Quest’opera può essere
definita unica sotto molti punti di vista, ma forse uno dei fattori
più interessanti che la rendono tale è che le principali persone
coinvolte nella sua realizzazione sono state prima di tutto coinvolte
in un modo o nell’altro nella terribile vicenda narrata – il che
rende il progetto molto più personale e sentito (cosa abbastanza
rara, purtroppo).
Naturalmente tutti ricordiamo le foto del reporter del Wall Street
Journal Daniel Pearl mostrate da tutti i telegiornali del mondo:
lui con indosso una tuta da ginnastica sgargiante che tiene in mano
un quotidiano, o lui con la pistola alla testa. Ricordiamo la pressione dei governi statunitense e pachistano, il clima
di tensione, la moglie incinta, lo ritroveranno? Ricordiamo poi
la scoperta della sua orrenda morte. Tutto attraverso lo schermo
della TV.
Michael Winterbottom era in Pakistan quando avvenne il rapimento e la successiva uccisione
– e poté tastare in presa certamente più diretta l’atmosfera tesa
e luttuosa di quei giorni.
Brad Pitt, fondatore della Plan B Entertainment che ha prodotto il film, rimase
colpito dalla forza e fermezza della moglie Mariane, che fu intervistata
dalla CNN per mandare un messaggio ai rapitori mettendo l’accento
sul fatto che sia lei che suo marito erano giornalisti mossi dagli
stessi ideali di pace e di reciproca comprensione tra le varie culture;
tra l’altro, Pitt stesso ha studiato Giornalismo all’Università,
prima di abbandonarla a due esami dalla conclusione per inseguire
il sogno di diventare attore.
Quando uscì
nel 2003 il suo libro di memorie “Un cuore grande: la vita e la
morte coraggiose di mio marito Daniel Pearl”, quella di Pitt fu
una delle tante compagnie che chiesero i diritti a Mariane per poterlo
portare sul grande schermo. Ma lei accettò la proposta della Plan B: perché (parole sue) “Brad era l’unico che aveva
effettivamente letto il mio libro”, e perché era sicura che non
avrebbe mai tradito lo spirito con cui ella l’aveva scritto: volendo
mandare un messaggio di pace, di speranza, di dialogo.
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Copertina del Libro "A Mighty Heart"
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Più o meno nello stesso
periodo, Mariane contatta Angelina Jolie. Per ragioni totalmente
indipendenti dal libro o dal film. Legge un’intervista data dall’attrice
e attivista (probabilmente quella uscita su Vanity
Fair nel giugno 2005, in cui è ritratta insieme
al figlio di allora 3 anni Maddox in una suite del Ritz
Hotel) in cui si parlava della sua vita da mamma single e di come
la priorità fosse comunque e sempre suo figlio, adottato nel 2002
da un orfanotrofio in Cambogia. In un’intervista per promuovere
il film negli USA; Mariane disse: “non è che normalmente io mi cerchi gli amici nelle riviste,
ma quella volta ebbi una strana sensazione, lessi l’intervista e
pensai, questa donna potrebbe essere mia amica”; così, dopo qualche
tempo, le due si incontrano e scoprono di avere molto più in comune
di quanto pensassero: il fatto di crescere un figlio da sole e di
essere state cresciute da piccole soltanto dalla madre, l’amore
per la maternità, l’interesse per le questioni umanitarie e in generale
per ciò che succede nel mondo. Nasce così una profonda e ricca amicizia.
E’ necessario quindi mettere fine a ciò che si è scritto troppe
volte e che non ha un minimo di verità: quando fu tempo di parlare
di casting, fu proprio Mariane a proporre a Pitt il nome di Angelina
nel ruolo di protagonista; non è quindi vero che Angelina “soffiò”
la parte a Jennifer Aniston, che nel frattempo aveva divorziato
da Pitt. Nonostante i timori di non riuscire a ritrarre una donna
così complessa, la Jolie alla fine accetta.
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Angelina Jolie e Mariane Pearl
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Si arriva così alla
primavera del 2006: Brad e Angelina, che ora sono ufficialmente
una coppia, attendono in Namibia (dove
si erano rifugiati dalla persecuzione costante dei paparazzi) la
nascita della loro prima figlia biologica; si incontrano con Mariane
per discutere chi potesse essere in grado di dirigere la pellicola.
L’autrice non voleva che il suo libro venisse trasformato nel classico melodramma strappalacrime
hollywoodiano, né che diventasse un film d’azione o un film sul
terrorismo che mettesse l’accento sulle divisioni e sulle incomprensioni
tra il mondo occidentale e quello islamico.
