| Sorella, mio unico amore |
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| di
Elena Refraschini |
| Titolo: Sorella, mio unico amore Una
necessaria nota introduttiva: no, questo libro non parla di Barbie. L’immagine
di copertina scelta dalla Mondadori per “Sorella, mio unico
amore” non rende giustizia né alla materia né al tono generale dell’opera
alla quale si presta. La
storia trae spunto, molto chiaramente, dalla tragica vicenda di cronaca dell’assassinio
ancora irrisolto della piccola “reginetta di bellezza” americana JonBenet
Ramsey, uccisa il 26 dicembre del 1996. La protagonista
del libro, tuttavia, è una giovanissima promessa del pattinaggio su ghiaccio di
nome Bliss (“benedizione”). In effetti, le similitudini
sono numerose: la madre ha un nome poco diverso, da Patsy è stata “ribattezzata” Betsey;
il padre, rimasto pezzo grosso di una grande società, da John Bennet Ramsey è diventato Bix Rampike; l’età dei figli è riprodotta:
Ma la scrittrice non ha voluto né inscenare un crimine, né scrivere un giallo. L’intento principale sembra essere stato, invece, quello di proporre un impietoso ritratto dell’alta borghesia americana, essendo questo uno dei temi preferiti della scrittrice. La violenza psicologica (e non) è un altro tratto ricorrente nella sua opera che qui ben si integra nella vicenda. Chi introduce la storia a noi lettori è proprio il fratello di Bliss Rampike, Skyler. È lui, bambino problematico a causa della sempre maggiore attenzione dedicata alla “sorella prodigio”, quasi sempre imbottito di psicofarmaci, che ci racconta la propria infanzia, la vita in famiglia prima e dopo l’avvento di “Edna Louise” (il nome della sorellina prima che venisse ri-battezzata “Bliss”) quando lui aveva tre anni, l’attenzione mediatica e il riconoscimento sociale conseguenti ai successi sportivi della figlia, fino alla maledetta notte dell’omicidio e oltre, quando la psiche del ragazzo si sgretola inesorabilmente, perde i capelli che poi ricrescono color metallo, all’età di dieci anni. Fino all’epilogo. Risulta difficile scrivere un approssimativo riassunto del libro, in quanto proprio lo stile di quest’ultimo mal si presta a questo proposito. Nascondendosi
dietro le varie sindromi ossessive / ripetitive di Skyler
Rampike, la Oates ci presenta una
scrittura non lineare, sconnessa, eccessivamente ripetitiva, aggrovigliata, enfatica
e a volte infantile, tanto da minarne la stessa credibilità. Anche il ritratto della famiglia Rampike, nonostante si dipani per quasi settecento pagine (è senza dubbio uno dei temi portanti del libro), risulta carente: piuttosto che ad un accurato ritratto, siamo di fronte ad una serie di dolorosi stereotipi; la madre benestante frustrata che getta tutte le proprie aspirazioni deluse sulla innocente figlia, il padre ex atleta e classico “macho” americano in carriera e innamorato della moglie “tettona” (cit.) nonostante vada a letto con tante altre; il figlio taciturno disturbato che critica i valori della famiglia benpensante in cui è cresciuto. Certo, molti aspetti caratteriali sono plausibili, quando non davvero reali: ma i difetti, in una persona in carne ed ossa quale un “personaggio a tutto tondo” dovrebbe rappresentare, sono controbilanciati almeno da qualche pregio. Ed è proprio un ritratto non a tinta unita, che permette al lettore di immedesimarsi nei personaggi che man mano scopre e conosce. Nel romanzo della Oates non c’è spazio per questi meccanismi, nell’impietosa critica che viene fatta degli “arricchiti” americani. E anche questo è davvero anomalo, conoscendo l’opera dell’autrice. Insomma, un romanzo molto lungo in rapporto alla vicenda che racconta (667 pagine – per carità, scelta legittima) e non molto riuscito. Nonostante
l’allegra e frizzante immagine di copertina, meglio un Camilleri (completamente
diverso, me ne rendo conto), che ha da poco pubblicato un nuovo romanzo, come
libro da leggere sotto l’ombrellone e con il sottofondo delle onde che si infrangono
sul bagnasciuga! |
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© LiberaMENTE MAGAZINE 12 luglio 2009 |