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Sud Africa
di Elena Refraschini

Sono cominciati domenica 11 Maggio gli attacchi contro gli stranieri ad Alexandria, a nord di Johannesburg, in Sudafrica; da lì, si sono sparsi in tutto il Paese. Su una popolazione di 49 milioni di abitanti, ci sono dai 3 ai 5 milioni di immigrati, la maggior parte proveniente dagli stati vicini del Mozambico, Zimbabwe e Nigeria.
In poco più di una settimana, i morti erano già saliti a 22 soltanto a Johannesburg. Le vittime principali provengono dallo Zimbabwe, dal quale sono scappati a migliaia a causa della recente crisi economica senza precedenti. Si sono riversati nel più stabile Sudafrica, provocando l’ira di chi, cittadino, si vede “rubare” lavoro e alloggio.
Ma da dove arriva questa ondata xenofoba?
La risposta, in questi casi, è sempre la stessa: il “diverso” costituisce il capro espiatorio per gli strati più deboli della società, curvi sotto il peso della difficoltà di trovare lavoro, del costo della vita che si alza di giorno in giorno, della mancanza di alloggi accessibili, della crescente criminalità… sono tutti questi i problemi del Sudafrica, dove la disoccupazione è arrivata ad un allarmante 30% ed il divario tra ricchi e poveri è sempre più largo.
Giovani disperati attaccano i negozi e le abitazioni degli stranieri con bastoni e coltelli e col fuoco. La polizia ha arrestato più di 600 uomini. Il futuro presidente e capo del partito al governo “African National Congress” (lo stesso capeggiato da Nelson Mandela all’indomani della sconfitta dell’apartheid, di stampo socialista) Jacob Zuma ha dichiarato che c’è da vergognarsi per quanto sta accadendo, in quando durante l’apartheid molti sudafricani hanno trovato ospitalità nei Paesi confinanti, e chi arriva ora in Sudafrica dovrebbe essere accolto con comprensione.
Un altro fatto di cronaca ha trovato posto nelle pagine dei nostri quotidiani di recente: la “caccia alle streghe” in Kenya, che ha portato alla morte di undici persone (11 uomini e 3 donne). Anna Foa, storica e docente all’Università di Roma, costruisce un interessante parallelo: cosa c’entrano gli immigrati e le streghe?
La studiosa spiega che sono tutti vittime della violenza popolare, “una violenza incontrollabile proveniente dal basso che si accanisce contro il diverso”; entrambi sono espressione esplosiva di tensioni latenti nella società.
Paure nascoste nella psiche individuale e sociale sarebbero quindi alla base di entrambe le esternazioni di violenza.
Come l’immigrazione in Sudafrica, anche la stregoneria nelle zone dell’Africa centrale è un fenomeno vecchio: i “muganga”, gli stregoni (in lingua swahili), hanno la capacità di guarire le persone come di lanciare loro il malocchio; spesso sono donne, perché è il sesso femminile ad essere ritenuto più in contatto con gli spiriti della natura. Nonostante quello che si potrebbe pensare, i muganga sono figure presenti sia nelle comunità animiste, sia in quelle cristiane e musulmane. Del resto, non dobbiamo dimenticare che anche in Europa le “streghe” venivano bruciate, come durante l’Inquisizione spagnola o da parte dei protestanti durante i periodi di particolare instabilità nel 1500 e 1600.
Riassumendo: spesso l’accanimento e la violenza contro il “diverso” nasconde in realtà frustrazione per la situazione reale del paese, in cui è difficile per il cittadino realizzare appieno le sue potenzialità.
Che sia un discorso applicabile anche al nostro Paese? 

Elena Refraschini


© LiberaMENTE MAGAZINE 1 giugno 2008