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Angelina nel ruolo di Mariane - Mariane
e il Figlio Adam - Danny in mano ai rapitori
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La scelta cadde naturalmente
su Michael Winterbottom, il quale non era nuovo a quelle “zone calde”
del pianeta ed aveva sempre mostrato, nel suo lavoro come nella
sua vita, un forte interesse per le problematiche del mondo: basti
ricordare, tra i suoi progetti più riusciti, “Welcome to Sarajevo”
e “The road to Guantanamo”. Egli è sempre stato riconosciuto e ammirato
per il suo stile documentario e vicino al giornalismo, privo di
fronzoli ed abbellimenti che staccano la pellicola dalla dura realtà.
È grazie al regista che il film si è mantenuto il più fedele possibile
al libro di Mariane: addirittura le scene corrispondenti sono state
girate proprio negli stessi luoghi in cui Pearl era stato prima
di cadere in trappola; tutto ciò è avvenuto in grande segretezza,
la snellezza della troupe faceva credere che le telecamere stessero
riprendendo le strade di Karachi e Islamabad
e quei luoghi tristemente famosi per un documentario televisivo.
Soltanto settimane dopo venne reso noto
il nome dell’attore che avrebbe (e aveva) interpretato Daniel Pearl,
quando tutte le scene che lo riguardavano in Pakistan erano già
state girate in gran segreto nel giro di dieci giorni. Questo per
sottolineare quando sia grande la dedizione di Futterman all’autenticità.
Il film, tuttavia, si svolge per la maggior parte al chiuso: nella
casa affittata da Mariane e Danny a Karachi, dove egli doveva effettuare
le ultime interviste per un pezzo che stava scrivendo sul possibile
collegamento tra Richard C. Reid (chiamato “shoe bomber” perché
cercò di far saltare in aria l’aereo Parigi-Miami del 22 Dicembre
2001 con un rudimentale ordigno nascosto nelle scarpe) e un religioso
musulmano lì residente di nome Sheikh Gilani.
È proprio in questa casa che, dopo la scomparsa di Danny, si muovono
tutti coloro che prendono parte alle investigazioni. Questa gran
parte del film è stata girata a Pune,
in India, nel giro di cinque settimane (la stessa durata della vicenda
reale narrata); l’ambiente interno è stato mantenuto, per quanto
possibile, illuminato naturalmente (senza, quindi, le illuminazioni
artificiali utilizzate di solito nei film), sempre nell’ottica di
conferire alla pellicola la maggiore autenticità possibile.
A detta di Angelina
(e non si fatica a crederle), la sfida più difficile dell’intero
film è stata per lei quella di dover interpretare una delle sue
migliori amiche, nel momento peggiore della sua vita. La pressione
si è fatta sentire sin da subito, e nell’umiltà e sincerità che
l’hanno da sempre contraddistinta ha spesso ammesso che non era
sicura di poter trasmettere appieno la grande forza d’animo, determinazione
ed eccezionalità della donna; soprattutto, sapendo che un giorno
il figlio di Mariane (era infatti incinta di cinque mesi all’epoca
dell’uccisione del marito) di nome Adam avrebbe visto il film –
era quindi sua responsabilità ritrarre nel modo giusto la madre
e il grande amore che la legava al padre che lui non ha mai conosciuto.
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Angelina nel ruolo di Mariane
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A detta di tutti i critici,
tuttavia, ci è davvero riuscita: ha lavorato moltissimo sull’accento
(Mariane parla correntemente l’inglese, che è però influenzato da
inflessioni francesi e cubane) e sulla cadenza del parlato (ha fatto
riferimento a come Mariane sia sicura di sé e diretta quando parla
di politica, ma di come si dimostri timida e reticente quando le
viene chiesto della sua vita privata, per
esempio). Ciò su cui si è più concentrata, però, è l’essenza della
donna: la forza e il coraggio che le hanno permesso di non spezzarsi
durante l’enorme tragedia che l’ha travolta. Naturalmente, anche
il fatto di indossare lenti a contatto castane ed una
enorme parrucca di riccioli neri aiutano l’immersione nel
personaggio. A detta di Newsweek, la performance di Angelina
“è la più delicata, potente e umana di tutta la sua carriera”. Inutile
dirlo, si vocifera già di Premio Oscar nel 2008.
Un’altra scelta del regista che va controcorrente rispetto alla
normale costruzione di un film, è stata quella di girare le scene
nella casa praticamente nello stesso ordine in cui le vediamo noi
sullo schermo. Questo fece sì che tutti gli attori si ritrovarono
sul set il primo giorno senza conoscersi (così come era successo
realmente a Mariane ed a tutto coloro che avrebbero partecipato
con lei alle ricerche), e mano a mano diventassero sempre più vicini
gli uni agli altri e sempre più emotivamente coinvolti nella vicenda,
come accadde (ovviamente in misura maggiore) nella realtà.
