di Barbie. L’immagine di copertina scelta dalla Mondadori per “Sorella, mio unico amore” non rende giustizia né alla materia né al tono generale dell’opera alla quale si presta.
Il nuovo lavoro della instancabile Oates non è certo frivolo e disimpegnato, né tantomeno catalogabile come “libro da spiaggia” (nonostante alcune riviste l’abbiano inserito proprio in tale categoria).

La storia trae spunto, molto chiaramente, dalla tragica vicenda di cronaca dell’assassinio ancora irrisolto della piccola “reginetta di bellezza” americana JonBenet Ramsey, uccisa il 26 dicembre del 1996. La protagonista del libro, tuttavia, è una giovanissima promessa del pattinaggio su ghiaccio di nome Bliss (“benedizione”). In effetti, le similitudini sono numerose: la madre ha un nome poco diverso, da Patsy è stata “ribattezzata” Betsey; il padre, rimasto pezzo grosso di una grande società, da John Bennet Ramsey è diventato Bix Rampike; l’età dei figli è riprodotta: la piccola JonBenet è stata uccisa all’età di sei anni, quando il fratello Burke (Skyler, nel libro) ne aveva nove. La bambina è stata trovata nella cantina della grande villa storica della ricca famiglia, strangolata e con un grave trauma cranico. Tra i sospettati ci furono subito i genitori. Altro dettaglio rispettato nel libro è che fu ritrovata una lettera richiedente il riscatto per ottenere la liberazione della figlia, anche se poche ore dopo ne fu ritrovato il cadavere nella sala dei vini sotterranea. Fu proprio il padre a fare l’orrenda scoperta. Le similitudini sono talmente tante che è impossibile non disegnare un parallelo tra la vicenda accaduta più di dieci anni fa che ha scosso profondamente la coscienza americana (i bambini non sono al sicuro nemmeno nei super protetti e super ricchi sobborghi), e questo romanzo pubblicato in aprile (ma che ancora occupa un posto d’onore nelle classifiche e nei banconi delle novità delle librerie).

Ma la scrittrice non ha voluto né inscenare un crimine, né scrivere un giallo.

L’intento principale sembra essere stato, invece, quello di proporre un impietoso ritratto dell’alta borghesia americana, essendo questo uno dei temi preferiti della scrittrice. La violenza psicologica (e non) è un altro tratto ricorrente nella sua opera che qui ben si integra nella vicenda.

Chi introduce la storia a noi lettori è proprio il fratello di Bliss Rampike, Skyler. È lui, bambino problematico a causa della sempre maggiore attenzione dedicata alla “sorella prodigio”, quasi sempre imbottito di psicofarmaci, che ci racconta la propria infanzia, la vita in famiglia prima e dopo l’avvento di “Edna Louise” (il nome della sorellina prima che venisse ri-battezzata “Bliss”) quando lui aveva tre anni, l’attenzione mediatica e il riconoscimento sociale conseguenti ai successi sportivi della figlia, fino alla maledetta notte dell’omicidio e oltre, quando la psiche del ragazzo si sgretola inesorabilmente, perde i capelli che poi ricrescono color metallo, all’età di dieci anni. Fino all’epilogo. Risulta difficile scrivere un approssimativo riassunto del libro, in quanto proprio lo stile di quest’ultimo mal si presta a questo proposito.

Nascondendosi dietro le varie sindromi ossessive / ripetitive di Skyler Rampike, la Oates ci presenta una scrittura non lineare, sconnessa, eccessivamente ripetitiva, aggrovigliata, enfatica e a volte infantile, tanto da minarne la stessa credibilità.
Questi difetti sono sorprendenti, nel senso letterale, ci stupiscono, proprio perché (è un giudizio personale, ma è opinione largamente condivisa dalla critica letteraria americana) la Oates è una delle più grandi “maestre della parola” contemporanee.
A tratti il libro risulta addirittura “pesante”, proprio per la non necessaria ripetizione di alcune frasi, sintagmi o episodi.

Anche il ritratto della famiglia Rampike, nonostante si dipani per quasi settecento pagine (è senza dubbio uno dei temi portanti del libro), risulta carente: piuttosto che ad un accurato ritratto, siamo di fronte ad una serie di dolorosi stereotipi; la madre benestante frustrata che getta tutte le proprie aspirazioni deluse sulla innocente figlia, il padre ex atleta e classico “macho” americano in carriera e innamorato della moglie “tettona” (cit.) nonostante vada a letto con tante altre; il figlio taciturno disturbato che critica i valori della famiglia benpensante in cui è cresciuto.

Certo, molti aspetti caratteriali sono plausibili, quando non davvero reali: ma i difetti, in una persona in carne ed ossa quale un “personaggio a tutto tondo” dovrebbe rappresentare, sono controbilanciati almeno da qualche pregio. Ed è proprio un ritratto non a tinta unita, che permette al lettore di immedesimarsi nei personaggi che man mano scopre e conosce. Nel romanzo della Oates non c’è spazio per questi meccanismi, nell’impietosa critica che viene fatta degli “arricchiti” americani. E anche questo è davvero anomalo, conoscendo l’opera dell’autrice.

Insomma, un romanzo molto lungo in rapporto alla vicenda che racconta (667 pagine – per carità, scelta legittima) e non molto riuscito.

Nonostante l’allegra e frizzante immagine di copertina, meglio un Camilleri (completamente diverso, me ne rendo conto), che ha da poco pubblicato un nuovo romanzo, come libro da leggere sotto l’ombrellone e con il sottofondo delle onde che si infrangono sul bagnasciuga!


© LiberaMENTE MAGAZINE 12 luglio 2009