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Sweeney Todd
di Chiara Bianchi

Cinema d’estate ultima (re) visione
Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street
di Tim Burton, USA, 2008

Tutto comincia con una goccia di sangue…che cola sul vetro, che passa in una feritoia, che riempie lo spazio fra due piastrelle, che scivola giù e ancora giù fra misteriosi ingranaggi, che raggiunge le fogne di una Londra cupa e malsana, che vive, misteriosamente, della vita che le è stata tolta.

L’ultimo film di Burton, tratto da un racconto dell’autore inglese Thomas Peckett Prest, si basa sulla versione musicale di Stephen Sondheim che ha goduto e gode tuttora di grande successo nei teatri. Il personaggio di Sweeney Todd in realtà compare in quanto presenza leggendaria in altri scritti dell’epoca (siamo intorno alla metà dell’Ottocento) e si vocifera che sia ispirato ad un personaggio realmente esistito il che lo avvicina in modo pericolosamente affascinante alla figura di Jack lo Squartatore.

La trama è presto detta: un barbiere talentuoso e geniale viene accusato ingiustamente dal giudice Turpin (che turpe lo è davvero) che ne insidia la moglie e ne “adotta” la figlia, salvo poi decidere di sposarla, senza ovviamente che la ragazza ne sia entusiasta. Dopo il lungo periodo di prigionia, il barbiere ritorna a Londra e, in attesa di mettere in atto la sua vendetta, apre in Fleet Street la sua personalissima bottega degli orrori aiutato dalla signora Lowett, proprietaria della locanda adiacente, i cui affari, “inspiegabilmente” da quel momento in poi lievitano

Burton si è innamorato della storia sin dalla prima volta che l’ha vista rappresentata a teatro, quando ancora era studente, ed in effetti si tratta di uno script le cui caratteristiche gotiche sono assolutamente nelle sue corde.
La messa in scena è ispirata all’espressionismo tedesco (di cui Il gabinetto del Dottor Caligari di Wiene è a ragione considerato il punto di massimo fulgore) in cui gli attori, oltre che con le canzoni (molte) e le parole (poche) recitano anche e soprattutto attraverso le espressioni del volto (Deep non è mai stato così stralunato e pericoloso) regalando una gamma stratificata di piccole variazioni sul tema dello sguardo che non fanno che accrescere l’ambiguità e mettere l’accento sulle battaglie intestine che combattono i personaggi mai così tridimensionali (ed è paradossale parlare di tridimensionalità e verosimiglianza in un musical ma è esattamente così).

Interessante è tentare un parallelismo fra il personaggio di Benjamin Baker (questo è il nome del barbiere prima della “trasformazione” interiore che lo rende Sweeney Todd) e quello di Edward mani di forbice dell’omonimo, splendido, storico film di Burton. L’uno da uomo felice ed appagato e sì, anche un po’ noioso, diventa un mostro dopo che è entrato in contatto con la crudeltà, l’ingiustizia e la prepotenza umana scoprendo anche in sé ed esasperandole fino alla follia, queste caratteristiche così umane che lo rendono però disumano. Edward, per contro, invece è inumano in quanto non sociale (non antisociale, semplicemente non ha mai avuto a che fare con la socialità) e proprio per questo sensibilmente puro ed incontaminato, in contatto con la crudeltà umana, con l’ipocrisia, non ne viene corrotto ma ne fugge spaventato e si rinchiude nel micromondo che lo ha visto nascere e in cui può mantenere intatte le sue caratteristiche anche se le sue mani (forbici) si sono ormai indelebilmente macchiate di sangue.
A proposito di questo, è necessario spendere qualche riga sul concetto delle “protesi”; nel caso di Todd i rasoi sono “amici fedeli” che non fanno direttamente parte della sua fisicità ma è lui stesso a decidere di servirsene -per uccidere- mentre nel caso di Edward, essendo le forbici parte integrante del suo corpo, non c’è intenzionalità nel far del male ma solo accidentalità (o difesa).

Sweeney Todd è un assassino per scelta, i quindici anni di prigionia lo hanno cambiato, lo hanno reso disumano, i rasoi che lui considera amici lo hanno accecato con il loro fulgore facendogli credere di poter essere una sorta di angelo vendicatore il cui senso di giustizia possa prevaricare e decidere della vita (e soprattutto della morte) altrui. Ma Todd non è un angelo nero, Todd è Benjamin, un uomo lacerato dal dolore e ormai incapace di amore e perdono, non è superiore al suo antagonista Turpin, è esattamente come lui se non peggiore, la sua solitaria sete di vendetta prevarica su tutto il resto, sulla capacità di discernere e di riconoscere, di fermarsi quando è il momento, Todd è più simile ad una macchina da guerra, della stessa pasta metallica del meccanismo che lui stesso ha ideato per far scivolare i cadaveri dalla sua bottega direttamente nel locale caldaie dove la solerte Mrs Lowett cuoce i sui pasticci di carne…

Sweeney Todd è il film della maturità di Tim Burton, una favola nera che è allegoria, simbolo, senza speranza né redenzione; il male è ovunque, il rivolo di sangue dei titoli di testa ce lo conferma, siamo tutti colpevoli, tutti fatti della stessa pasta, anzi, pasticcio…(e perdonatemi la battutaccia macabra ma in questo contesto non poteva non esserci).


© LiberaMENTE MAGAZINE 7 settembre 2008