È molto emozionante ascoltare il racconto del giorno in cui viene
girata la scena più potente e indimenticabile di tutto il film:
quando Mariane scopre della brutale uccisione del marito tramite
decapitazione. “Tutti noi avevamo avuto l’opportunità
di conoscere le persone che erano state realmente coinvolte nella
vicenda; ed eravamo molto coscienti del fatto che era il momento
in cui stavamo riportando in vita quella
notte; e tutti sapevamo ciò che quella notte rappresenta per
[Mariane] e per suo figlio, per Ruth e Judea (i genitori di Danny
Pearl, nda) e per tutti
quelli coinvolti. Perciò divenne proprio pesante, pesante,
pesante…per tutti. E poi per me…io so quanto Mariane ama Danny (…)
e ho fatto del mio meglio per mettermi nella sua posizione e immaginare
come lei, una persona che rispetto immensamente, abbia
reagito alla notizia.”
Nel film, Mariane si rifugia nel privato della sua stanza e lancia
un lungo urlo disperato e straziante che vi manderà i brividi lungo
la schiena; è una scena che penetra come un pugnale nel cuore dello
spettatore, tanto che diventa quasi difficile guardarla: diventa
difficile e sembra quasi irrispettoso essere testimoni di una sofferenza
così cruda, palpitante, violenta, reale.
Una delle poche critiche
negative fatte al film arriva proprio da una delle persone che vi
vengono ritratte: Asra
Q. Nomani, scrittrice e giornalista collega
di Daniel Pearl – che nel film diventa “alleata” di Mariane nella
disperata ricerca del marito.
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Asra
Q. Nomani
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C’è da dire che probabilmente
sotto questa critica c’è anche il disappunto per essere stata trasportata,
nel film, da esperta giornalista quale lei è a semplice amica di
Mariane: comunque, accusa la pellicola di non mostrare lo spirito
vero di Danny, il quale può essere soltanto toccato attraverso i
suoi articoli riuniti in un bellissimo libro (“At home in the world”)
– non certo nell’uragano creato dalla macchina di PR del film.
Ma come viene mostrato, in effetti, il
giornalista? Anche qui rapportandosi con grande fedeltà al testo
dell’autrice, il regista ha deciso di regalarci un ritratto “in
assenza” del grande reporter: egli, per ovvie ragioni, non è presente
nella maggior parte del film se non nei ricordi della moglie, a
cui lei ricorre nei momenti di maggiore sconforto; è proprio
in questi numerosi flashback che ritraggono la coppia in vari
luoghi del mondo, che si sente e si vede il grande amore che la
teneva unita (oltre che la passione per il giornalismo e per il
mondo visto con occhi fiduciosi, sinceri e speranzosi).
È stata fatta una scelta:
si è deciso di focalizzare l’attenzione sulla parte delle indagini
e non sulla vita di Danny in sé.
Non per questo il film si riduce ad una sterile
investigation story:
grazie anche a questo taglio, è stato possibile mettere in luce
quanto la ricerca di Danny abbia unito le persone – buddisti, ebrei,
induisti, musulmani; pakistani, francesi, americani; FBI, polizia
pachistana, servizi segreti. Era proprio questo il sogno
di Danny: fare in modo che ci fosse sempre un costante dialogo tra
le culture e le genti del mondo. E questo sogno è oggi portato avanti
dalla vedova Mariane, che non è stata accecata
dall’odio e dalla rabbia, ma che ha subito puntualizzato (pochi
giorni dopo l’apprendimento della morte di Danny) che ama ancora
il Pakistan e la gente del Pakistan, tanto più se si considera che
(parole sue) “Danny è stato ucciso questo mese, ma altri 10 giornalisti
hanno trovato la morte ed erano tutti pachistani…stiamo soffrendo
tutti allo stesso modo, no?”.
Grazie all’impegno congiunto
di chi ha creduto in questo progetto e soprattutto nel messaggio
che doveva veicolare, ci viene data l’opportunità
di scoprire e di ammirare la personalità di un grande giornalista,
di un grande uomo, di un “eroe ordinario, dal cuore grande”. Perché
non possiamo essere sconfitti, non dobbiamo lasciarci sconfiggere
da chi vuole terrorizzare: e il modo per vincere, è continuare ogni
giorno a ribadire l’importanza del dialogo interculturale e della
conoscenza.
Fonti:
“Un cuore grande: la vita e la morte coraggiose di mio marito Daniel
Pearl” di Mariane Pearl (recentemente ristampato in occasione dell’uscita
del film, con una nuova veste grafica), Sonzogno Editore, 2007.
http://www.charlierose.com/shows/2007/06/19/1/a-conversation-with-angelina-jolie-mariane-pearl
http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2007/06/22/AR2007062201673_2.html?hpid=opinionsbox2
http://angelinajolie.forumfree.net/